I miei aedi: racconti di donne contadine attorno a na rota


Non ho mai scordato l’inverno del ’64-’65 quando, in seconda media, ad un improvvisato tavolo da disegno io mi esercitavo ogni sera a ritrarre figure semplici, per tentare di disegnare decentemente, visto che l’insegnante della per me ostica disciplina mi aveva minacciata ( credo scherzosamente ) di farmi perdere la borsa di studio che avevo vinto con un elaborato scritto. Ricordo l’album, un libro da cui sceglievo le immagini meno complesse da riprodurre, la pazienza con cui cercavo di far divenire leggera la mia mano maldestra, la scodella che mi mettevo vicino colma di olive salatissime e saporitissime che con gusto rosicchiavo durante la sera ( ah, come si poteva mangiare calabro a quell’età! ). E alle mie spalle avevo un canto di donne: attorno alla rota con il braciere, un po’ di fumo e qualche tizzone sempre dispettoso che faceva lacrimare gli occhi, si radunavano le mie vicine, per risparmiare sul riscaldamento e sulla corrente elettrica. Una mia zia infatti, che però non era più ricca delle altre, portava a casa in un secchio le braci prodottesi durante il giorno al focolare di campagna. Ancora la TV non era nelle nostre case ( nella zona dove abitavamo ne ricordo solo due ), ma a quel tavolo io stavo bene: caparbiamente disegnavo ed intanto ascoltavo i discorsi delle donne alle mie spalle e le loro fantasie. Le udivo parlare delle nascite, della vita, della morte,  di ciò che nel sonno vedevano, dei luoghi di lavoro, di malocchio e  sdocchjare, di porrietti miracolosamente spariti dalle mani grazie ad intrugli miracolosi. Gli uomini erano intanto nelle bettole ( ‘U Sergente, L’Acquaru ) o ai circoli ( Circolo Cacciatori ), mentre le donne attorno al braciere chiacchieravano ed eseguivano lavoretti. Mia madre quell’anno mi fece coi ferri un paio di deliziose scarpe rosse per la notte ( la lana era ricavata da un maglione per me ormai piccolo: non si buttava mai niente e riciclavamo tutto! ); qualche vicina invece filava, altre facevano la calza, qualcuna insolitamente stava con le braccia conserte. Erano contadine, artigiane ( tessitrici o ricamatrici ); alcune erano sposate, altre no. Veniva anche una signora che negli occhi aveva la saggezza di chi molto ha dato e di chi ha avuto una vita differente dalle altre. Ella conservava tracce di un’antica bellezza e la sua pelle era diafana, mentre i capelli apparivano con cura acconciati. Si trattava di una popolana alla quale si dava il titolo nobiliare di un uomo potente del paese di cui in gioventù era stata l’amante: il titolo era quanto le rimaneva di una giovinezza consegnata al sedicente nobile, un regalo mal ripagato perché l’uomo – passato il furore giovanile – l’aveva rimandata a casa senza risorse, con “una pezza davanti ed una dietro”, come si diceva. La sua doveva essere una condizione di particolare indigenza: cominciavano ad arrivare in quegli anni le prime pensioni di anzianità, ma a lei nessuno aveva versato i contributi per quella sua vita passata in casa del notabile in cambio di un tetto sulla testa e dei tre pasti quotidiani. Le altre, anche se tutte donne che avevano conosciuto il solo marito o erano vergini, alcune delle quali a cinquant’anni vagheggiavano di potersi ancora sposare, non le facevano domande indiscrete. Accennavano al passato, ma mettendo in evidenza la sua sofferenza di “rifiutata” non una sua “colpa” per aver deviato dalla norma sessuale comunemente accettata. Comprendevano che si trattava di un doloroso dramma sociale e di tale aspetto parlavano, non della sessualità, sebbene in qualche modo sentissero che la donna era passata attraverso un territorio della seduzione a loro sconosciuto. La comunicazione avveniva non su quanto le rendeva diverse, ma su ciò che le univa (l’appartenere alla stessa  povera condizione sociale ed allo stesso sesso femminile a quei tempi in vario modo conculcato). E anche lei nei discorsi restava con dignitoso garbo su questo terreno neutro. Comunque io ricordo che quando ero piccola esistevano a Cortale altre serve-amanti, donne non ricche ma belle di cui si erano impossessati i notabili che non desideravano sposarsi.
A casa mia si trascorrevano dunque le serate tra chiacchiericci concernenti i sogni, l’aldilà, i vivi ed i morti. E si udivano anche grandi risate. “Ho sognato l’altra notte a cummare Lavretta, bonanima, e le ho chiesto chi vvita si tire a l’attru mundu“. ” E chi vi rispundiu?” “Mi ha risposto che il lavoro che facciamo sulla terra dovremo farlo nell’altro mondo. Futtuta, ho esclamato io: se devo lavorare come mi tocca fare qua sulla terra, povera me!”. Ricordo anche che raccontavano del loro andare in campagna per lavorare e che quei campi ad ogni crocicchio, ad ogni burrone, ad ogni piè sospinto, erano abitati da fantasmi che regolarmente si facevano vedere dalle contadine. Va’ a capire cosa può immaginare e creare l’uomo! I latini si figuravano tutti i luoghi occupati da ninfe e divinità ed Esiodo addirittura discorreva con le Muse! Anche i parti a Cortale non sempre erano eventi normali. Stando ai racconti sentiti in quelle mie sere soavi, soprattutto le donne più ricche spesso partorivano esseri mostruosi: mezzi diavoletti che bisognava rincorrere nelle stanze, esseri metà umani e metà serpenti. Dei monstra, degli esseri prodigiosi che, come compiendo una fatica degna di Ercole, bisognava far morire affinché non fossero dannosi. Io non so se si adombrassero in tal modo gli inconfessabili e indicibili aborti procurati o se i poveri immaginassero pure la nascita dei ricchi strana, come il loro tenore di vita. Le stesse persone, che così fantasticamente parlavano e pensavano, decidevano anche di mandare i propri figli a scuola: in paese cominciavano ad arrivare dalla Svizzera i soldi mandati dai nostri emigrati, grazie ai quali tanti figli di contadini abbiamo in quegli anni potuto studiare.
In quella nostra società continuamente immaginato era soprattutto l’aldilà e sulla terra era un continuo andirivieni di morti, realizzandosi in questa maniera l’antico sogno di Orfeo. Si diceva che quando uno moriva venisse accolto nell’oltretomba da tutti i suoi parenti defunti. Per i vivi si addolciva così il dolore per la nuova perdita ed era bello credere che il proprio caro non fosse da solo nel momento del trapasso. Era altrettanto una meravigliosa “corrispondenza d’amorosi sensi” il ritenere che i morti continuassero a pensare ai familiari ancora in vita. Quando si verificava qualche decesso, c’era infatti sempre qualcuno che giorni prima aveva sognato un parente defunto che si era mostrato particolarmente triste. I morti cioè preannunciavano, anche se oscuramente, le disgrazie ai congiunti che continuavano ad amare, ma non avevano il potere di evitarle. “Non è che non vogliono, non possono”, si diceva con elegiaca bellezza in quel mondo contadino che forse aveva avvocati difensori solo i propri morti. Ad un ormai deceduto nemico ( perché era un mondo con solidarietà, ma anche con forti inimicizie, visto che l’esistenza era dura ed amara) si augurava invece “Mu piste fierru!”, cioè di lavorare il ferro rompendosi in perpetuo la schiena per la fatica. Si auspicava dunque che il nemico subisse le pene dell’inferno, che ben si si sapeva  immaginare, visto che lo si viveva in terra. Le donne sedute attorno a quella rota erano tutte credenti: si distinguevano fra chi era più praticante e chi meno, mia madre sosteneva tra chi aveva tempo libero e chi no. Ma nella loro religiosità c’era del paganesimo e come un felice sincretismo in cui convergevano cristianesimo, credenze magiche, saggezze popolari, acquisizioni millenarie., ecc. Ad un parente, spesso un figlio, che si presupponeva sarebbe stato il proprio erede ed a cui si davano disposizioni per il futuro, si intimava affettuosamente: “Se una volta che sarò morto tu non farai come dico io, tornerò e ti tirerò dai piedi”, cioè lo si minacciava di trascinarlo con sé nel buio dell’oltretomba. Non molti anni fa, una signora si era inventata un mestiere, perché veniva nelle case e diceva di avere sognato i nostri morti, i quali avevano chiesto, ad esempio, un caffè. E tutti, pe l’anima de li muarti, davamo quanto chiesto ad una persona che in un mondo di emarginati era chiaramente un po’ più ai margini degli altri.
La civiltà contadina e le donne del mio inverno di pittrice incapace possedevano in verità l’arte del raccontare. Ai funerali di mia madre, durante la veglia notturna, le donne fino al mattino hanno bisbigliato con consumati bizantinismi sul dover o non dover dare ai nascituri i nomi dei nonni. Era un rispettoso chiacchierare che in qualche modo indicava che la vita ritornava a chi era immerso nel lutto. Invece io e mio fratello, che avevamo potuto passare la vita sui libri, eravamo muti, annichiliti dal dolore. Quando risento dentro di me le risate di quelle donne che chiacchieravano attorno a nu vrascieri, l’unico conforto per me, che non ignoro e non dimentico l’ingiustizia e la sofferenza insite nel loro vivere, è il sapere che sono miracolosamente riuscite come tutti sulla terra ad essere a volte contente. Se quelle donne sono adesso da qualche parte, spero che non debbano più lavorare e che beatamente si divertano: futtuta, c’è giustizia anche se tardiva, amiche mie! Allorché rammento quel canto che ha accompagnato il mio paziente disegnare in quell’inverno del ’64-’65, unisco al mio affettuoso ricordo un’idea che mi è cara: a proposito di Omero a me piace pensare che abbia ragione il vecchio Vico, il quale ha sostenuto che tutto il popolo greco sia stato creatore e narratore dei due divini poemi. Anche quelle donne raccolte attorno a na rota  sono prova dell’inesauribile capacità creativa della fantasia popolare, la quale si trova sovente all’origine dei generi letterari più importanti. Mariuzza, Bettina, Tiresuzza, Francischina: sono le mie donne-aedi, le mie aedi del cuore. Amo credere che  in quel femminile momento di ritrovo serale a casa mia abbiano saputo essere felici, nonostante la povertà. Io a quel tavolo, nel cercare di migliorare se non la mia capacità di disegnare almeno quella di rendere il tratto della mia matita meno pesante ( solo per la buona volontà ho avuto quell’anno l’ unico otto in disegno della mia vita! ), con alle spalle loro ed il loro canto, sono stata in armonia con la vita, perché a Demodoco, aedo divino, un dio donò in sommo grado il canto, a darci diletto, comunque il cuore lo spinga a cantare

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