Si vestìu de signura


Negli anni ’50 del Novecento per le ragazze di Cortale il vero rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta non avveniva più quando si vestivano de pacchiana, ma quando  –  soprattutto tra la fine del quinto decennio del secolo e l’inizio degli anni Sessanta  –  quelle giovani, in maggioranza contadine, smettevano spesso la foddigghja  e si vestivano de signura. Ciò avveniva perché stavano per sposare qualcuno emigrato in Svizzera o nel Nord Italia ( la nostra Artitalia ) e lo avrebbero seguito dopo il matrimonio. Queste ragazze si sarebbero confrontate con culture e lingue diverse e sarebbero state le protagoniste dei primi fermenti di cambiamento del periodo a cavallo tra gli anni  ’50 e ’60, preludio di quel famoso boom che avrebbe modificato l’Italia tutta. Alcuni decenni dopo ne vidi parecchie al Nord: sull’autobus (dove ho incontrato più cortalesi che a Cortale, rimasta priva di gente e forze ) ne riconoscevo i visi, gli stessi dei parenti restati in paese. Molte apparivano integrate perfettamente nei nuovi luoghi, altre le individuavo come compaesane da come alla fermata dei mezzi pubblici tenevano la borsa, un po’ timidamente. Quel tratto di fragilità che conservavano mi faceva tenerezza, perché io sapevo quali sforzi di adattamento avesse loro richiesto la vita. Tra il 1950 ed il 1960 le ragazze a Cortale non potevano ancora fare tante cose e spesso venivano picchiate da genitori e fratelli, a causa dei loro timidi tentativi di indipendenza o a causa di qualche piccola ribellione specie in ambito amoroso, ma rispetto alle madri possedevano l’istruzione elementare. Sono state alcune di loro a cominciare a sposare chi volevano ed a farlo per amore, a guadagnare i primi stipendi, a dare ai loro figli i nomi che desideravano e non quello dei genitori ( e, dopo che erano state le donne a partorire, il nome da consegnare subito all’immortalità era quello del suocero, poi quello del proprio padre ! ). Alcune per prime osarono non far ispezionare alla mamma e all’attenta suocera il loro letto nuziale, il giorno dopo il matrimonio. Qualcuna, nel salutare i parenti dopo i festeggiamenti, ebbe il coraggio di annunciare a chi doveva avere orecchie per intendere: “Domani mattina, saremo io e mio marito ad aggiustare il letto”. Così facendo, impediva che altri verificassero la sua verginità e controllassero la sua sessualità. Io ho conosciuto un gruppo di queste ragazze le quali tra i 14 ed i 16 anni si erano vestite controvoglia de pacchiana: l’abito era per loro come una divisa, che condannava ad una sorta di immobilità sociale. In realtà ormai questo non sarebbe più avvenuto, perché i fatidici e fantastici anni ’60 erano vicini! Queste giovani che frequentavo da bambina erano piene di voglia di vivere ed io ero la loro cocca, ne conoscevo i pensieri e i sospiri. Ascoltavo tutto quanto si dicevano ed in chiesa ( loro unico luogo di ritrovo) ero perennemente girata indietro verso di esse, per udirne incantata le confidenze ed il “vago avvenir che in mente avevano”. Quei discorsi, bisbigliati furtivamente sotto u vancaliedhu mentre Augelli ufficiava la messa, in verità hanno fatto parte della mia vita e della mia educazione, anche sentimentale. Erano donne intelligenti, curiose, desiderose di avere una vita diversa dalle loro madri, anche nel vestiario. Mia sorella, che si accompagnava a questo gruppo, toglieva orgogliosamente u vancaliedhu dalla testa e lo poggiava tutto sulle spalle per farsi ammirare i bei capelli e per far intravedere un piccolo scialle che lei aggiungeva ai capi canonici, volendo personalizzare il costume. Desiderava anche far vedere la camicia che si poteva variare e che per le giovani non era più il classico e fisso mbustu, ma un capo modificabile tramite cui mostrare la propria diversità, cosa che in fondo è uno dei motivi principi che ci guida nel vestirci. E, soprattutto, mia sorella leggeva e leggeva Moravia, oltre che GrandHotel, rivista che circolava tra queste ragazze che pur di acquistarla facevano la colletta fra loro. La romantica rivista le riempiva di sogni, ma faceva pure intuire che esistevano altri mondi, che il nuovo galoppava e del resto solo chi sogna cambia la propria vita. Quanto a Moravia, andavo io, che come bambina godevo di libertà di movimento, a prendere i libri in biblioteca e lì trovavo una bella persona che sapeva svolgere il proprio compito, u Papaniciaru, il signor Iapelli, una delle figure che hanno fatto da tramite tra me e i libri.

Queste giovani dunque non amavano la foddigghia e l’orizzonte limitante che essa presupponeva e mia sorella quando faceva le foto si vestìa de signura. Prendeva a prestito gli abiti di alcune ragazze trasferitesi da Maida a Cortale ( erano figlie di un elettricista ), le quali profumavano di città ed avevano dei nomi che a me sembravano addirittura esotici, e si metteva in posa con un GrandHotel in mano. Io a carnevale mi vestìa de masculu con un cappello ed i pantaloni di mio fratello, pantaloni che poi per dieci giorni continuavo beatamente a tenere (ci si arrampicava meravigliosamente sugli alberi! ) , e mai grazie al cielo ho indossato la foddigghia. Mia sorella racconta che da bambina guardava con invidia Mary Cefaly andare a cavallo: questo era il tipo di donna che si aveva in mente, questa era la libertà a cui pensavano le ragazze da me conosciute durante l’infanzia. Quel modesto vestito invece sanciva e fissava una subalterna condizione sociale ( e un’inferiorità sessuale ) e l’aspirazione dei poveri era di liberarsi ( o di liberare le figlie ) di quella divisa. Dismettere la foddigghia voleva dire non essere più contadine ( cioè non rompersi più la schiena in campagna ), migliorare la propria vita, dunque divenire signura, che in questo caso non significava donna adulta o sposata, ma aristocratica. E infatti lo si faceva quando il rito era legato a tale speranza di cambiamento ( ci si fidanzava e quindi si sapeva che si sarebbe emigrate, visto che il fidanzato lavorava fuori, ecc. ecc. ): finalmente si usciva fisicamente dalle campagne. Ecco perché tante tra il 1950 ed il 1960 hanno prima indossato la foddigghia e poi l’hanno tolta senza rimpianti. In agosto ci si fidanzava, quando gli emigrati tornavano, ed a Natale ci si sposava ( o viceversa, ma i periodi erano fissi ). Nell’intervallo, tra il fidanzamento ed il matrimonio, era possibile vedere queste giovani donne trasformarsi gradatamente e prepararsi alla vita nuova che le attendeva. Al principio tagliavano i capelli, facevano una bella permanente ed iniziava il rito alla rovescia rispetto a quello che aveva accompagnato il loro diventare pacchiane: si indossava la prima gonna e, se bisognava trasferirsi al Nord, arrivava anche un caldo e morbido cappotto. La libertà iniziava anche così:  si vestìu  de signura, si diceva vedendo passare qualcuna e si capiva che stavano per arrivare il progresso, i colori, le novità, le gambe più esposte al vento. Aspettando il matrimonio, camminavano per le vie cariche di anelli e collane d’oro ricevuti in dono al momento del fidanzamento ed intanto scambiavano lettere d’amore con il ragazzo lontano. Io ricordo anche le donne adulte che indossavano il costume e che lo hanno mantenuto per tutta la vita, ma spesso esse portavano u sinalone perché la foddigghia doveva rimanere nuova il più a lungo possibile ( a mu mi la riguardu ) e perché era ingombrante per lavorare ( sta ddogga , alias una palla! ). Ed ho nelle orecchie il racconto di mia madre che con il suo incantevole cum-patire parlava delle donne della generazione precedente alla sua le quali, quando rimanevano vedove prematuramente, erano costrette a faticare sotto il sole ( magari carrijare griegni ) con “sulle carni sofferenti” il nero delle pesanti calze ed il gravame del dover stare coperte. Il tormento di quel nero e di quell’essere costrette a stare imbacuccate sotto la calura acuiva il dolore dell’animo, la nuova e indifesa solitudine e la pesantezza del lavoro nelle nostre campagne.

Anni dopo, nessuna della mia generazione verso i quindici anni avrebbe messo addosso la foddigghja, a qualunque classe sociale appartenesse e qualunque mestiere e destino l’attendesse, e la scuola media unica sanciva per tutte l’obbligo di una maggiore istruzione. Ed assieme alla scuola e alla conoscenza ci aspettavano i pantaloni e la rivoluzionaria minigonna! Oggi è necessario che noi conserviamo consapevolezza e memoria di come fosse la vita delle donne che il costume hanno non scelto ma dovuto indossare e non possiamo mistificare quell’antica miseria o farla oggetto paternalisticamente di operazioni antistoriche o, peggio, di essa sorridere e/o civettare con sedicenti tradizioni popolari, noi che rispetto al passato abbiamo una comoda vita, godiamo dei benefici del progresso e siamo al riparo dalla costrizione dell’antico vestito. L’immagine sulle cartoline di ragazza calabrese in costume e con vozza è stereotipata: perché non parla della vita, quando l’acqua, tenuta a lungo nella vozza, puzzava ed era spesso caldissima (ede na pisciazza!, si diceva sputandola dalla bocca, specie quando si lavorava sotto il torrido sole ). E’ vero che nessuno può più raccontare nella sua completa realtà e immaginare compiutamente il caldo sopportato d’estate, quel lutto che sulla propria pelle bisognava mantenere per sempre, quell’essere costrette a indossare perennemente le stesse povere cose. Noi tutti, che siamo dei privilegiati sebbene le donne siano aggiogate spesso con nuove catene, dobbiamo però cercare di ricordare riconoscenti il cuore e l’intelligenza di quelle ragazze, che ad un certo punto buttarono alle ortiche la prigione ed andarono a costruirsi una vita più ricca e più felice: da pacchiane divennero signuri! Come donne poi, bisogna che sempre ci interessino gli spazi di democrazia, libertà ed indipendenza, sia del passato che del presente, e dobbiamo augurarci anche oggi di poter essere persone, di poter amare e muoverci liberamente come ognuna di noi desidera, nessuna esclusa. Abbiamo conquistato il diritto di non essere maschere fisse, tenute controvoglia per sempre in ruoli pensati dagli altri come normali ed uguali per tutte, ancora destinate a compiti eternamente immobili ma alienanti secondo il giudizio di molte di noi.

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