Alla sera: preghiera contadina


Mi curcu cu Dio, cu Marcu ( Matti ) e ccu Mattia,
cu Pietru e ccu Giuanni, Gesù Cristu mu mi accumpagne ( accumpagna ).

A lu capizzu Gesù Cristu, a li piedi S. Michieli,
a li canti nce su’ li Santi, ammienzu la casa la Cruce vattijata,
arriedi la porta l’Angiulu fhorte, a lu varrile l’Angiulu chi bbive,
a la scala l’Angiulu chi anchiana, a lu tavulatu Santu Fhortunatu,
a li ceramidi Santa Catarini, ammienzu la via la Vergine Maria.

Cu ttia mi curcu, matre de Cristu, e ccu ttia mi addormiantu,
sacciu la curcata, no ssacciu la levata,
anima mia tu si raccumandata.

O Angi(u)lu de Dio, tu (chi) (s)si cumpagnu mio,
mi accumpagnasti oje, accumpagnami stanotte,
lu Nimicu nommu mi accoste ne ppe strata e nne ppe via,
nemmenu a l’ura de la morte mia.

Io mi addormiantu e mi ripuasu,
Cumpessione, Cumunione, Annolione, Uagghiu Santu,
lu Patre, lu Fhigghiu e lu Spiritu Santu,
e mmó chi aju sti amici fhidili, la cruce mi fhazzu
ca vuagghiu dormire (dormiri)

Nella ricorrenza della commemorazione dei morti, o quando li si voleva personalmente ricordare, si aggiungeva :

Muarti Santi, bon trovanti, annolianti
vi salutu ( a ) tutti quanti
cumu eravu ( ierivu ) nui simu
cumu siti nui saremu (sarimu)

Questa preghiera a Cortale veniva recitata ogni sera, prima di addormentarsi, da una contadina nata nella seconda metà dell’Ottocento e morta nel 1954; la figlia, pure contadina e deceduta nel 1981, ha continuato a recitarla tutte le sere della sua vita. Le diverse generazioni dei nipoti, che hanno vissuto e dormito nella stanza delle due donne ( quando erano piccoli nello stesso letto ), hanno richiamato alla memoria e ricostruito la preghiera che ha accompagnato le loro infanzie e giovinezze, successivamente essa è stata messa per iscritto ( indicando i casi in cui le forme ricordate dai discendenti presentano tra loro qualche leggera differenza ). La recita avveniva ad alta voce e generalmente i nipoti non disturbavano il devoto rito, solo ogni tanto chiedevano alle amate parenti se potevano abbreviare, ma anche questi ragazzi, che pure erano attratti inevitabilmente da altre idee e fedi, vedevano la stanza popolarsi di tante entità amiche e magiche e divenire fiabescamente accogliente.
A parte il futuro finale in cortalese non esistente ( in altri luoghi del Sud si ha duve siti nui venimu ), la preghiera è in dialetto e la trasmissione avveniva oralmente, come testimoniano le varianti tra quella ripetuta dalla donna più anziana, che ad esempio diceva cu Marcu e ccu Mattia, e la versione della più giovane, la quale ha cu Matti e ccu Mattia, variazione con meno significato e che indica l’esistenza a volte nel testo della pura ricerca della rima o dell’assonanza o allitterazione. Il dialetto sembrerebbe mostrare una nascita in ambito contadino e un’appartenenza a tutta una comunità: non si tratta certo dell’ideazione di una singola famiglia ed anzi la struttura ed i motivi sono presenti in parecchi luoghi della Calabria e in Sicilia, il che è indice di una lenta e sedimentata formazione collettiva che, in una vasta area geografica, ubbidiva incredibilmente agli stessi stilemi e schemi concettuali e creativi, anche se nel modello di base ogni paese introduceva qualche tratto peculiare e distintivo(1). La lingua del nostro testo farebbe pure pensare che la creazione dell’orazione sia avvenuta al di fuori della Chiesa ufficiale ( se non del suo pensiero ). Una qualche libertà immaginaria e spontaneità ha difatti questo aleggiare per l’aria di figure come in un quadro di Chagall ( contemporaneo delle due contadine! ), una libertà che richiama il mondo pagano. Il paganesimo che, si ricordi, non ha parlato solo degli dei olimpici e del loro  avere gli stessi difetti degli uomini, ma ha dato il pensiero raffinato di Seneca e ha condotto Nock a mostrarci la conversione dell’antichità come un continuum e presentarci una sensibilità pagana che nel corso del tempo in vari modi si converte e muta ed accoglie alla fine il cristianesimo ( inglobandolo ed essendone inglobata ) non per effetto di miracoli, ma quasi naturaliter, perché ha già in sé tutti presenti gli elementi della Conversion e l’ansia di salvezza. Tanti aspetti e credenze del paganesimo la Chiesa in seguito non poté evitare che, nel corso dei secoli, permanessero nella mentalità, soprattutto nei semplici e nelle campagne. E questa preghiera contadina in cui, insieme a quella di Dio, si ha la presenza di tanti Santi che proteggono ogni angolo e momento della vita non è differente dalla religiosità che nell’antica Roma portava a percepire l’universo come popolato da forze vitali e che per ogni momento dell’esistenza rinveniva una divinità protettrice: il focolare era presieduto da Lari e Penati, il contadino invocava Messor quando doveva mietere, Vitumnus governava la vita, Cunina vigilava sui bambini nella culla, Educa assisteva il piccolo quando mangiava per la prima volta, ecc. Una folla di divinità dunque a Roma, una plebs deorum, oltre agli dei pubblici. Ma la nostra preghiera è certamente anche interna alla Chiesa ed anzi miracolosamente ( perché non sappiamo come tutto ciò arrivasse a persone analfabete ) è francescana, giacché pervasa da un sentimento francescano della vita. Senza dubbio un rapporto utilitaristico è da presupporre sempre quando l’uomo si rivolge alla divinità ( Dacci oggi il nostro pane quotidiano), ma in questa poesia religiosa non è chiesto niente ( se non la protezione dal Nimicu ) e c’è anzi in essa quasi un ringraziamento ed un’espressione di gratitudine, come in Francesco d’Assisi. Vi aleggia soprattutto una soave e beata letizia francescana, una dolce tranquillità derivante dalle sante presenze nell’esistenza di queste contadine. La poesia è bella, di quella bellezza che viene dall’ingenuità ( dopo Vico, intesa come fase dell’umanità caratterizzata dalla purezza e fanciullaggine creativa), ed è interessante perché ci aiuta a ricostruire qualcosa di uno stadio antico dell’immaginario religioso dei nostri contadini: esprime felicità, ma anche la consapevolezza della vita e della morte, perché l’ingenuità non esclude la cognizione del dramma insito nell’esistenza umana. Non è assente difatti la coscienza della precarietà della vita e, nelle ultime due strofe, di quel momento buio che è la morte ( da cui nullo homo vivente pò skappare diceva Francesco, inquieto alla fine del suo Cantico). Il rapporto con la divinità è inoltre immediato: in un mondo contadino che aveva tutti gli altri superiori ed a tutti dava del “voi” ( anche al proprio padre ed alla propria madre), si dava del “tu” all’Angelo. Si ricordi del resto il dacci oggi il nostro pane quotidiano del Pater Noster e, sul versante pagano, il sii mia alleata! con cui  Saffo si rivolgeva ad Afrodite. In Saffo e nelle due nostre contadine c’è anzi la stessa confidenza con la divinità e la stessa fiducia nel suo aiuto. Misteri e grandezza dell’animo umano: è proprio vero che nei momenti alti, quando la vita ha la grandezza della poesia, i supremi ingegni ed i cuori semplici raggiungono le medesime altezze!
C’è all’inizio della preghiera la dichiarazione di una vita vissuta all’insegna della fede in Dio, la tranquillità e contentezza per le presenze amiche e l’augurio che anche Cristo sia compagno (mu mi accumpagne [accumpagna], un bel congiuntivo desiderativo). Nella seconda strofa, che è il  fulcro e la parte più bella dell’orazione, le presenze amiche quasi si materializzano nella stanza: ne deriva un senso di felice sicurezza, beatitudine e dolcezza quasi estatica. Oltre all’arcangelo Michele, si notano anche ben tre angeli, uno dei quali, l’Angiulu fhorte, sta a difesa della porta: tanto grande fuori da quella povera casa era la propria solitudine, inerme rispetto ai potenti della terra! Nella terza strofa, in cui è Maria la protettrice, è espresso il senso della precarietà dell’esistenza ed il pensiero va alle sorti dell’anima, unica preoccupazione in tanta beatitudine. Nella quarta strofa, compagno della propria vita è l’Angelo de Dio ( l’angelo custode ) e, contro il nimicu, a lui si chiede di essere vicino anche nell’ora della morte. Numerosi, troppi, erano i nemici che infestavano la strada e la vita dei poveri, ma il contesto sembra indicare che qui si tratti del Nemico, di Satana, l’Angelo ribelle, e che in questa parte del testo si esprima il desiderio che l’anima si possa mantenere pura e lontana dalle tentazioni, anche nel momento supremo, la morte. Che l’Angelo protettore vinca l’Angelo ribelle! Francesco aveva detto: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali. Nell’ultima strofa torna l’idea dell’addormentarsi e riposarsi alla sera in tranquillità ( una struttura ad anello, tipica degli inni alla divinità e presente spesso nella grande poesia, che dalla tradizione e cultura popolare trae alimento e forme ). E la propria vita la si vede attraversata da tanti amici fhidili e segnata dai Sacramenti principi: Confessione, Comunione,  Annolione ( Estrema Unzione, inoliazione), Olio Santo ( non credo si tratti di una ripetizione: il glossario della media e bassa latinità, forse distinguendo momenti differenti del rito destinato agli infermi, dice communicatus et oleatus, ricevuta la comunione e l’olio ). E si richiama pure il mistero della Trinità: Padre, Figlio, Spirito Santo, amici fhidili assieme a tutte le altre sacre presenze nel testo menzionate. Il segno della Croce, simbolo massimo di Cristo, poneva fine alla faticosa giornata ed alla preghiera, che può certamente definirsi poesia religiosa. L’aggiunta, che con altrettanta devota pietas le due donne facevano spesso per ricordare i loro defunti, vedeva una nuova categoria di Santi, i morti chiamati annolianti ( impartivano essi l’estrema unzione, come ministri religiosi? ), i morti con cui tanto questo mondo popolare rimaneva in affettuosa relazione. E, ancora, due versi sul succedersi delle generazioni degli uomini, che potrebbero paragonarsi ad un epigramma posto sulla tomba di un vecchio notabile cortalese, all’incirca negli stessi anni in cui madre e figlia pregavano: O tu che leggi datti pure il vanto/ Se ancora ignori quanto è amaro il pianto/ Ma pensa almeno che la vita è fiore/ Che nasce e presto intisichisce e muore. Ma le parole dell’epigramma sono cupe, quasi minacciose, ed io nel leggere gli ultimi due versi contadini preferisco ricordare, vista la gioia che sembra animare il precedente vi salutu ( a ) tutti quanti rivolto a chi non c’è più, la semplice e pacata constatazione in Omero di un fatto naturale, concernente il destino mortale degli uomini: Quale la generazione delle foglie, tale è quella degli uomini; /le foglie, alcune ne getta il vento a terra, ma altre la selva/ fiorente nutre quando viene primavera;/ così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra svanisce.
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(1) Esempi di antiche preghiere da Miglierina, Sellia, Reggio Calabria, Sicilia, Castel di Lucio ( ME)

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