Esami di Stato in Calabria


Terminati gli esami di Stato, ad alcuni insegnanti calabresi sarà sembrato di essere passati attraverso un girone infernale. Tra una correzione dei compiti che deve avvenire ad una velocità che non consente un giudizio del tutto esatto, con rapporti più o meno difficili tra commissari esterni ed interni, giunti alla fine si avrà avuto l’impressione spiacevole di non aver potuto fare la valutazione, tante sono state le forze che ad essa si sono contrapposte. In primo luogo, da noi esiste la consapevolezza diffusa che gli alunni non sono in grado di affrontare le prove proposte dal ministero. Io non so negli altri paesi, ma nel nostro, prima degli esami, le edicole pullulavano di testi che contenevano traduzioni ed altre diavolerie simili. Su internet si offrivano tesine già belle e pronte, il giorno precedente le prove scritte impazzavano sul web svolgimenti di tracce che si davano per probabili, la mattina degli scritti, prima di aprire la busta del ministero, le soluzioni da internet in qualche modo raggiungevano già gli alunni. I presidi durante l’anno raccomandavano che i membri interni difendessero i ragazzi (da chi? dal nemico membro esterno?), le famiglie auspicavano la bontà dell’insegnante, negli scrutini i voti miracolosamente lievitavano e per ragazzi, che a malapena raggiungevano il cinque, si cercava di dare un credito che almeno assicurasse l’ottanta finale. Le manovre per aggirare una norma improvvisa, ma non lunare (per essere ammessi all’esame bisogna avere sei nelle discipline) sono state  pesanti: i tre divenivano miracolosamente sei e un voto appena sufficiente in italiano veniva annullato da un nove appositamente concesso in educazione fisica. In Calabria, durante gli esami, se per caso i propri insegnanti sono onesti, ogni speranza  è riposta nei membri esterni, a cui le famiglie ricorrono per aver garantito un risultato positivo altrimenti impossibile. Così capita che, lievitazione dopo lievitazione, possa raggiungere il massimo chi bravo non è e che uno bravo sbagli le prove e non abbia cento, cioè accade che si falsi un intero percorso didattico. E in tal modo, di cedimento in cedimento, succede che alla fine dell’esame ci siano tante persone che conseguono il massimo, accompagnato spesso dalla lode: un caso di genialità diffusa o di una valutazione decisa a colpi di telefonate di raccomandazione.  E in questa maniera l’insegnante abdica alla propria funzione e la scuola pubblica è in mano alle richieste illegittime delle famiglie. Si aggiunga il ricatto dei possibili ricorsi (una vera spada di Damocle che viene agitata appositamente per scoraggiare e spaventare gli onesti, che non hanno l’obbligo di essere eroi), la solitudine e  il non avere alleati ( né fra i colleghi né nella società calabrese, notoriamente con qualche problema riguardo alla legalità) dell’insegnante coscienzioso (tra quelli dei nostri figli ne conosciamo pur qualcuno!), l’impossibilità per i docenti di crescere professionalmente, visto che nessuno chiede loro ciò, dal momento che basta che promuova e dia voti alti. Gli insegnanti perciò promuovono, assolvono cioè se stessi e una società intera incapace di formare i giovani, e continuano a sfornare impreparati. I ragazzi, da parte loro, sanno che la legalità non esiste e si abituano a comportamenti illeciti, al di là dei tanti progetti sulla legalità che si propinano loro durante l’anno scolastico. In questo gioco continuo, in cui dall’insegnante si pretende che bari rispetto ai risultati effettivi, bisogna tener conto anche di quanto è successo nell’era berlusconiana: la scuola  non può più far rifermento a valori da tutti condivisi (il contenuto della pedagogia in fondo è questo). Pensiamo un po’ a cos’è accaduto al concetto di “giusto” e capiremo lo smarrimento dei docenti e il loro frequente capitolare. La verità è che l’apprendimento è processo faticosissimo, come sapeva il vecchio Alfieri, e che la valutazione è un fatto difficilissimo, che sfinisce per le dosi di fatica, lo sforzo di obiettività, il coraggio che richiede. Ma la Calabria se non vuole avere più medici che sbagliano tragicamente le diagnosi, ingegneri che non sanno progettare, giornali che costano quanto quelli nazionali ma i cui giornalisti mostrano spesso di ignorare sintassi e lessico, deve seriamente pensare alla sua scuola pubblica. L’università calabrese, dove i guasti credo si vedano nella loro tragicità, dovrebbe dire la sua, far sentire il suo allarme ed offrire un sostegno alle scuole e a chi non condivide questa deriva suicida.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...