Villeggiature a Pizzo negli anni ’50


‘Sta state a mu portati u zzitiadhu a lu mare, ca fa bene, dicevano i medici alle nostre mamme, di fronte a ogni tipo di malattia o semplicemente per favorire il benessere e la crescita, come se da quell’acqua allora magnificamente cristallina si sprigionasse una magia e la panacea per tutti i mali. E negli anni Cinquanta del Novecento alcuni andavano al mare anche per villeggiare, non solo per motivi di salute (dolori reumatici, tonsilliti od altro). Mia sorella ed io andavamo a Pizzo assieme a una mia zia, che in famiglia dicevamo essere la zia ricca, in realtà una grande lavoratrice che possedeva qualche soldo in più ed era meno povera di altri, forse perché non aveva figli da sfamare. Affittavamo una casa assieme a dei compaesani e per circa quindici giorni vivevamo quella villeggiatura come fossimo dei benestanti, stando assieme tre o quattro famiglie.

Pizzo Calabro alla fine degli anni ’50

Pizzo Calabro alla fine degli anni ’50

Si dormiva in spazi ristretti, donne bambini e anche qualche uomo, ma si era pronti ad ogni sacrificio pur di godere del mare, la cui acqua era considerata così miracolosa, che qualche anziano si favoleggiava non si lavasse per un mese, perché il flusso benefico operasse a lungo.
Le persone ricche saranno andate al mare già in epoche precedenti, ma i compaesani che io ricordo aver condiviso con noi la casa erano contadini che non avevano figli e quindi con qualche risparmio, artigiani e raramente degli impiegati, con possibilità economiche maggiori rispetto ai contadini. Insomma, mentre i miei genitori rimanevano a lavorare la terra, io e mia sorella per caso “vestivamo alla marinara”, in un certo senso. Mia zia e mia madre alcuni giorni prima facevano na furnata  de pastisecchi e viscotta, un’altra di pane, quindi venivano caricate diverse provviste ( suppressati, capicodha, magulari, pipi a l’acitu, ecc. ) e si partiva per Pizzo, che per noi abitanti di un paesino era una specie di America. Fu appunto per andare al mare che a quattro o cinque anni salii per la prima volta sul treno, che prendevamo credo a San Pietro a Maida, ma non rammento come facessimo ad arrivare alla piccola stazione. Mio costume da bagno saranno state le mutandine, oppure, come avvenne qualche anno dopo quando ero più grandicella, quello prestatomi da un’amichetta più “ricca”. Sulla spiaggia mia zia, per combattere i reumatismi, spesso faceva i stufi, cioè avvolta in un lenzuolo si seppelliva praticamente nella sabbia da cui faceva fuoriuscire solo la testa, che proteggeva con un ombrello da pioggia nero, dal momento che non esistevano per noi gli ombrelloni e se necessario ci si metteva all’ombra delle barche. Pretendeva poi che mia sorella, che già era una bella ragazza, se ne stesse fuori dall’ombrello seduta ad arrostirsi, attaccata al suo fianco al riparo dagli approcci dei giovanotti, mentre io, bambina, potevo liberamente giocare con l’acqua e le pietruzze, o costruire casette e pupazzetti con la sabbia. Era l’incanto dell’infanzia, quando si ha la fortuna di averla incantata, come nel mio caso: gli anni tutti avanti a te ed i tuoi cari tutti con te e nel tuo orizzonte. Di Pizzo, ricordo la magia della piazza e delle vie, il nostro camminare la mattina per le stradine come fossimo non dei paesani ma dei cittadini e cittadini che potevano oziare, mentre il tempo di mia madre e di coloro che io a Cortale conoscevo e anche quello abituale della mia zia ricca e di altri che erano con noi a villeggiare era sempre quello della fatica, perché nel nostro paese negli anni Cinquanta spesso lavoravamo persino i bambini. Ricordo un paio di sandaletti bianchi acquistati a Pizzo, indossando i quali mi pavoneggiavo, ma sul prezzo dei quali mia zia aveva strenuamente combattuto e, peggio che nei racconti di Maupassant, mercanteggiato a lungo con il negoziante, il quale ogni mattina dalla soglia del negozio ci osservava mentre ci recavamo in spiaggia ed io temevo volesse riprendersi i miei preziosi sandaletti. Ricordo il nostro stare una sera su un’immensa gradinata vicino al mare, per assistere al concerto di un cantante allora famoso e il tintinnare per tutti i gradini di poche lire, che mi erano sfuggite di mano ed il mio seguire con lo sguardo la loro caduta quasi piangendo. Ricordo le grotte e gli scogli di Pizzo, come fossero parte di un mondo favoloso. Anni dopo, ritornata in quei luoghi dell’infanzia, ho trovato che Pizzo ed io eravamo cambiate: il gelato continuava ad essere buono, ma l’incanto non c’era più.

Cortale alla fine degli anni '40

Cortale alla fine degli anni ’40

In verità è da un po’ di anni che in Calabria il mare è quasi ovunque mutato: ci immergiamo ormai in una specie di melma ed i medici oggi sono costretti a dire, mettendoci in guardia: “Questa estate non portate il bambino al mare, perché è inquinato”. Noi cortalesi siamo anzi dolorosamente consapevoli che il nostro paesello, così mollemente adagiato, canterino, danzatore e degno degli schermi televisivi, in realtà contribuisce a rendere non salubre il mare e fa parte dei comuni del comprensorio responsabili del degrado delle acque, come ci dice a chiare lettere la recente vicenda del sequestro dei depuratori ( i pm nel decreto di sequestro dell’impianto di Maida parlano di “reato ambientale” ). A causa delle scelte politiche dissennate di chi a vari livelli governa questa regione e sulle quali i cittadini dovrebbero esprimere un giudizio severo, i nostri bagni al mare oramai si dividono in quelli fatti in giorni in cui la sporcizia non si vede, ma ugualmente usciamo dall’acqua con la pelle unta ben bene di schifezze, e quelli immaginati, quando mestamente rinunciamo, nei tanti giorni in cui entrare in acqua fa letteralmente venire il vomito. Mare, mare…qui non viene mai nessuno a farci compagnia…

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