Donne che ritornano


Nella vita le assenze, le perdite sono tante e spesso definitive. E se ci sono dei ritorni, questi sono felici, come dei miracoli: uno strappo alla morte, l’eternità.  Ecco perché è stata una gioia rivedere in TV alcune sere addietro Rosaria Costa, “vedova dell’agente Vito Schifani mio”, come lei disse quel giorno a Palermo quando ci consegnò il suo dolore senza retorica alcuna. Protagonista del documentario di Felice Cavallaro “Ho vinto io”, la donna è di nuovo entrata nelle nostre case e come venti anni fa è ancora riuscita a mostrarci scomode realtà. In  chiesa manifestava non la verità costruita, ma quella che le veniva dal cuore e noi tutti l’abbiamo amata; leggeva quanto da altri scritto e poi affermava il proprio sentire. Recentemente ho dunque avuto il piacere di rivederla: tuttora molto giovane (in  quel maggio del ’92 era una sposa quasi bambina! ), bella. Con accanto in alcune scene il figlio suo e di Vito, che noi all’epoca della strage di Capaci sapevamo essere quasi in fasce. Un ragazzo dolce e intelligente, non amaro o rancoroso per l’esperienza subita, ma libero: un buon cittadino consapevole. A volte nei familiari delle vittime si trova asprezza e risentimento, ma in quel ragazzo no: c’è una riflessione attenta sul suo e sul nostro passato. E sono contenta di aver ritrovato Emanuele e la madre non divorati dalle ferite inferte dalla mafia, ma proiettati verso il futuro, perché voglio loro bene e perché i due inducono a sperare che nello stesso giusto modo l’Italia possa uscire dai suoi anni oscuri e violenti, non si rassegni, analizzi se stessa, speri e costruisca il proprio domani: con sofferenza, ma senza rancore, cresciuta, come quel giovane, che più della madre appare sicuro. I giovani possono di più e del resto hanno maggiore diritto di deporre la pena ed allontanarsene indenni. O quasi. Lei è invece ancora amara e dolce, come allora, ma si pone e pone domande inquietanti come allora: basta ascoltarla ed osservarla quando e in che maniera si muove in quella che è stata la villa di Totò Riina e dice cose solo in apparenza semplici, con quel suo antico andare al cuore dei fatti e far vedere, con la sapienza dei bambini, quanto il re sia nudo, più di parecchie analisi sulla criminalità organizzata. Rosaria è cresciuta e tanti aspetti adesso coglie meglio della mafia, ma è sempre capace di indicare scomode verità come quel giorno in chiesa. Ogni tanto dunque capitano questi ritorni felici che ci danno gioia, come nel rivedere chi ci è caro, e ci fanno riflettere su momenti tragici attraverso cui il nostro paese è passato, perché assieme ai protagonisti di  quello strazio privato e nello stesso tempo collettivo possiamo riguardare il nostro dolore e su esso riflettere. Uguale, piacevole sorpresa ho avuto qualche anno fa. Ero adolescente quando seppi della vicenda di Franca Viola, la donna che cambiò la sua e la vita delle altre donne e rincontrarla grazie ad un’intervista fattale da Concita De Gregorio su la Repubblica è stata una felicità: ormai nonna, Franca discorreva dell’episodio del suo passato che l’aveva resa nota a noi tutti, ma delineava il resto della sua vita che descriveva come un’esistenza normale, così come normale considerava la sua scelta di rifiutare il matrimonio “riparatore”. E ricordava il padre, che di fronte alla volontà della sua giovanissima figlia di essere persona, le aveva detto Tu metti una mano ed io ne metto cento, che sono le parole con cui i nostri genitori, contadini sapienti, ci mostravano che accettavano le nostre volontà e ci donavano la loro estrema disponibilità e il loro sostegno, le parole che si pronunciano quando i figli si amano e si rispettano, come esseri indipendenti e diversi da noi, non specchio forzato di noi. Rosaria e Franca sono due belle persone meridionali, di questo Sud in cui soprattutto per le donne è difficile l’esistenza, in cui a uomini e donne ( Vito Schifani, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, per ricordare solo qualcuno del nostro troppo lungo e drammatico elenco  ) succede purtroppo di dover essere eroi e trovano la forza per riuscirci, mentre si è e si desidererebbe rimanere solo esseri normali. Rosaria infatti dice che voleva essere la moglie di un poliziotto che la sera fosse tornato a casa, non di un eroe. Ma al Sud, soggiungerebbe forse con la sua consueta intelligenza, proprio il poter essere normali si rivela ( per il momento? ) impossibile.  “La gente a volte è più forte del destino che gli tocca”, dichiara tuttavia Franca Viola nell’intervista del 2005, e diventa più chiaro il motivo per il quale si è contenti nel ritrovare tali uomini e donne che appartengono alla nostra vita: siamo lieti che siano stati più forti del destino toccato, come dice Franca, e che, come afferma orgogliosamente Rosaria, in qualche modo hanno vinto, se pur faticosamente e dolorosamente. Proviamo un senso di sollievo, come se una nostra apprensione potesse cessare nel sapere che non sono rimasti schiacciati dal peso del patimento, perché davvero alcuni protagonisti di tragiche vicende nazionali non sono per noi solo dei simboli e non hanno soltanto un ruolo e valore pubblico, ma in primo luogo li amiamo come persone care. Forse anche questo nostro amore fa parte di quel sentimento collettivo, di quel percepirsi paese, che costituisce l’identità di una gente la quale, magari di diversa provenienza, abita però  gli stessi luoghi.

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