Italia di Bonincontro


Lo scrittore e giornalista Antonio Baldini, nel suo diario di viaggio Italia di Bonincontro, osserva e descrive all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso Catanzaro, Caraffa, Cortale, Maida ed i villaggi della bonifica di San Pietro a Maida Scalo e Sant’Eufemia Biforcazione.

CATANZARO

Prima di salire in città ho dato un’occhiata alla Gui­da. Ottimamente: (…. tela già attribuita a Mattia Preti… tela già attribuita a Palma il Vecchio… oggetti del neo­litico, dell’età del bronzo, della prima età della pietra) tutte cose che si può fare a meno benissimo di vedere. Niente in fondo riposa il turista come l’idea che una volta tanto non ci sia alcun bisogno di rinserrarsi in un museo o di andare (se chiuso, rivolgersi alla vicina tipografia) alla caccia d’un sagrestano latitante. Andrò dunque a mio piacere su e giù per la città, guarderò le vetrine, mi fermerò nei caffè, acchiapperò a volo i di­scorsi che corrono, guarderò le ragazze che passano, e, se la pioggia non mi blocca nell’albergo, dentro le quarantott’ore mi sentirò anch’io un tantino catanza­rese (1931).

Lavoratoroni del Nord, un poco d’indulgenza! Ho trovato precisamente quello che cercavo: una città che ha un po’ dì tempo da perdere. Il corso di Catanzaro è ben palazzato, lastricato e marciapiedato, ha bei ne­gozi e le meglio guardie di città, voglio dire le meglio messe, di tutta la Calabria: un corso con una sua aria specialissima sempre un po’ festiva e chiacchierina, o chiacchierona, di mezza vacanza, quasiché un po’ di do­menica fosse grattugiata in tutti gli altri giorni della settimana. Se a Catanzaro gli levi il suo Corso, tu gli levi l’anima, gli levi tutto; ma se glielo lasci, anche l’abi­tante d’una grande città finirà col trovarcisi a proprio agio. Niente è in lui di meschino, e la folla vi si rime­scola senza urtoni (il tranvai passa quando se ne ricorda), senza quella fretta, voglio intendere, stupida e pretensionosa di certe mezze capitali dove si muore lo stesso e si stenta la vita più ancora che non in queste città francamente provinciali, fretta che mette l’apprensione di far tardi anche alle persone meglio padrone del proprio tempo. Qui insomma ho l’impressione assai gra­dita che tutta la città m’aiuti a sciupare il mio tempo.

Calabria è terra antica e fedele dove tutte le cose van prese con dovuta calma. Il drappo nero che mettono sulla porta delle case quando è morto qualcuno, nessuno pensa più a levarlo. Casca da sé col tempo a brandelli, con la pioggia e il vento. E c’è moltissima gente, anche vedovelle nel fiore, che di quel solo morto seguitano a portare il lutto tutta la vita.

Immagine di Catanzaro negli anni Venti del Novecento.

Il movimento di questo Corso Vittorio Emanuele con­serva un fondo come di famiglia che tiene l’attenzione desta e al tempo stesso riposatissima. Un forastiero lo si nota subito come se fosse stampato con inchiostro d’un altro colore. Non sono certo di Catanzaro queste tre ragazze che vanno in fila sotto le gronde sgocciolanti, così falsamente disinvolte e vistose per il giallo-oro dei capelli, il nero-carbone degli occhi e il rosso-amarena delle labbra, e con l’impermeabile abbottonato stretto sotto il mento. Hanno un bel darsi delle arie e guar­dare i catanzaresi dall’alto in basso, povere straccioncelle scalcagnatelle…. Sono, c’è da mettere la mano sul fuoco, tre delle girls che debuttano stasera al teatro Masciari, per le quali la gioventù delle scuole è già in fer­mento e i signorotti e baronetti locali stanno arrotando le armi delle più cittadinesche seduzioni.

In nessun altro paese come in Calabria le farmacie fanno venire voglia anche al forastiero di prendere una seggiola ed entrare nella discussione. Parlatori di prim’ordine, ornatissimi patrocinanti, liberi maestri d’elo­quenza, c’è da starli a sentire incantati; gente che parla con la compostezza d’un re sul trono al primo atto e col calore d’un predicatore quando stringe le viti alla pero­razione, piacendosi straordinariamente del suono delle proprie parole. Parla così fiorita e magnificente che per le cose più correnti non le resta che il dialetto. Trasandatona nei fatti, agguerritissima nelle apparenze. Avvo­cati come piovesse. (E molta miseria, e molte mani stese).

Eppure c’è stato un tempo, a dar retta a un cronista della seconda metà del Seicento, che a Catanzaro perfino i poveretti vestivano di raso e di velluto: e ciò al tempo che fioriva l’industria locale delle sete e dei damaschi e ogni casa risuonava della musica dei telai (più di mille su quindicimila abitanti), e alle fiere di Santa Chiara ve­nivano mercanti da tutte le parti del mondo e le sete più belle e di maggior peso in città venivano a costar pochis­simo. Corre la fantasia e sullo sfondo scalcinato e fan­goso della cittadina d’allora vede tutta una folla frusciante e cangiante come in un telone del Veronese o del Tiepolo. Ma venne una terribile peste bubbonica che stremò la città e stroncò di netto il commercio. Tacquero i telai nelle case, crebbe l’erba sulla piazza delle fiere, detta del Gelso Bianco, la vita della città perse ogni splendore….

Catanzaro mena giusto vanto del suo Giardino pub­blico, intitolato cinquant’anni fa alla Regina Marghe­rita e detto anche il Paradiso, il quale giardino si pre­senta con una bellissima varietà di piante, di viali, di chioschi e di busti marmorei d’illustri calabresi (m’aspettavo di vedere un busto a Francesco Acri, catanzarese, filosofo e letterato di gran lindura; ma non l’ho tro­vato), ed offre dalle sue terrazze strapiombanti sul val­lone del Mosofalo una vista parziale ma grandiosa sulla città stessa, sul mare e sul monte. Ma la vista spettacolosa è quella che si gode su tutto il golfo di Squillace dalle balaustre della via non per niente detta di Bellavista, che alla distanza di sei miglia dalla riva viene quasi a essere una specie di lungomare, tanto il mare ti pare d’averlo sotto il viso e quasi berne gli effluvi; di fronte al quale, per dirla col gran verso di Pastorella, ogni volta

te s’apre er core come ‘no sportello.

Il mondo è grande e le impressioni fanno a cancellarsi una con l’altra. Ma tutto si potrà dimenticare di Catanzaro, e il suo Corso sbagliarlo con un altro corso, il suo Giardino confonderlo con un altro giardino; non più mai questa sua posizione di regina dominante di lon­tano l’immenso seno jonico la cui vista ti lascia ogni volta nell’animo una gran pace mista di sgomento. Tra i monti sopra Crotone e i monti sopra Stilo l’imbocca­tura del golfo di Squillace è d’una settantina di chilo­metri e l’orizzonte marino vi s’arcua senza una vela che ne rompa il filo e senza un fumo che l’appanni. A con­templare quella sconfinata pianura celeste la città s’alza più di trecento metri quasi a picco sulla confluenza di due torrenti che poi s’aprono insieme la strada alla ma­rina, raccogliendo corsi d’acqua, rotabili e ferrovia. Mon­ti dietro monti si levano a guardare la bizantina Catanzaro sedente come in tronco sulla gran rupe lustreggiante di fichi d’India.

Chi voglia poi una vista sullo stesso golfo prenden­doci dentro anche Catanzaro; e chi voglia, girando appena il viso, arrivare a scoprire anche l’altro mare, magari con dentro il cono fumigante dello Stromboli, non ha che da fare pochi minuti di strada a monte di Catanzaro-nuova e affacciarsi sul colle della Madonna dei Cieli, dove sorge la grande e comoda costruzione del Seminario Regionale Pio X. Di lassù l’occhio do­mina tutto l’istmo di Nicastro, il punto più stretto di Italia, la giuntura più delicata di tutta la penisola, dopo la quale l’Appennino riprende forza e coraggio coi gra­niti e le foreste delle Serre e dell’Aspromonte.

Io ci sono arrivato che pioveva come Dio la man­dava, e il Tirreno e lo Stromboli l’ho visti solo sulla fede del Magnifico Rettore del Seminario che me n’in­segnava la direzione dalla terrazza mezzo allagata del Collegio. C’era un cielo con tempestosi effetti di bianco e nero (poco bianco e molto nero) sotto il quale tutti i monti abbassavano la cresta e Catanzaro pareva rat­trappirsi sulla sua rupe. Più sotto il mare pareva un lastrone di lavagna. Il monte di Tiriolo incupito dagli acquazzoni pareva a portata di mano. Siamo rientrati fradici di pioggia e il cortese Rettore m’ha fatto vedere parte per parte il grandioso Istituto, che è il vivaio di tutti i futuri preti delle diocesi di Calabria: i corridoi lunghissimi con la luce spettrale del temporale in fondo, il refettorio con tutte le tavole apparecchiate, l’aula magna col teatrino fra due colonne, con gli scenari ada­giati in terra per una tragedia in corso di prova, le sale di studio con tutti i seminaristi curvi in silenzio sul loro banco ingombro di santini e di libri. Lo scroscio della pioggia, il lamento del vento, il muglio dei torrenti, il rimbombo dei tuoni facevano gemere e tremare i vetri. E tutta l’aria sentiva di latino grosso, proprio di quello che facit tremare pilastros.

SANT’EUFEMIA-BIFORCAZIONE

Caraffa di Catanzaro è uno dei tanti paesi albanesi di Calabria. A interrogare in italiano uno dei suoi abi­tanti se ne cava poco o niente, e ci vuole l’interprete. La sua posizione, quanto alla vista, è bellissima perché scopre ampiamente di qua e di là i due mari, ma è in un terreno profondamente dissestato dalle frane, le quali frane già per due volte hanno costretto i caraffesi a cambiare stanza. A due tiri di schioppo è la cima d’un monticello sabbioso chiamato, se non ho in­teso male, Caruso. Una volta Caraffa era lì, e prima ancora era da un’altra parte. Due volte le è mancata la terra sotto i piedi, due volte ha fatto naufragio in piena terra. Il paese ha un aspetto alquanto squinternato e provvisorio, molte case pare che si tengano su per scommessa e ogni tanto una se ne sfascia senza che nessuno la tocchi. Una di queste, a un piano, mezza sconquassata, porta sull’uscio una scritta pomposa: Al­bergo dei due mari. Il territorio di Caraffa è sulla brulla dorsale che spartisce le acque nei due versanti e in parte se lo inghiottono le acque che scendono verso lo Jonio, in parte quelle che scendono verso il Tirreno. Ma il guasto maggiore e con pestifere conseguenze lo cagio­nano le acque che si fanno strada verso il golfo di San­t’Eufemia, dalle cui rive Caraffa dista in linea d’aria una quindicina di miglia. Una voragine s’apre dopo l’altra verso la grande fossa dell’Amato, che convoglia disordinatamente le acque di tredici torrenti nella piana alluvionale di Sant’Eufemia.

Ampi lavori di bonifica sono stati intrapresi tanto a monte quanto a valle anni fa e sono quasi alla fine. In quelli della parte montana sono stati impiegati gran parte degli abitanti dì Caraffa, uomini donne e ragazzi, pastori e pastorelli la più parte. Da un giorno all’altro s’è visto un capovolgimento generale dell’attività e del­l’economia di questo paese, il quale ritraeva per l’innanzi i suoi mezzi di sussistenza unicamente dalla pasto­rizia e specie dal pascolo caprino. Era un paese pieno di confetti neri e con un odorino di cacio diffuso dap­pertutto. Ma capra e bonifica di rimboschimento stanno come diavoli ed acquasanta. Dove passano le capre addio germogli, addio bosco da nascere: non ricresce più niente. C’era un solo rimedio, e radicale: ammaz­zare tutte le capre e impiegare tutti i pastori nei lavori di bonifica. Un bel giorno Caraffa si svegliò vuota di capre e tutti andavano al lavoro con la zappa e il badile sulle spalle e matassoni di corda per calarsi nei precipizi.

Pauroso è lo spettacolo delle frane. Qui si vede che cos’è la terra quando non ha più forza e sostegno, la terra quando proprio le cascano le braccia, sfiancata dal diboscamento, smidollata dalle acque; qui si vede la montagna in sfacelo, la natura che va in perdizione. Qui si vede altresì con quanta bravura, accortezza e pazienza l’uomo sappia nella sua piccolezza far fronte anche ai più neri castighi di Dio; di quali ripieghi e sottilissime astuzie sia capace; come pari i colpi e finisca sempre col prendere lui in mano le fila dell’azienda. Si tratta, non si scherza, di rimettere in piedi una montagna che sotto la furia delle acque casca da tutte le parti. Colmare stagni, prosciugare paludi, rifare il letto ai torrenti, accomodare le pendenze, aggiustarne le cadute, ritardare in cento modi la furia delle acque che non abbiano a fare impeto soverchio in un punto, tutto questo appare già industrioso meraviglioso buono e bello; ma non fa però l’impressione che dà il vedere una montagna oramai sull’orlo dell’estremo fallimento ripresa pei capelli e rimessa su con gli spilli: una mon­tagna, che si dava per perduta, puntare i piedi, riaversi a poco a poco, sollevare il capo mese per mese riverdeggiante. E le bullette, e gli spilli che si diceva, sono milioni e milioni di piantine di robinia ficcate sotto il ciglio stesso delle frane, a far presa nel terreno fra un diluvio e l’altro.

Quando uno s’affaccia dall’alto a guardare queste profonde valli di erosione è come ritrovare in natura la serie delle fantasiose illustrazioni romantiche al don Chisciotte laddove il Cavaliere della triste figura si perde col suo fido scudiero en las entrañas de Sierra Morena in caccia di mirabili avventure. Incombono sugli scoscendimenti strani fortilizi e propugnacoli in forma di torrioni rimasti in piedi per chi sa quale scherzo del­l’acqua, come lavorati al tornio dagli acquazzoni e tutti punteggiati di feritoie (sono le buche con dentro il germoglio della robinia), con le scalate d’accesso tutte sbarrate intorno da gabbioni e trincee e postazioni varie (le graticciate di vinchi per tener su il terreno): aspetti di Forza nel cuore della stessa Debolezza: proprio la chisciottesca razón de la sinrazón.

Sul ciglione di faccia a quello dal quale mi sporgo affascinato a guardare l’abisso si sente un canto, una nenia lunga e strana che ne porta il vento. Sono le donne albanesi che vanno al lavoro. Hanno secondo il co­stume le vesti rialzate sul panno rosso della sottana e brillano al sole. A un certo momento il canto s’inter­rompe, si leva un grido e tutte fuggono indietro come un volo di colombe spaventate. Poco avanti al loro gruppo un cantone di monte si stacca e frana senza che nel gran silenzio arrivi all’orecchio rumore di sorta.

Da Caraffa a Cortale e a Maida, da Maida a Nicastro, Sambiase, Gizzeria: paesaggio italiano al cento e uno per cento, tanto italiano che dà quasi nel telone di teatro, nel ballo in costume. Quasi troppo Italia. Cielo cose persone piante animali fanno talmente « quadro » che a ritrarle così come sono anche il più manierato dei pittori avrebbe scrupolo. E infatti, quando l’avesse ritratta, chi mai gliela manderebbe buona una scena come quella di queste pastorelle aggiustate tra fiori e agnellini all’ombra degli ulivi, davanti alle quali due caprette per giuoco inalberate si dàn di cozzo con tanto smorfiosa eleganza che par quasi di vedere animato un frontespizio settecentesco del Pastor fido? Chi non cre­derebbe « truccato » un gruppo come quello di questa famiglia architettata sul carretto al passo, la madre in cima col bambino in collo e il viso nascosto mezzo dal « vancale » a strisce gialle e nere, il padre seduto sulla stanga, e due ragazzi dalle calze uno rosse e l’altro gialle appoggiati a ceste bariletti e masserizie? E la pri­ma giornata di sole dopo alquante di pioggia e i torrenti son pieni di donne a lavare e a stendere, con tonfi grida canti, e da’ ponti la vista s’abbaglia coi bianchi de’ panni stesi e coi rossi e coi gialli delle vesti e delle calze delle donne che lavano. Curioso fra tutti il vestire delle donne di Nicastro e Sambiase con la veste rialzata sulla sottana d’un rosso geranio e annodata dietro in un modo ardito, quasi contadinesco guardinfante.

Risalendo dalla valle dell’Amato e dalle sue rosse crete malariche verso i contrafforti del Reventino la terra diviene d’un subito fertilissima. Percosse fortemente dal sole tutte le cose acquistan di forza e di rilievo. Il verde intenso degli alberi, il rosso cupo della terra smossa, il violetto del monte e il blu profondo del cielo fanno pen­sare a una Provenza intravista nelle tele di Cézanne e nelle strofe di Mistral (La bluio capo souleianto…).

L’ultima, vera bonifica è quella che fa l’uomo stando sul posto, creandosi giorno per giorno le sue nuove con­dizioni di vita nel già regno della morte, facendo da sé le ultime piccole colmate, scavando nuovi fossi di scolo, zappando la terra, indolcendo e quasi impietosendo l’aria col proprio respiro. Estremo e necessario corollario della bonifica è perciò la costruzione d’un certo numero di villaggi agricoli che permettano ai coloni di stabilirsi con ogni possibile agiatezza nei centri più dolenti della bonifica. Due di questi villaggi sono già all’ordine, altri due in corso di fabbricazione (1931). Dei primi due s’aspettano solo gli abitanti. Uno, San Pietro a Maida Scalo, è a cinque chilometri dal mare, proprio attaccato alla fermata del treno, nel bel mezzo della rete dei col­lettori. È un paesino che pare tirato fuori or ora dalla scatola con ancora qualche truciolo attaccato, un paese che rinnova quasi un senso d’apertura d’anno scolastico, di quaderni nuovi, di libri intonsi, ogni cosa messa in pulito, con echi ancora intatti, strade senz’orma d’un­ghia o di ruota, aiuole pronte, scoli di cemento e un gran piazzale erboso con intorno case chiesa uffici abbe­veratoi e castello elevatore per l’acqua disposti in bella simmetria; così nuovo che viene fatto naturale di chie­dere quanto costa. Difatti l’ho chiesto e m’hanno detto che con cinque o sei milioni un paese così si può sem­pre avere. Si tratta adesso di portar qui la vita. Sono tutte casette a un piano, col tetto rosso e la facciata o bianca o rosa o d’un grigio cilestrino. Solo la chiesa è di mattoni rossi. Ha di fianco la sua brava canonica e il campanile con la cuspide verde e l’orologio sotto la finestra campanaria. L’orologio è fermo, tutte le porte di tutte le case sono chiuse a chiave e le chiavi sono tutte negli uffici di San Pietro a Maida (a più di dieci chilometri da qui), tutte le finestre sono chiuse, tutti i camini sono senza fumo. C’è la Casa del Fascio. C’è un tipo di casa poderale, per la vera unità colonica, di due costruzioni riunite ad angolo, con un atrio interno e la scala a due rampe. Mi dicono che vi s’attende una famiglia di Cesena, della più buona e sanguigna razza romagnola. Vorrei essere qui la mattina che arrivano! Tutto qui fa voglia, così pulito e ben rifinito, la stalla uno specchio, il pollaio una piccola reggia; tutto invita, tutto sorride; eppure in questo invito, in questo sorriso, in tutta questa lusinga di comodo e agiatezza c’è ancora qualcosa di terribile! Su queste strade vuote è sospeso un silenzio altissimo e infido, quello stesso di certe strade del fronte il giorno prima d’un’offensiva. Il primo la­trato rimbomberà qui dentro come una fucilata. D’abi­tato pel momento non c’è che un vecchio casale, nelle immediate vicinanze del nuovo villaggio, e tra il casale e il villaggio c’è un campo sperimentale che produce enormi cavolfiori.

L’altro villaggio agricolo già pronto è quello di Sant’Eufemia Biforcazione. Anch’esso è ancora disabi­tato; ma per i lavori in corso sulla strada di Sambiase e del vicino torrente Bagni e per il maggiore movimento di treni nella stazione (di qui si stacca la linea per Catanzaro) ferve qui intorno una certa illusione di vita che in qualche modo riesce ad animare anche la pre­sente vuotaggine.

Un breve tratto di strada porta al mare e agli stagni ancora da colmare di qua dalla scarpata della litoranea Battipaglia-Reggio Calabria. Sulla sinistra della fer­rovia sorge un casello dal tetto scoperchiato che fa tor­nare in mente certi caselli di verso Plava, Sagrado, Monfalcone. È abbandonato da tempo ed ha un lugubre nome: « Casello della morte ». Le famiglie dei casellanti che v’erano destinate, una dopo l’altra, dopo qualche mese, se ne andavano tutte al Creatore, di perniciosa. Le proteste non valevano a nulla. Un bel giorno i fer­rovieri, a corto d’ogni altro argomento, salirono sul tetto e cominciarono a far volare i tegoli in mare.

Antonio Baldini, Italia di Bonincontro, Firenze 1940, pagg. 240-251.

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