Paese, cioè i luoghi del cuore


Durante una passeggiata mattutina, ho percorso il tratto che la sera da piccola spesso facevo con mia madre, quando si tornava a casa dopo il lavoro nei campi. Lei aveva sempre in testa una cesta, ma ad un certo punto mi prendeva in braccio e finché vivrò spero di conservare la capacità di ricordare: poggiavo la testa sul suo seno odoroso e, nascosta beatamente nel vancaliedhu, sentivo i profumi delle stagioni ed il concerto dei grilli e degli altri animali. Stamattina su quel viottolo mia madre non c’era, ma era nel mio cuore e nei miei passi. Il sentiero tuttavia era lo stesso, soltanto meno frequentato dagli uomini e con il tracciato leggermente deviato in qualche punto. La campagna attorno si mostrava mutata nei modi di coltivazione e nella qualità degli edifici: solo qualche rara e a me nota casedha, parecchi invece i nuovi edifici ad uso abitativo, scomparsi totalmente i pagghiari sapientemente costruiti dai nostri contadini, visto che si mantenevano in piedi sotto le intemperie. I profumi stamane miracolosamente erano gli stessi di allora e non per suggestione, ed io mentre camminavo ricordavo chi possedeva i diversi fazzoletti di terra, perché si trattava di gente che incontravo quando quotidianamente andavo sul luogo di lavoro dei miei, per giocare nell’aia o sugli alberi ( ah, il fico della mitica altalena! ) o per portare qualche messaggio da casa ( fungevo da telefonino! ) o per aiutare durante le fatiche importanti ( trebbiatura, ecc. ). Quelle persone della mia infanzia mi salutavano, mi chiedevano se mi stessi recando da mio padre e mia madre e mi sorridevano e, di fronte al loro calore e al loro grande riguardo, la mia mente di bimba si convinceva di avere come genitori una specie di regnanti. La mia famiglia era evidentemente consapevole di come allora funzionassero i rapporti sociali e in quali situazioni ci fosse rispetto, sicché si fidava ed io andavo da sola per quei campi saltellando superba della mia vita. E mai ho avuto problemi, solo mi imbattevo spesso in qualche serpente, sempre nello stesso posto, ma aspettavo che se ne andasse e proseguivo tranquilla. Ecco cos’è Cortale per me e perché ho scelto di viverci: qui sono i luoghi e le tracce di coloro “che mi corrispondevano”, sebbene tante persone care non ci siano più, poiché la vita di ognuno ad un certo punto è fatta soprattutto di assenze. Qui abito assieme ad alcuni dei miei affetti importanti e qui si trova la mia preziosa casa, parva sed apta mihi, costruita dai miei nonni. Cortale è quel mio antico tornare per un viottolo sentendo il profumo del seno di mia madre ed avervi la dimora è, per usare concettuzzi da salotto di pessimo gusto, poter ritrovare ogni tanto quasi la beatitudine della vita nell’utero nel quale evidentemente sono stata bene. A farmi restare sono tante cose, non sempre dipendenti dalla mia volontà, ma pure quel sentimento che negli anni ’90 faceva dire con nostalgia ad un’emigrata mia tenera amica: “Parisi mio!”, anche se davanti agli occhi aveva i boschi magnifici della Lombardia e quel cielo che Manzoni ha ragione a dire bello.

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