La sovranità delle leggi


Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più di esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa ha nome democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, tutti siamo uguali, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del prestigio acquisito in un determinato campo, non per la provenienza da una certa classe sociale più che per ciò che vale; e relativamente alla povertà, se uno è in grado di rendersi utile alla città non ne viene impedito dall’oscurità del suo rango […] E, se nella vita privata intratteniamo rapporti liberi da ogni malevolenza, in quella pubblica è un timore reverenziale a vietarci di violare la legge, nell’obbedienza ai magistrati in carica e nel rispetto delle leggi, e in primo luogo di quelle stabilite in difesa di chi subisce ingiustizia, e di quelle norme non scritte che comportano per chi le violi un’onta unanimemente condivisa. ( Tucidide, Storie, II, 37,1,3; trad. in F. Ferrari  e O. Longo)

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