Ragazzi cortalesi del ’15-’18


Nel viaggio ideale attraverso la Calabria risorgimentale compiuto al “Marca” a Catanzaro, attraverso l’analisi dei dipinti sono state ricordate da Maria Saveria Ruga ( dell’università di Pisa ) la figura di Andrea Cefaly e la “scuola di Cortale”, con un’operazione nella quale i riferimenti fatti dagli studiosi alla storia del nostro piccolo centro acquistano spessore culturale, mentre quanto si continua a proporre a Cortale, anche per i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità, diventa sempre agiografia o, peggio, spettacolo e zumpare di tarantelle e degustazione di braciole fumanti e gustose. Lo scarto certamente colpisce e noi sembriamo un paese di eterni festaioli o di gente che preferisce narrare in maniera stereotipata il proprio passato. La prospettiva e il taglio del lavoro fatto al “Marca”, dove Giovanna Capitelli (docente dell’Unical ) ha parlato della “scuola di Cortale” come di “un esperimento culturale e pedagogico” in Calabria degnamente realizzatosi, mi hanno ricostretta a pensare con malinconia che, tranne poche eccezioni, la vita nella nostra regione sembra fatta di una serie di occasioni perdute e sprecate, che invece consentirebbero di vivere meglio e di raccontarsi meglio. L’analisi mi ha in verità anche emozionata, perché mi emoziona sempre la capacità che ha lo studio serio di disvelare e far tornare alla luce la reale storia di un luogo, facendone emergere la dignità senza ricorrere alle menzogne o alle favole consolatorie. Tuttavia ritengo che Cortale non sia solo il paese di alcune grandi personalità: siamo anche e soprattutto il paese di tante persone anonime, che il processo unitario ha poco beneficato o addirittura ha sacrificato o le cui speranze sono state deluse, ma che fortemente sono state protagoniste della storia di Cortale e della stessa unificazione italiana. I sassi, le vie, le case parlano anche di loro e in paese non esiste unicamente l’ormai vuoto e privo di valore palazzo dei Cefaly. In questi giorni penso a un mio zio che all’età di vent’anni ha combattuto nella prima guerra mondiale, come tanti suoi coetanei cortalesi. Io appartengo profondamente al (secondo) dopoguerra e so pensare all’Italia solo come a un paese in pace, sono inoltre pacifista per natura e per scelta ed anche per questo da giovane non ho mai avuto il tempo di ascoltare con interesse i racconti sulla vita nelle trincee del mio ormai anziano parente soldato.  Adesso che vorrei come in 8 1/2 di Fellini rivedere chi non c’è più, so che l’abbraccerei e gli direi di raccontarmi il se stesso ragazzo, un ragazzo cortalese immerso in quegli avvenimenti mondiali e di essi attore. Molti allora partirono da Cortale per il fronte e tanti erano dei giovanissimi che lasciavano i campi e che nel loro orizzonte avevano tutt’al più Parisi o il terreno amico de L’arpa, contadini come mio zio. Egli era analfabeta, non conosceva la lingua italiana e non so quale cognizione dei fatti nazionali e internazionali avesse quando lasciò la sua casa ( sarebbe arbitrario escludere la consapevolezza ), non so cosa pensasse la sua famiglia, che senza dubbio restava priva di un sostegno affettivo ed economico, non so cosa significasse per lui l’Italia, non so se sia partito volentieri. Certo è che il servizio militare e l’andare in guerra erano alcuni dei tristi guadagni che i poveri traevano dall’Unità d’Italia, mentre le donne restavano sole a lottare contro la miseria, in compagnia dei bambini e degli anziani. Non posso stabilire con precisione cosa quell’esperienza di guerra sia stata per il mio giovane zio: lo ha fatto sentire ( più ) italiano? lo ha reso uomo? Non so: i nostri compaesani all’inizio del Novecento cominciavano a zappare anche a sette anni, per cui uomini lo erano già quando venivano chiamati a combattere. Sicuramente saranno stati per lui anni importanti dal punto di vista culturale ed umano: ad esempio, ha conosciuto giovani di altre regioni, avrà stretto amicizie e anche questo significa appartenere ad uno stesso Stato. Avrà avuto paura? Egli era mite (così io l’ho conosciuto, molto tempo dopo la vicenda bellica ) ed ora mi chiedo se avrà ucciso in guerra qualcuno e se questo lo avrà mutato dentro, sconvolgendone per sempre qualche zona nascosta e segreta dell’anima. Di certo in trincea avrà spesso visto morire e fatto esperienza della morte violenta.

Il Monumento ai Caduti nel cimitero di Cortale

Tucidide, costretto a registrare persino la strage dei bambini in una scuola a Micalesso, dice che la guerra è terribile per i danni economici, ma anche perché cambia irrimediabilmente le nostre anime: essa, afferma, è “maestra brutale” di disumanità e “strappa dalla vita il quotidiano piacere della prosperità”. E Ungaretti, in quegli anni sul fronte dove erano i nostri ragazzi, sussurrava pregando: Di che reggimento siete/ fratelli?/ Parola tremante/ nella notte“. Ricordo che mio zio parlava spesso del suo lontano tempo di soldato, ma io ero impegnata a capire la vita e lo ascoltavo distrattamente, forse anche perché in quanto donna sentivo estraneo il mondo delle armi e della morte. Rammento però un particolare, che di vita e quotidianità strappata alle trincee ha il sapore: diceva che in bicicletta a volte andava in qualche piccolo centro, per sbrigare delle commissioni per conto del suo capitano o per ritirare la posta. E non ho dimenticato che moltissimi anni dopo la guerra, negli anni ’70, lo Stato si ricordò di quei vecchi ragazzi e durante una pubblica cerimonia diede loro una medaglia, perché a vent’anni erano stati trascinati via dalla loro esistenza. Mio zio diveniva in tal modo Cavaliere di Vittorio Veneto ed ha voluto che la sua epigrafe funebre contenesse memoria del titolo ottenuto. Egli è così cavaliere per sempre ed i parenti abbiamo anche appuntato sul suo petto la medaglia, ubbidendo alle regole contadine dei riti funebri e ricordando qualche verso di Foscolo. La felicità e l’orgoglio di mio zio per il riconoscimento mostra che quell’esperienza al fronte faceva profondamente parte della sua identità e anzi aveva contribuito a determinarla e che il riconoscimento era da tempo silenziosamente agognato. Raccontava sempre di aver partecipato a una vicenda collettiva e il suo ricordare non era rabbioso: noi italiani eravamo in guerra ed io ho combattuto, questa era l’essenza dei suoi discorsi. Non c’era enfasi nelle sue parole o disprezzo od odio per i nemici, io non rammento nulla di simile. Tornato dal fronte, nessun suo gridare alla “vittoria mutilata” o furore astioso per qualche sogno concepito ed infranto di redistribuzione delle terre: mio zio riprese a spaccarsi la schiena sui terreni altrui, ma questo non lo fece divenire fascista o antitaliano. E un giorno gli arrivò la medaglia. Il cugino di mia madre, invece, un altro ragazzo cortalese il quale aveva lasciato l’America dove era emigrato per partecipare alla guerra come soldato italiano, non tornò più a casa, come capitò a tanti altri a Cortale, e tra i miei ricordi c’è il doloroso racconto delle donne di famiglia le quali dicevano che del corpo del giovane, prima della morte, era stato più volte seppellito, in un paese sconosciuto dell’Italia settentrionale, qualche arto perso in trincea: non ritornò dalla madre neppure da morto, il ragazzo che aveva perso le membra e la vita a poco a poco, un pezzo alla volta, mentre i suoi cari impotenti sapevano da lontano di quello stillicidio. E mia madre il due novembre, quando vicino al monumento ai caduti si suonava la canzone del Piave, piangeva per questo giovane, anzi piangevano i loro morti nelle guerre o i dispersi tutte le donne del paese e si commuovevano gli uomini per quei tanti nostri ragazzi che non avevano fatto ritorno, mentre i bambini assistevamo compunti. Quel pianto di una piccola comunità e quello stringere fiero una medaglia al cuore da parte di tanti cortalesi come mio zio sono il nostro contributo all’Unità e alla storia d’Italia, non solo le tele di Cefaly. Siamo anche il paese dei tanti oscuri soldati semplici, a cui lo Stato ha dato una tardiva medaglia in cambio di una vita spezzata. Con Brecht dovremmo anzi sempre chiederci chi fa la storia, se Cesare o i suoi soldati, e dovremmo rammentare che Cesare stesso curava molto il suo rapporto con i soldati, perché ne sapeva l’importanza nel determinare la vittoria. Per quanto mi riguarda, continuo ad aborrire la guerra e la retorica su di essa, ma oggi voglio ricordare quei nostri ragazzi cavalieri: senza enfasi, ma con affetto, perché sento nelle più intime fibre la solitudine e la grandezza tragica di chi è stato tenuto ai margini della storia e tuttavia ne ha pagato i prezzi maggiori. E sussurro a mio zio che sono dispiaciuta, perché da ragazza, mentre scoprivo il fascino della poesia attraverso Ungaretti, non mi rendevo conto che avevo una pagina di storia davanti e perciò non l’ho letta: adesso vorrei tanto sedermi accanto a lui ed ascoltarlo con rispetto. Ciao, Francesco, ragazzo del ’15-’18! Ti penso in bici, per le montagne del Nord Italia, e nel cuore nutro la speranza che la guerra non sia stata per te “maestra brutale” e che tu sia potuto passare sorridente accanto ai bambini che, come un allegro sciame di uccelli, uscivano dalle scuole.

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7 pensieri su “Ragazzi cortalesi del ’15-’18

  1. Ma tu che predichi tanto, perchè non fai niente per vivere meglio a Cortale…
    Scrivi scrivi e poi scrivi, ma tutti questi poemi a chi servono?
    Parli di cultura, solo tu sai…
    Ma non utilizzare i tuoi saperi solo per pubblicarli su internet usali per far bene, trasmettili, in altre parole mettiti in gioco.
    Probabilmente non puoi farlo perchè chi potrebbe darti fiducia visto che secondo i tuoi poemi a Cortale nessuno fa bene…
    Mi piacerebbe che in uno dei tuoi monoscritti uscissi allo scoperto e metteresti sul tavolo un progetto valido per il nostro paese.
    Ma di solito il cane che abbaia molto, morde poco… E tu mi sembra che sai solo abbaiare..
    Non prenderla come una offesa ma come un invito a finirla di fare solo parole e cominciare a fare fatti.
    Se li sai fare esci e proponi, altrimenti continua a sparlare di tutto e tutti, intanto gli altri fanno e tu resti a guardare, anzi a commentare….
    Chi vita chi fai…

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  2. Ma il guajo è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, ne dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto. (Luigi Pirandello, da Uno, Nessuno e Centomila)

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