Le parole dette a Polsi


A Polsi il vescovo ha pronunciato alcune parole di rilievo, ma insufficienti, perché rivolgendosi agli uomini della ‘ndrangheta ha sì affermato che “non c’è nulla che possiamo condividere ” e che non è possibile “far convivere in noi devozione religiosa e comportamenti immorali”, ma li ha pure chiamati “fratelli di fede, che hanno tradito la fede vera” e ha loro detto che “in noi credenti rimane la nostalgia di avere anche voi come fratelli di fede”. Non si vuole che la Chiesa dichiari quanto tocca sostenere allo Stato e si comprende la sua volontà di accogliere tutti, ma l’omelia del vescovo, su cui c’era grande attesa nella società civile dopo il terremoto dell’anno scorso, è stata generica. Egli non ha mai pronunciato la parola ‘ndrangheta e c’è un passaggio del suo discorso sul quale un cittadino non può non dissentire fortemente. Ha infatti detto che “se anche oggi ci saranno incontri e patti illegali, del tipo di quelli che hanno intercettato l’anno scorso le forze dell’ordine, a noi poco importa. Sono cose che non ci riguardano”. Il vescovo sa il valore delle parole, il perché ognuna di esse sia utilizzata, e credo che debba invece essere sostenuto con grande energia che quanto a Polsi succede riguarda molto tutti noi.  All’ombra di quel luogo non viene tradita solo la fede, ma vengono conculcate le leggi di civile convivenza che gli uomini si sono date. Il vescovo ha continuato dichiarando che si rifiuta di chiudere il santuario, cosa che da più parti viene invece sollecitato a fare dopo i fatti dell’anno scorso. Dopo lo scandalo scoppiato, dopo le immagini che tutti avevano visto, la Chiesa in realtà non poteva adesso tacere ed è stata costretta ad affrontare in qualche modo la questione. Le sue sono state però non parole coraggiose e dirompenti, ma vaghe, quasi di circostanza, rispetto a quanto successo. “Cari fratelli che avete scelto la strada dell’illegalità”, ha detto il vescovo a quelli che non sono comuni peccatori: colpisce  la necessità che egli  ha avuto di pronunciare  nello stesso momento la parola “fratelli” e  la parola “illegalità” e che non abbia invitato gli ‘ndranghetisti a risarcire gli uomini e la regione colpiti dalle loro nefandezze.

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2 pensieri su “Le parole dette a Polsi

  1. “I preti e i mafiosi” di Isaia Sales

    Sono duecento anni che esistono le mafie in Italia. Se non sono state ancora sconfitte vuol dire che i motivi del loro «successo» non sono stati completamente individuati. Il libro affronta il tema delle responsabilità della Chiesa cattolica e dei suoi esponenti nell’affermazione delle organizzazioni mafiose, esaminando l’apporto culturale che direttamente o indirettamente la dottrina della Chiesa ha fornito al loro apparato ideologico.

    Come spiegare il fatto che in quattro «cattolicissime» regioni meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo? Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste bande di assassini si dichiarino cattolici osservanti? Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e cultura cattolica? E perché questo rapporto non è stato mai indagato in sede storica e, invece, è sempre smentito o sottovalutato?

    Fino a pochi anni fa la Chiesa ha taciuto sulle mafie, non le ha mai considerate nemici ideologici. Oggi il silenzio è stato in parte interrotto, ma moltissimi preti continuano a tacere o a essere indifferenti al tema.

    Il libro parla di tutto questo, senza intenti scandalistici. La convinzione dell’autore è che senza il sostegno culturale della Chiesa le mafie non si sarebbero potute radicare così profondamente nel Sud del nostro Paese. Il successo di queste organizzazioni criminali rappresenta dunque un insuccesso della Chiesa cattolica ma, al tempo stesso, senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga.

    «La domanda che ci ossessiona è la seguente: le organizzazioni criminali di tipo mafioso avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia meridionale e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale di una teologia che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare piuttosto che da emarginare dalla Chiesa e dalla società? La risposta è no».

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