Sul linguaggio dei dirigenti cortalesi e sul cavallo


La delibera n° 79/2011 ha per oggetto l’incarico che “per la tutela degli interessi dell’Ente” il comune dà all’avvocato Giuseppe Pitaro nella controversia con gli eredi del palazzo Cefaly, i quali riguardo alla vendita di esso hanno “aspettative discordanti”.
A Cortale le delibere si continua a congegnarle in maniera oscura, come se potessero essere anche ai giorni nostri un grigio fatto burocratico destinato a pochi, un mero adempimento e non un documento che va on-line e che quindi diventa per i cittadini strumento principe per la conoscenza dei fatti amministrativi. Dalla n° 79/2011, per esempio, non emerge perché “dal legale di uno degli eredi ” sia giunto al comune un “atto di diffida stragiudiziale”; allo stesso modo chi legge non comprende che cosa significhi che una parte della famiglia voglia vendere o concedere in comodato ed un’altra abbia “aspettative discordanti”. L’affaire sarebbe bene invece fosse chiaro, poiché non si tratta di vicende private o di una puntata di Beautiful, ma di soldi pubblici che si intendono caparbiamente spendere in un’operazione senza senso: palazzo Cefaly è il nostro Ponte sullo Stretto, insomma. Di uguale assurdità e, oltretutto, in un periodo di vacche sempre più magre. Nonostante il linguaggio di questa delibera risulti dunque oscuramente burocratico, tra le righe si coglie l’ostinazione del comune, che prosegue nella sua marcia trionfale tesa alla compera dell’immobile ed anzi fonda tutta la sua azione culturale sul nome dei due Cefaly, come se la cultura fosse eventi e spettacoli e non azione continua e capillare che va ad incidere nella formazione, nella politica scolastica, ecc. Nell’atto si afferma anche che l’acquisto del palazzo è giustificato dai “beni artistici in esso conservati”. E invece si sa che tutto o quasi è stato già venduto dalla famiglia ( che non ha mai considerato il suo patrimonio un bene di interesse pubblico da salvaguardare) e che per vedere un dipinto di Cefaly senior quest’estate il comune ha dovuto spendere fior di quattrini in un’operazione faraonica. Ma leggendo con maggiore attenzione la delibera viene da pensare che forse ci si sbaglia a criticare l’acquisto: ad un certo punto è scritto che alcuni eredi “sono disponibili a vendere o a concedere in comodato al Comune l’immobile de equo”. Proprio così: de equo. Qualsiasi studente, anche il meno bravo in latino, visto il contesto tradurrebbe: a proposito del cavallo. Vuoi vedere che nel palazzo ( o nel giardino del palazzo ) pascola un bel cavallo? E’ possibile che noi facciamo tutti questi sforzi per un equus ?
Diceva Renzo Tramaglino a don Abbondio che lo voleva far confondere : “Si piglia gioco di me?”, “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”. Il giovane sentiva che in chi occupa il potere il linguaggio può essere mezzo di sopruso e prevaricazione. Anche a Cortale, dove ci si trova di fronte ad una nuova forma di potere ( boriosa, saccente e di parte, ha come interlocutori pochi ed usa con scarsa finezza una comunicazione astrusa ), alcune persone per vari motivi stanno facendo resistenza alle parole e all’azione di coloro i quali si considerano i potenti locali. Le delibere delle amministrazioni, infatti, come tutti i documenti, rivelano le realtà, anche quando lo scopo di chi le emette non è l’informazione e la trasparenza. E da qualche tempo tali atti testimoniano da noi l’esistenza di semplici cittadini che contro il comune reclamano ( non sappiamo se a torto o a ragione ), intentano cause, alcuni addirittura vincono: sono i nostri sparuti indignados, nell’assenza assoluta dei partiti. Forse non tutto nel nostro paese è tranquillo. Possano a Cortale crescere i Renzo Tramaglino! Ed urlare al potere: “Si piglia gioco di me?”

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