Rohlfs a Curinga, per le strade della Calabria


Sono andata a Curinga per la mostra sulle fotografie fatte da Rohlfs nella Calabria povera degli anni Venti e Trenta del Novecento e mi sono emozionata di fronte a quelle gigantografie potenti, che sono un documento inestimabile sul nostro passato ed aiutano noi calabresi, che spesso non abbiamo consapevolezza e memoria, ad essere meno sperduti nei luoghi in cui viviamo. Ho trovato in esse la grazia e il linguaggio poetico di mia madre, la dignità di mio padre, le favole delle mie zie, il coro dei miei vicini e degli altri cortalesi della mia infanzia contadina, me stessa bambina con la mia voglia di studiare anche per andare oltre quella miseria ma che, una volta cresciuta, mai ho rinnegato quel mondo e dimenticato le ansie di rinnovamento e giustizia che lo attraversavano. Ho riconosciuto nelle foto del noto glottologo la realtà amara del Meridione da cui i nostri, troppi, emigrati sono fuggiti. E nel guardare la bellezza che tuttavia emerge da esse mi sono detta: “Queste immagini non mentono, è vero, questa maestosità è esistita: adesso, dinnanzi all’opera di Rohlfs, io so più scientemente che l’ho vista e respirata nella Cortale pur poverissima ed inquieta degli anni Cinquanta!”. Potenza dell’arte, che sa cogliere e definire quanto altri non vediamo o intuiamo soltanto!
Portate i ragazzi a Curinga: non dategli un dialetto mistificato e mal ricostruito, non offritegli le tante saghe che non svelano niente di noi, rifiutate le letture banalmente folcloristiche del nostro passato. Insegnategli che anche le vite senza la ( cosiddetta ) grande storia hanno una storia se qualcuno la vuole restituire alla memoria ( a patto che, a tal fine, studi e ricerchi ), mostrategli quelle fotografie ( una ritrae anche donne cortalesi ) e diciamogli da dove veniamo e chi siamo. Alcune immagini hanno un respiro corale, sembra che le persone raffigurate si raccontino ancora e siano fra noi. Non è un racconto agiografico, ma un racconto vero e nello stesso tempo poetico ed esteticamente bello. Si tratta di poveri, ma Rohlfs ritiene interessante quella civiltà contadina e vede in primo luogo persone, umanità, cultura: di questo si accorge e questo ritrae, sicché quegli uomini, quelle donne, quei bambini non appaiono indigenti. E’ come se si ergessero sopra la loro miseria, ancora parlanti della loro realtà ma consegnati per sempre a una dimensione artistica di bellezza e perfezione, fuori dal tempo e dallo spazio. Rohlfs ha saputo guardarci e contribuisce perciò a restituire noi stessi a noi stessi. Ha narrato visi, profondità di sguardi, gesti, corpi, ambienti, i lavori, i diversi mestieri, i vestiti, la vita quotidiana, ha ritratto un popolo dignitoso e dolente, ed allo stesso modo ha studiato un fenomeno collettivo, il dialetto calabrese, sentendone la ricchezza espressiva e rivelandone in un certo senso lo statuto di lingua. Il suo lavoro può far riflettere tuttora sui grandi effetti che sono capaci di produrre nella coscienza comune le operazioni storiche, quando sono condotte dall’indagine rigorosa e dalla cultura. Il resto è mistificazione e mercimonio.

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