Enrico e il suo specchio magico


I suoni nelle vie cambiano a seconda dei tempi e quelli di cui risuonavano le strade degli anni Cinquanta del secolo scorso erano ben diversi da adesso. Per le vie di Cortale non si aggiravano solo i residenti e nel mio cuore restano, come amabili figurette votive, delle persone provenienti dai centri vicini le quali  per il paese qua e là si vedevano ed esercitavano mestieri oggi spesso scomparsi. Potevi incontrare i carbonai che scendevano dalle montagne, il viso pieno di fuliggine; la signora di Caraffa con il suo bel costume che passava per i vicoli con una gerla piena di fichidindia che scambiava con le nostre patate e portava anche radica di ottima liquirizia che i bambini deliziati succhiavamo finché rimaneva un’erbetta secca secca; c’era il signore con l’organetto e un uccellino che con il beccuccio traeva da un cesto bigliettini dai colori naif sui quali le ragazze trovavano scritta la predizione del loro futuro, a fortuna; da Maida veniva ogni tanto il fotografo, con la sua grande macchina ed il telo sotto cui si nascondeva misteriosamente quando doveva scattare la foto. E c’era Enrico, u capiddaru, che in cambio dei capelli offriva piccole cose utili nelle nostre povere case. Cangiativi i capiddi, u capiddaru passe! U capiddaru, donne, u capiddaru! Fino agli anni ’70 io ricordo la presenza dei capiddari, il cui genere di mercanzia si era però via via modificato negli anni. Mia madre conservava nta nu grupu de u muru, in un buco del muro esterno della casa, i capelli che raccoglieva attentamente ogni volta che si pettinava. Si diceva che dalla chioma delle donne così barattata si ricavassero le parrucche per le bambole ( ricordate quelle bambole che negli anni Sessanta si cominciò a porre in mezzo al letto anche a Cortale? ). Mia madre usciva sempre come per una festa al richiamo dei capiddari e ad un certo punto cominciò a portare dentro, felice del commercio, vasche di plastica, cestini di plastica, scodelle, ogni sorta di recipienti in plastica. Adorava la plastica: gli oggetti non si rompevano, si pulivano più facilmente, pesavano meno in testa ( vi pare poco? ) durante i trasporti, un compito quasi esclusivamente femminile,  e –  soprattutto – non costavano niente: ci si pettinava ed in premio si avevano tanti begli utensili colorati che nella magra economia contadina non si sarebbe stati in grado altrimenti di acquistare. Ogni discorso sull’ecologia era a proposito remoto! Ma questo tipo di lavoratori che ci facevano conoscere la plastica era ormai differente e più moderno, oltre che dotato di un mezzo motorizzato, rispetto al più antico capiddaru che rammento. Si chiamava come dicevo Enrico e negli anni Cinquanta camminava nei nostri vicoli con al collo attaccata una cassetta che gli pendeva sul petto nella quale aveva specchi, spille da balia, ago e filo per cucire, bottoni ( nimiaddi e matraperli ), elastico ( a lastica ) che serviva per mutande e gonne. Portava sempre un berretto in testa  e una giacca, anche d’inverno: il cappotto allora era un lusso. Al suo vociare, le donne accorrevano attorno per guardare la merce povera ma per quei tempi magica. Il nome Enrico ( che da noi divenne Arricu ) era già  esotico, rispetto ai cortalesi ‘Nto, Peppe, Micu ecc. Tra l’altro Enrico veniva da Maida, una sorta di città ai nostri occhi: là era per esempio la pretura ( mio padre vi si recava sempre), là le donne avevano la cultura del lavoro e lavoravano spesso alle dipendenze di altri ma non si abbrutivano e mostravano unghie laccate e passeggiavano in piazza padrone di sé. A me uno zio di Maida (Cicciu, nome di pochi artigiani a Cortale, dove usavamo comunemente Ciccu, tipico dei contadini: insomma, i nomi maidesi rimandavano ad una maggiore mobilità sociale!) fece un regalo così grazioso – un pulcino colorato che si muoveva azionando una chiavetta –  che sapeva di città. Avevo inoltre un’amica che ogni tanto arrivava da Maida, Nella, un appellativo anch’esso insolito e perciò affascinante. Le bambine a cerchio  attorno a lei ne ascoltavamo i racconti per noi resi suggestivi già dalla manciata di chilometri che ci divideva e dall’accento del suo maidese, che ci sembrava una lingua arcana e incantevole, come profumasse di Oxford. Enrico teneva dunque alcuni specchi nella cassetta e di solito poggiava questa per terra, mentre le donne lo circondavano curiose. E’ probabile che gli specchi adagiati in basso facessero intravedere qualcosa di intimo, dal momento che le mutande, gli slip, erano lontani dall’essere usati continuamente dalle donne: a dota, il corredo ricevuto allorché ci si era sposate, doveva bastare per una vita intera ( per le necessità dei parti, per fare lenzuola, pannolini per bambini e per mestruazioni, per i bisogni  dei campi, ecc. ) e non si disponeva di tanto tessuto da usare all’infinito. Quando si trovavano fra loro, senza uomini, ricordo le signore sollevare spesso la gonna fin sotto il ginocchio, divaricare un poco le gambe e urinare all’impiedi. Da una veste divenuta troppo piccola a causa della mia crescita, mia madre improvvisandosi anche sarta ricavò per me un paio di mutandine ( rosa scarlatto, rosa parisuatu dicevamo una volta ). In mezzo cucì una bianca pezzuola, perché riteneva che quella che lei chiamava con luminoso termine a vita  non dovesse stare a contatto con le stoffe colorate. Erano un po’ larghe per delle gambette, ma ti proteggevano dallo sporco, specialmente quando stavi ore ed ore seduta per terra a giocare con le amiche a i cutiddi, con i sassolini. Durante quei raduni festosi attorno alla cassetta del capiddaru forse però le donne, fra lunghe sottane, pannu, sinalone, hanno beffato l’attesa di Enrico da qualcuno in paese maliziosamente ipotizzata ed hanno nascosto le proprie grazie ben bene. Nei vicoli comunque quello era un momento in cui si respirava aria forestera, forestiera e non ancora esplorata: un’aria che non si sentiva come pericolosa, anzi.

Era la bellezza del mutamento e dell’incontro con l’altro e con il diverso, era il fuori che percorreva le nostre vie ed entrava nelle nostre case. Non fate l’errore di pensare i contadini chiusi ed in preda all’oscurantismo. In quegli anni c’era una sete di progresso, una voglia di migliorare che è difficile rendere oggi nella sua pienezza: non si scordi che si emigrava per cambiare la propria posizione, che si facevano studiare i figli, ecc. Per questo ritengo sia un’offesa fermare l’ immagine di noi sulle tarantelle e calabreselle varie, un’0perazione che è un’ingiuria alla nostra storia e serve solo ad alcuni per fare soldi e spettacoli, ad altri per coprire la mancanza di una politica culturale. Allora cominciava ad entrare anche una scatola magica nelle case degli italiani, la TV, ma a Cortale solo qualcuno la possedeva e naturalmente i bambini eravamo una presenza fissa in quelle poche abitazioni dei vicini dove la scatola lasciava scorgere il mondo nuovo e la modernità. Le nostre madri erano però quasi tutte troppo indaffarate per partecipare al rito televisivo, perché facevano mille lavori assieme: le contadine, le panettiere, le lavandaie, le tessitrici, le casalinghe, le mamme, le mogli, ecc. Ma la cassetta incantata di Enrico era interamente per loro e le sentivi chiacchierare e ridere gioiosamente.“E chissu chi ede, a cchi serve?”, “Cu chissi capiddi chi mmi dai? No è puacu, dammi puru sti spinguli e nu pallone pe a zziteda” In effetti anche per noi bambini Enrico aveva qualcosa: i palloncini e le trombette. E quanti la sera tornavano dai campi, dove erano rimasti dall’alba al tramonto, sapevano che egli era stato a Cortale dal suono ancora insistente delle trombette dei bimbi e dai molti palloncini che ormai giacevano rotti lungo le strade, perché per gonfiarli durante il giorno li avevamo troppo riempito d’acqua o vi avevamo eccessivamente soffiato dentro. I piccoli seguivamo sempre Arricu per il paese con un allegro corteo e la sua venuta era dunque occasione di tripudio infantile: egli era il nostro omino magico e incantatore, poiché distribuiva sogni, gioia e novità. Un’atmosfera invece meno lieta ricorda una signora, forse perché all’epoca già adulta, e il suo Enrico a differenza del mio indossa il cappotto, ma il quadro sociale da lei delineato è più drammaticamente attraversato dalla povertà di quanto io bambina vedessi. Osservate come sono belle e vere, percorse da una sottile mestizia, le parole di questa cortalese adesso lontana, che mi ha inviato un suo giovane nipote e che io fedelmente alla fine riporto, nel modo in cui egli ha scritto. Contrastano con le tante pantomime che si fanno sul nostro passato ( le famose riscoperte delle tradizioni ), nelle quali smodatamente si dimentica che ciò che si pretenderebbe di far rivivere, ma che diventa solo pretesto per feste, ricchi premi e cotillon, per chi al contrario è vissuto in quel tempo è stato – e tuttora è – il proprio patrimonio di esperienze, sentimenti, dolore, ingiustizie. Si è trattato di vita, una cosa sulla terra dannatamente seria per tutti gli uomini e per alcuni purtroppo in misura maggiore complicata.

Si chiamava Erricu, ma nc’era cu u chiamava Arricu. Venìa a pede de Majida accurciaturi accurciaturi, ma va pisca de duv’era. Certu, a parra non era de Majida. Tenìa nu cappottu bru sciancatu ch’i penduliava, avia d’essere n’ùomu sulu e cu u sa duve stacìa. Ô cùodu portava na cascetta de lignu ligata cu na saguleda e supa i spadi avìa nu saccu pemmu mente i capidi chi scangiava cu spagnoletti, gugghi, ferretti de ùossu e de fìerru, spinguli, jiditali, sapunetti, lastica, pìettini, pettinissi e ferma capelli. O pecchì era malu vestutu, ma tutti i volìanu bene a Curtale. Verzu i dìeci de matina si sentìa a vuce “U capillaru, u capillaru arrivau”. I gìenti sentìanu e affacciavanu. De Majida arrivavanu puru cu i ciucci chidi chi vindìanu lattuchi e cipudi. Pue i cùosi cumiciaru a migliorare e vinne Romeu cu a mugghiere, Giulietta.


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3 pensieri su “Enrico e il suo specchio magico

  1. Ho letto con enorme piacere il tuo accalorato discorrere sui tempi andati, tempi che videro la più profonda e radicale rivoluzione sociale in un tempo tanto breve , causata tra l’altro dal crollo del focolare e della trazione animale, usi millenari. Eppure una tal rivoluzione è stata poco indagata a livello sociologico e filosofico.
    Ecco perchè, leggendoti, mi sono …ascialato : anch’io ho scritto sugli anni “4o e seguenti.
    Se può interessarti : google raccontidicalabria.com blog di Franco Francesco da Roccella Jonica.

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  2. il tuo racconto non è altro che un carosello di fatti e personaggi che,con nomi diversi, è simile al racconto che avrei potuto farti io ,storie vere dei ns paesi, che ci riportano nel passato dove siamo cresciuti e che niente è stato dimenticato. Cortale, Guardavalle 2 realtà simili…

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