La risata sulla morte


Siamo a Cortale verso la fine degli anni Settanta, nel secolo scorso. La donna aveva lavorato una vita intera nella campagna, cresciuto molti figli e poi i nipoti e da sempre aveva avuto un ruolo particolare durante i funerali: era ben accolta e quando arrivava si faceva silenzio perché “lei sì sapeva piangere i morti”. Tali donne presenti nel nostro paese non si chiamavano più prefiche, ma ne erano le discendenti, che però andavano al mesto rito solo per amicizia, per tessere le lodi del defunto. Divenuta vecchia, un giorno la signora chiama le sue vicine, contadine come lei o piccole artigiane, mette addosso il vestito che ha preparato per la sua morte (almeno in quell’occasione bisognava essere eleganti e non avere la solita anonima foddigghia ) e si corica sul letto, inscenando il proprio funerale e chiedendo alle amiche come le stesse il vestito. C’è indubbiamente in questa rappresentazione della propria fine, che richiama alcune pagine di Petronio, l’eterno, tragico e spaventato guardare alla morte da parte dell’uomo, ma il vivere a contatto con la natura abituava i nostri contadini al perenne nascere e morire (non a caso il vecchio Omero paragonava la vita degli uomini alle generazioni delle foglie). E  -alla fine della sceneggiata-  la risata sulla morte della donna e delle sue vicine com’era giocosa, liberatoria e, a suo modo, potente!

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