I nostri poveri e le nostre urla


I giornalisti portavano la lieta novella ai poveri: Domani avrete lo stesso menu del papa! ( sarebbe stato dirompente: Domani mangerete alla stessa mensa del papa! ).
Assistendo al servizio televisivo, dovevo confessare a me stessa che non avevo mai compreso che Lamezia Terme avesse tanti poveri e non avevo mai pensat0 che lo fossero al punto di dover mangiare in casa altrui. Credevo che un tale tipo di miseria fosse tipico delle grandi metropoli, dei grandi numeri e spazi. La macchina da presa si muoveva, invece, in una struttura di carità e senza riguardo mostrava le persone: si trattava di giovani, di bambini, di anziani, di uomini e donne privi di denti, corpi che rivelavano la fatica e gli stenti, un po’ il simbolo e uno spaccato di questa Calabria che si prevede divenga un deserto, perché abbandonata dai  giovani qui sempre più senza futuro.
Quel 9 ottobre gli indigenti di Lamezia Terme hanno dunque mangiato come il papa. Adesso, chissà!
E’ da dire, tuttavia, che durante la visita del pontefice noi calabresi non abbiamo fatto una brutta figura e che siamo stati capaci di reggere la scena mondiale. Anzi, gli ori e lo sfarzo traboccavano come fossimo nababbi e la scenografia della liturgia ecclesiastica c’era tutta ed era pomposa e risonante.
Ma quei poveri, che per un giorno hanno desinato sontuosamente, fanno vedere un’altra verità e dicono che non possediamo ricchezze da ostentare. Così come Serra San Bruno non è solo il silenzio dei monaci che porta alla scoperta di sé ed al rapporto con Dio, come si è troppo raccontato negli ultimi giorni. In quella provincia si urla e si uccide ferocemente come lupi e qualche ragazzo, questo sì, scompare nel silenzio.
Il 9 ottobre  in realtà in Calabria si è assistito ad un rito e ad un discorso tutto funzionale alla strategia della Chiesa, la quale ha pure avuto modo di rivolgere al suo gregge l’invito a essere protagonista della vita pubblica e di inviare un segnale di sfiducia a chi è al governo in Italia, in questi anni parecchio appoggiato dalle gerarchie religiose. Il costo dell’organizzazione del grande evento è però ricaduto soprattutto sulle spalle delle strutture statali. In cambio, il potere politico locale, responsabile del degrado della nostra regione, ha avuto l’occasione opportuna per la sua pia sfilata. Nell’area ex Sir, uno degli emblemi del fallimento dell’illusione industriale calabrese, le autorità erano difatti tutte schierate per essere benedette e legittimate, come degli innocenti unti del Signore. Ed il pontefice non ha condannato i regnanti: le sue parole sono state generiche e nessun responsabile degli innumerevoli nostri disastri è stato biasimato e sconfessato, né ecclesiastico, né laico, neppure mafioso. A loro volta, i regnanti si sono tutti genuflessi, alla maniera di felici vassalli dello Stato Pontificio.

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