Padre e figlio alla stazione di Lamezia Terme Centrale


Mio fratello è emigrato all’inizio degli anni Cinquanta nel secolo scorso. Alla stazione di Lamezia Terme, nel salutarlo, nostro padre, che era un contadino, gli regalò i Promessi Sposi, per dimostrargli il suo affetto e perché si sentiva forse in colpa per l’impossibilità economica di fargli continuare gli studi. Il mio giovanissimo fratello sarà stato aiutato da Manzoni a non essere come sperduto, a percepire anche all’estero la propria identità e quel libro viene da lui conservato ancora tra le sue cose più care. Chi parte non è un numero, è un uomo con la sua storia, sensibilità, cultura, affetti e ad andare via in quegli anni spesso erano i migliori: i più poveri certo, ma anche i più coraggiosi e i meno protetti dal potere politico di allora, forse i meno disposti a inchinarsi rispetto ai piccoli e ai grandi personaggi che in Calabria in quel periodo costruivano il loro dominio. A restare non sempre sono stati i migliori e le nostre terre hanno pagato a causa delle caratteristiche, della personalità, delle idee di chi è andato via e di chi è rimasto: l’emigrazione ha causato una perdita, il rimanere di molti si è rivelato per il Sud una iattura! Non sempre però questa storia della mia famiglia, della quale io mi sento parte con la testa e con il cuore, mi aiuta a pormi in maniera aperta nei confronti dei migrantes che oggi vengono nel nostro paese. E mi chiedo se questo succeda perché vivo in una regione povera, e la povertà è raro che induca alla solidarietà, o se perché i demoni della chiusura ogni generazione deve affrontarli dentro di sé, come se fosse la prima volta nella storia dell’umanità.

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