Come picchiare i bambini


Qualche maestra di Mileto sotto indagine ammette di aver colpito il bimbo, ma in maniera differente da quanto scritto nell’informativa dei carabinieri. Questi distinguo e tanta sagacia cultural-pedagogica feriscono come uno schiaffo. Fino agli anni ’60 del secolo scorso era usuale picchiare i bambini, addirittura veniva considerato educativo: Mazzi e panelli fanno i figli belli, pane senza mazzi fa i figli pazzi. Quando ero piccola, malmenavano maestri e genitori. Tra i genitori c’era chi per punirli arrivava a legare i figli, chi li batteva con violenza perdendo a volte il controllo di sé, chi invece diceva, ponendosi almeno delle regole e preparando il terreno ad una progressiva scomparsa delle misure coercitive come mezzo formativo: “Non bisogna picchiare i bambini sulla testa o sulle spalle, ma sulle natiche o sulle mani”. I miei familiari appartenevano alla schiera dei picchiatori, diciamo così!, progressisti e quando qualcuno tra loro voleva darmele io mi mettevo a correre, ma mi veniva urlato: “Fermati, perché ti devo picchiare e se non lo fai, quando ti raggiungerò, ti picchierò il doppio”. Con la desolazione nell’animo mi fermavo, ma la minaccia mi sembrava il massimo dell’ingiustizia perché mi obbligava alla sottomissione. Oggi dovremmo aver fatto tanta strada sulla via del riconoscimento dei diritti degli altri, specie dei deboli, dell’infanzia, dei vecchi, delle donne. Invece i bambini sono ancora picchiati, soprattutto in contesti sociali violenti e arretrati come quelli di molte zone della Calabria o quando gli adulti sono incapaci di mostrare nel modo corretto le linee di comportamento ai piccoli loro affidati. Quanto alle scuole, è evidente che gli  operatori non sempre vengono a sufficienza formati per lo svolgimento del proprio compito e che non sempre hanno la consapevolezza di essere dei lavoratori che devono farsi guidare dalle norme dell’etica professionale, non dall’estro e dagli impulsi personali. E’ pure chiaro che sovente l’ istituzione scolastica non è una roccaforte delle regole democratiche e del progresso, nella quale si creda e si educhi al senso civico ed allo stare in comunità. In Calabria a quanto pare essa, al pari purtroppo di altre nostre fondamentali strutture pubbliche, può manifestare e perpetuare arretratezza culturale, mancanza di professionalità e – checché si dica del nostro buon cuore – di humanitas.

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