Parco archeologico di Roccelletta di Borgia


Fin da giovanissima, sono andata periodicamente al parco archeologico di Scolacium e ancora adesso, almeno una volta all’anno, mi reco a visitarlo, soprattutto quando artisti moderni espongono le loro opere all’aperto, in mezzo ai resti del passato, agli ulivi, di fronte al mare. Ci sono stata anche ieri, come mostra la foto della testata. Della zona in cui abito, è questo uno dei luoghi che mi riconcilia con il mio essere calabrese, perché unisce bellezza della natura, cultura e memoria del passato. In esso non c’è traccia della solita violenza o volgarità ed io vi passeggio tranquilla, senza tensioni. Gli ulivi sono semplici e regali, la vista del mare seduce, le pietre del passato danno dignità anche al presente e le opere d’arte moderna, poste in quella natura o all’interno della basilica, paiono pregevoli anche a una come me, che tante cose ignora sul bello più recente. In dei rari momenti di grazia, avverto dunque la mia identità di calabrese non in  maniera dolorosa! Ieri, inoltre, bellezza si aggiungeva a bellezza: su una panchina, di fronte ai resti del teatro, una donna -da sola, in tutto il parco- leggeva un libro. L’ho invidiata ed ho pensato che fosse una studiosa, tanto la sua tranquillità mi è sembrata “straniera” e non tipica delle donne calabresi. Ma, in maniera contraddittoria, ho anche creduto per un attimo che la mia  fosse una regione in cui si potesse vivere: la civiltà di una terra si misura dalla libertà di cui in essa possono godere le donne e quella che ieri mi è apparsa dinnanzi mi è sembrata davvero una donna non prigioniera. Una visione?

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