Poveri Morti


In pieno stordimento da festa di Halloween, a me risuonano dentro versi appresi da bambina: “Poveri Morti, soli/ nei muti camposanti!”. E ricordo le ceste piene di fiori con cui i contadini andavano al cimitero, mio padre che passando vicino al camposanto si toglieva il cappello, perché si riteneva che la morte conferisse a chiunque la sacralità insita nel fatto stesso di essere uomo; rammento i pianti delle madri, i cui figli erano morti giovani, e la maggior parte delle persone seppellita a terra a causa della povertà; ricordo mia sorella che mi faceva abbassare, bambina, per guardare attraverso quella che mi sembrava una finestrella posta sotto una chiesa da cui si intravedevano tante ossa e mi diceva che lì riposava il nonno, perché evidentemente si pensava che i piccoli andassero protetti, ma non tenuti lontani dai misteri della vita; ricordo mia madre, che non era bigotta e non aveva sempre tempo di partecipare alle funzioni religiose, ma che il due novembre assisteva prima alla messa e poi si recava a piedi ad onorare i morti, portando i fiori del suo campo, perché  tanti contadini non avevano terra per coltivare neppure le patate ma un metro di zolle veniva strappato alle altre necessità e tutti piantavano fiori, i tipici fiori dei morti, non rose o tulipani; ricordo ancora mia madre e i miei parenti tutti che ascoltavano commossi la banda suonare la canzone del Piave presso il monumento al milite ignoto e che, senza inveire contro l’Italia che allora si dava come un fatto scontato e avvenuto per sempre, piangevano per il cugino e per “tutti i figli di mamma”, ragazzi che dalle guerre non erano più tornati. Tuttora, per ritrovare chi non c’è più, a me il due novembre piace andare a piedi al cimitero, come faceva mia madre. E’ questo anzi uno dei comportamenti che mi collegano profondamente ai luoghi, direi alle singole zolle, cortalesi. Quanto ai funerali, è a tutti noto che nella civiltà contadina essi erano un rito collettivo, durante il quale ci si riconosceva comunità e si veniva come guidati dagli altri in quel processo doloroso che noi modernamente chiamiamo rielaborazione del lutto. Io sono stata aiutata a sopportare i lutti dalla presenza, alle esequie dei miei cari, di tanti contadini, le cui parole di con-doglianza porto dentro. Rammento pure che, la notte in cui gli agricoltori pensavano che i morti tornassero sulla terra, mia madre lasciava in casa accesi tanti lumini: metteva l’olio e in esso accendeva uno stoppino. Io ho paura degli incendi e rinuncio ai lumini, ma lascio ancora adesso, per tutta la notte, la luce accesa: perché i miei morti non abbiano difficoltà a trovare la strada. Così, senza contrasti, leggo Dei sepolcri dell’ amato Foscolo e tengo dentro le mie radici contadine. E, con la pietas che da bambina mi hanno insegnato a scuola, recito sommessamente in questo impazzare dei riti di Halloween:  Poveri Morti, soli /nei muti camposanti! Vi doniamo lumi e fiori/ Insieme ai nostri pianti.

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