Io, meridionale cresciuta alla scuola di Manzoni


Da adolescente mi sono educata a scrivere sul romanzo di Manzoni: mi piaceva seguire il periodare dell’autore attraversato da sapienza sintattica ed intelligenza di pensiero. Ho imparato a riflettere attorno alla natura del potere sulle pagine vigorose ed icastiche dedicate alle gride. Ho imparato la pietas con fra Cristoforo e il relativismo ancora da fra Cristoforo (omnia munda mundis ). Ho imparato l’essenza dell’amore da Lucia, che riconosceva fra tutti il passo di Renzo, e la dirittura morale ancora da Lucia. A memoria ho imparato con diletto interi passi manzoniani e “Addio, monti” per me era il canto elegiaco di ogni nostro emigrante, pure di mio fratello costretto a lasciare la sua terra. E la notte dell’Innominato mi ha emozionata fino alle lacrime per la tragica umanità che la percorre. Ritengo anche che a scuola vada letto Manzoni, non ad esempio Alvaro, nonostante le ciance che si sentono in giro in questo nostro tempo a proposito di dialetti che dovrebbero essere studiati nelle scuole e di autori minori, preziosi certo, ma che nella formazione dei giovani non possono sostituire i grandi della letteratura come da parecchie parti invece si vorrebbe. Mi sento perciò intimidita quando ora sono costretta a parlare o a riflettere sull’unità nazionale, messa  in discussione da anni ed ultimamente, fra l’altro, dalla richiesta pressante di trasferire ministeri al Nord o dalla solitudine (emblematica ) in cui il governo sceglie di lasciare Napoli. Sono a disagio, come se a scommettere sull’Unità fossimo solo i meridionali, bisognosi di essa in misura maggiore rispetto alla parte ricca del paese. Sono cresciuta condividendo il pensiero di chi parlava di questione meridionale, che però mi sembrava non una rivendicazione querula delle regioni disagiate ma qualcosa che l’Italia tutta aveva bisogno di risolvere, per essere uno Stato più forte e democratico. Adesso mi sento mortificata, smarrita ed imbarazzata, come se si contestassero dati naturali, quali il fatto stesso che esisto o che sono donna: un doloroso senso di esclusione mi pervade. Ha ancora l’Italia un’idea di sé unitaria, ha ancora la necessità ideale ed economica di essere una? O l’Unità è difesa ormai soltanto dai meridionali in quanto più poveri? Io sono meridionale e una meridionale che non crede che il Sud sia pieno di virtù ( consapevolezza, questa, che aumenta il mio disagio nel sostenere l’unione), ma non sono una che desidera essere assistita: lavoro, pago le tasse, rispetto la Costituzione e sono cresciuta sentendomi naturaliter italiana. Mi sono formata su Dante e Manzoni e non sul mio pur importante Alvaro. Posso perciò dire che sono contraria alla svendita dell’idea stessa di Paese che Berlusconi sta concedendo sempre più a Bossi, senza destare il sospetto che lo faccia solo perché sono una povera meridionale interessata a stare legata al carro dell’Unità, avida di essere assistita e mantenuta? Ho bisogno che l’idea unitaria sia condivisa, che sia un sentimento collettivo. Ma se lo è, perché permettiamo lo scempio voluto dalla Lega?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...