Ricordando Eluana Englaro


Una fotografia di Eluana Englaro

“Ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile”, afferma Goethe e Dario Del Corno ritiene che nella vita degli uomini il conflitto più inconciliabile di tutti sia quello fra libertà e necessità. Io non ricordo altro segno dell’idea del tragico più alto e rappresentativo di Eluana e del suo corpo immobile: la vita e la morte, la libertà e la costrizione, tragicamente assieme. Il padre della giovane ha però dovuto guardare in faccia quel tragico, prenderlo fra le mani e non farsi annientare dalla dolorosa terribilità, ha dovuto assegnare a quell’inconciliabile una soluzione, uno scioglimento. Eluana non è stata fortunata, altri sogni erano stati da lei e per lei pensati, e tutti noi avremmo voluto che si svegliasse, ci saremmo certamente abbandonati con felicità infinita a una tale catarsi. Le è stato tuttavia concesso il privilegio di avere un padre che ha saputo amarla e ne ha rispettato la dignità e l’ansia di libertà ( “purosangue della libertà”, così Beppino definisce la figlia ). Egli ha reso inoltre la giovane in un certo senso immortale, perché ne ha legato il nome a una battaglia per i diritti umani fondamentali, contro vecchi e nuovi oscurantismi. A tutti noi questo padre ha infatti mostrato che quanto nella realtà sociale accade, ed appare nuovo e inusitato, spesso aspira a costituirsi e ad essere riconosciuto come diritto, e che alcuni uomini hanno la forza e la capacità per riuscire in tale impresa. Da Antigone, che seppellisce il fratello, reprobo per la norma istituita e scritta, ma dalla fanciulla teneramente amato, a Welby, che non vuole essere costretto a vivere un’esistenza da lui non ritenuta più tale, a coloro che da sempre danno la prova agli increduli o agli avversari che u-topia esiste e perciò cambiano il mondo. Oggi l’aspirazione di tanti è quella di avere una vita e una morte dignitose, desideriamo cioè essere liberi dal bisogno, ma anche poter scegliere e non dover subire le offese che a volte il tempo o la malattia o una tecnica invasiva o altro arrecano all’essenza della nostra umanità, o al sentimento che noi abbiamo di essa. Nel passato, in cui la scienza molto meno di adesso poteva e sovente non esisteva la cura figuriamoci l’accanimento terapeutico, i nostri contadini oltre al pane quotidiano nelle preghiere imploravano già: “Signure, danni na morte curta e netta!“. Netta: ossia pulita, senza oltraggi.

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