Quegli uomini nelle viscere della terra


Non riesco a guardare il video sui trentatré minatori che in Cile sono intrappolati a settecento metri di profondità. Il mio è evidentemente un terrore ancestrale e l’idea di non potermi muovere liberamente mi terrorizza da sempre: la stessa morte mi angoscerebbe meno, se, invece di immaginarmi al chiuso per sempre, sapessi di divenire a poco a poco un soffio d’aria e di vento, distesa sotto un albero assieme al resto della natura.  Ai nostri tempi, miseria e sfruttamento non sono parole di moda, figuriamoci il parlare di questione operaia, ma quei prigionieri della terra ci ricordano che non tutti i mestieri sono uguali, che alcuni logorano e distruggono più di altri e rappresentano un pericolo continuo per chi li esercita. Nel guardare i loro volti, il pensiero va inevitabilmente ai frequenti morti sul lavoro, alla catastrofe di Marcinelle, al terrore che avranno provato i tanti che non sono stati  liberati dalle trappole mortali. Questa volta, però, in Cile i minatori possono essere salvati, anche se forse dovranno aspettare mesi, prima di vedere, come Ciàula, la luna. Mi auguro che abbiano coraggio, pazienza, fiducia. E che nel mondo ci sia una gara per mettere a disposizione le tecniche migliori, capaci di riportare quegli uomini fra noi.

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