A Pigghiata a Tiriolo e a Cortale


Mi sono imbattuta su YouTube in alcune riprese del 1958 fatte a Tiriolo durante A Pigghiata e tratte da “La settimana Santa” di Ugo Gregoretti. Sono delle immagini piene di poetica bellezza che possono accostarsi alla grazia di alcune raffigurazioni della filmografia di Pasolini, il quale il mondo popolare ha scelto come suo. Si osservino i visi, il territorio, gli ulivi, le donne spettatrici, i bambini, il ragazzino che si avvicina all’altalena; in particolare si notino le bambine, i loro sguardi e le loro pettinature. La macchina si muove con maestria e grazie al cielo non rimane fissa sugli attori, restituendoci in tal modo un prezioso documento della civiltà contadina e di come eravamo.


Anche a Cortale ogni due anni si faceva la Pigghiata e pare che quella del 1948, di cui a casa mia si parlava, sia stata la penultima. Agli inizi degli anni Quaranta le parti femminili venivano ricoperte da uomini e si diceva che un giovane di particolare bellezza avesse recitato il ruolo della Madonna (mentre nel 1948 madre di Gesù era ormai una ragazza). Quando io ero piccola la rappresentazione non c’era più, ma il ricordo era fresco: c’era in paese chi ricordava di aver fatto la parte di un angelo, chi di soldato romano, chi di Caifas, chi di Pilato, chi del Bambinello. Anzi esistevano dei soprannomi che gli antichi ruoli sostenuti ricordavano e u mbobinuzzu, allorché parecchi anni dopo si recò in un viaggio della memoria in Argentina, fu abbracciato in ricordo di quel ruolo da parecchi dei vecchi emigrati. Persisteva ormai solo un residuo, diciamo così, di quelle sacre rappresentazioni, che erano ingenue e non certo drammaticamente potenti come quelle di Jacopone da Todi, ma indubbiamente piene di grazia ineffabile. Il giovedì santo durante l’ultima cena uno degli apostoli, che era il sagrestano del paese, ad un certo punto non accontentandosi di un solo pane ne arraffava velocemente un secondo e scappava attraverso le navate, la gente, i bambini, le seggiole che si rovesciavano, i pochi banchi. Faceva la parte di Giuda e ricordo ancora la paura che prendeva noi piccoli e l’uuuh! di uomini e donne durante quel parapiglia. Sapevamo che era una finzione ed il sentimento che ci afferrava si collocava tra il religioso timore e la consapevolezza del gioco teatrale ( la magia del teatro, come ci insegna Aristotele, è in fondo però questa: abbandonarsi alla finzione).
Delle diverse parti dell’antica Pigghiata, il cui testo, almeno quello del 1948,  credo fosse del maestro Maiuolo, a casa mia anni dopo si continuavano a ripetere parecchi brani. Tutti in paese avevano appreso quelle parole e le recitavano, godendosi in bocca il sapore dei termini nuovi, e raccontavano cosa fosse successo durante la drammatizzazione: piccoli incidenti con il sipario, il bambino che si muoveva troppo e che la madre ( quella vera, non la Madonna! ) aveva dovuto allattare mentre il pubblico rumorosamente allegro aspettava, ecc ecc. I genitori di quell’illustre bimbo contadino avevano avuto addirittura l’onore in quell’occasione di sedere in prima fila, tra le autorità! In verità i contadini tutti, non solo gli attori, erano stati in quell’occasione i protagonisti di un fatto culturale, oltre che religioso, che li aveva introdotti nell’uso di una lingua colta rispetto alla loro e condotti a maneggiare idee a cui nella quotidianità non erano usi ( o da cui  erano tenuti esclusi ) e ad uscire da sé, cioè a fare l’attore. Il popolare evento teatrale  aveva elevato le loro conoscenze, cosa che fa sempre, con chiunque, la cultura. La Chiesa per quelle generazioni e per quelle classi sociali costituiva  certo un fattore potente di conservazione, ma in assenza quasi sempre della scuola era, di qualsiasi natura fossero gli esiti, anche artefice in un certo senso di formazione, alfabetizzazione, acculturazione, creatrice persino dell’immaginario. Le prediche di don Pasquale si ascoltavano a bocca aperta ed io ricordo una comunità che si appassionava e parteggiava chi per padre Rocco, chi per padre Domenico, due giovani predicatori giunti a maggio per il mese mariano, uno per Vasciu, uno per Donnahjuri. Non era la rivoluzione progressista, ma si viveva assieme e si discuteva e perfino tra bambine a scuola ci accapigliavamo appassionatamente sui due. I predicatori erano come dei neosofisti, dei girovaghi che diffondevano cultura ed arte della parola, e del potere delle parole avevamo bisogno in quella miseria, chiunque ce le insegnasse. Della TV nelle nostre case neppure l’ombra, naturalmente.
In quegli anni ci fu in tutta Italia un altro differente centro di crescita e promozione umana: le sezioni del PCI, nelle quali si leggeva, si imparava a difendere i propri diritti, si scopriva il valore dell’unità e solidarietà. In un periodo successivo, negli anni Settanta, nella sede del PCI di Cortale alcuni giovani iscritti all’università prendevano attentamente appunti quando introduceva la discussione il loro segretario ( bisogna dare ordine all’analisi e agli interventi!, diceva perentoriamente ), un contadino che ai loro occhi vantava, oltre l’appartenenza alla civiltà contadina, l’aver studiato alla scuola di Frattocchie.
In verità la cultura, quando è alta, ha l’ingenuità e la bellezza del vangelo di Marco, dell’occhio sapiente e progressista di Gregoretti che ci restituisce il contadino di Tiriolo mentre recita il sacro e le bambine con le loro treccine che guardano attente e compunte, dei film di Pasolini, del contadino cortalese che riviveva il dramma di Cristo, dei giovani che ascoltavano con rispetto il loro segretario divenuto a Frattocchie maestro.

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