Mio cugino emigrato ancora ragazzo


I ragazzi cortalesi, che negli anni Cinquanta del Novecento andavano nella Svizzera a lavorare, conoscevano solo il dialetto e qualche stentata parola in italiano. Mio cugino, emigrato in quegli anni, raccontava che alla fine della prima settimana trascorsa in una fattoria svizzera a fare il contadino, non conoscendo nessuno e ignorando il tedesco e le abitudini della città, entrò in un bar, per dare un senso e un po’ di svago alla propria domenica. Chiese un caffè e assieme a questo gli presentarono un vassoio con parecchi dolci che egli, pensando inclusi nel prezzo, divorò tutti. Gli costarono l’intera settimana di lavoro. Quando, anni dopo, ce lo raccontava, a noi più giovani veniva da sorridere, ma sentivamo il dolore di quei primi tempi trascorsi da lui ragazzo in spazi, colori, suoni sconosciuti. Ci diceva che un giorno era anche entrato in una chiesa, per sentire, almeno lì, il calore delle cose note, ma pure gli dei erano forestieri in quella terra ricca ma priva di sole: dove erano le immagini dei santi? Non pretendeva di vedere la statua familiare di San Raffaele o quelle di Cosma e Damiano, ma il vuoto austero della chiesa protestante era dolorosamente straniero. Egli visse in seguito anche anni felici nel paese elvetico ed ebbe ciò che l’Italia non dava allora a tutti: lavoro, ritmi e divertimenti cittadini, possibilità di divenire operaio specializzato. Di sabato andava sempre a ballare con gli amici (e nelle vacanze lo insegnava a me bambina!) e imparò bene anche il tedesco, quello che gli serviva nella quotidianità, non la lingua letteraria, naturalmente. Parecchio tempo dopo, tornato a Cortale, ricordo che quando passavano per strada i primi immigrati con la loro umile mercanzia, mio cugino non era mai sgarbato con loro e nelle parole che si scambiavano si sentiva quel legame speciale che in qualche caso nasce dall’aver vissuto un’esperienza uguale. Una volta, tornando dal mare, avemmo un incidente con un signore del Marocco, il quale possedeva una macchina più vecchia e malandata della nostra, che già non era una Ferrari. Mio cugino fu allora molto comprensivo con questo conducente, che aveva la colpa dello scontro.
Eppure, non sempre basta aver avuto la stessa esperienza di sofferenza per essere solidali con chi si trova nelle difficoltà: altrimenti, noi popolo di emigranti, dovremmo accogliere a braccia aperte chi sceglie di vivere in Italia. La paura dell’altro è invece il primo sentimento che viene spontaneo, quando qualcuno invade lo spazio della nostra tana. E’ però, questo, un sentimento primordiale che, in quanto tale, non dovrebbe essere fomentato da coloro che governano, i quali, al contrario, avrebbero il compito di alimentare nell’animo dei cittadini qualità di solito non naturali e spontanee, quali la solidarietà, l’umanità, il senso della giustizia, che hanno portato all’instaurarsi sulla terra di società non ferine. Quanto a mio cugino, egli non era solidale perché aveva sofferto, era solidale perché aveva una sua chiara visione del mondo. E con intelligenza, per ragionamenti e scelte, non solo perché operaio, viveva anche il suo essere comunista e sentiva nel nuovo emigrante il se stesso ragazzo, che aveva divorato un vassoio di dolci in una malinconica domenica svizzera.
Chissà quante esistenze simili a Cortale! Quanti nonni, zii, padri di altri hanno vissuto l’esperienza dell’emigrazione ( e in fondo anche oggi i giovani, andando all’università, sentono certo euforia, ma anche un doloroso spaesamento ) !  Raccontare quanto ancora sappiamo servirebbe per ricordare e far ricordare, oltre che per riflettere, nella consapevolezza che anche le piccole storie hanno dignità e meritano di essere narrate e conosciute.

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