Quel 31 gennaio del 1933


Domenico quella mattina del 1933 doveva andare a zappare a ‘u Fhiagu, invece passò dalla casa del fratello per affidargli la mula. “Non andare! Nella folla ti si nota, alto e forte come sei!”, gli disse la giovane cognata in apprensione per lui. Le parole della ragazza mostrano che a Cortale i contadini sapevano che qualcosa quel giorno sarebbe successo in paese ed erano consapevoli dei rischi e del fatto che qualcuno potesse essere punito dalle forze dell’ordine. La sera prima il commissario prefettizio aveva avvertito la popolazione, tramite il pubblico banditore, che a cominciare dal mattino successivo, ogni martedì e venerdì, ci sarebbe stata da parte del responsabile sanitario la visita dei suini da macellarsi.

La tassa sulla macellazione spettante al Comune era però troppo onerosa (£ 30), quella del lusso e scambio era stata elevata da 6 a £ 10 e per giunta quel giorno, un martedì, sarebbe appunto venuto da Maida il veterinario a cui, per il controllo di ogni animale, si avrebbe avuto l’obbligo di corrispondere £ 4. In tutto 44 £, quando un lavoratore  agricolo maschio aveva come paga sindacale, cioè teorica!, £ 8,54 per una giornata: quindi un bracciante avrebbe dovuto lavorare cinque giorni per poter arrivare a macellare un maiale. In verità nel 1931 la visita ai suini non era stata praticata e perciò non era stato dato l’onorario; nel 1932, invece, non si volle pagare, tanto che il veterinario, Lorenzo De Guidi, aveva denunciato 600 persone. Quel 31 gennaio del 1933 i contadini avrebbero però dovuto gridarlo che la tassazione era insostenibile e che si era alla fame, sperando che chi poteva almeno alleggerire quel peso gravoso li avrebbe ascoltati.

Domenico sorrise, in risposta al timore della cognata, legò la mula a la vuccula e scese Vasciu. Lì cominciarono a radunarsi contadini, braccianti, artigiani, che poi si spostarono per le vie principali del paese gridando “contro l’imposizione della tassa di macellazione dei suini e contro la visita da praticarsi del veterinario “, come si legge nella sentenza di primo grado ( l’unico documento che possiedo e da cui cito ). In Calabria, specie dal ’31 al ’35, il mondo contadino ( soprattutto le donne ) scendeva in piazza sotto il peso della crisi internazionale iniziata nel ’29 e di una politica interna, quella del regime fascista, che riduceva molti all’inedia: già nel ’30 si hanno scioperi a S. Eufemia, il 31 a Reggio; il 32 a Nicastro e a Borgia e a Monterosso e a Sersale e a Casabona; il 31 gennaio del ’33 a Cortale, il 4 febbraio a Curinga, il 16 marzo ad  Acquaro e il 14 maggio a Petrizzi. E questi sono solo alcuni esempi, perché la gente ovunque si muoveva per lo stesso motivo, per chiedere che diminuissero o fossero soppresse le tasse ( principalmente quelle comunali, la cui esosità nei paesi variava, a seconda delle scelte delle autorità locali   ).

Successe anche a Cortale, la paciosa Cortale che noi conosciamo sempre democristiana, calma e – diciamocelo! – conservatrice e solo per “incidenti di percorso” qualche volta di sinistra, un luogo dove è fallito persino negli anni ’70 un tentativo di sciopero delle raccoglitrici di olive: una volta perse la pazienza e si accese d’indignazione, quel martedì in cui scesero in piazza oltre  500 persone. Si ricordi, quanto alla scena mondiale, che il giorno prima Hitler era stato nominato cancelliere e che l’Italia era sotto Mussolini: queste erano le figure, questa la grande storia funesta con cui quel grido e la nostra piccola storia si scontravano! E in questo periodo gli intellettuali, che non fossero Gramsci o i pochi altri della tempra di Gramsci, si genuflettevano peggio che nel senato servile descritto da Tacito.

Quando il veterinario arrivò a Cortale la folla lo accolse con urli, fischi, grida “di abbasso, se ne deve andare, non vogliamo il veterinario”, com’è nella deposizione di De Guidi, del maresciallo, dell’arciprete Augelli, del segretario comunale Foderaro e della guardia municipale Saraceno, la corte cioè dei piccoli potenti locali con qualche sicurezza economica ( e perciò custode della propria tranquillità), da cui i manifestanti furono lasciati soli ed accusati. Erano in gran numero a protestare, uomini, tante donne, bambini: in una preziosa foto della famiglia Barilà si vedono presso Il pioppo moltissime donne, qualcuna con un piccolo in braccio, mentre dei bambini profittano di un momento di sosta della folla per giocare a girotondo.


Fu una manifestazione pacifica? A detta dei verbali dei carabinieri, sarebbe stata nel complesso tale: a differenza di altri paesi della Calabria, si parla di un solo ferito tra gli scioperanti durante un’azione impegnatasi tra un gruppo di dimostranti ed i Carabinieri ed è nominato soltanto un bastone in mano però proprio al giovane che riporterà una leggera ferita alla testa. Tuttavia i documenti dicono anche che il veterinario per il comportamento minaccioso della folla dovette rifugiarsi in una bettola e che dalle locali forze dell’ordine dopo circa un’ora fu scortato per andarsene a casa. Non sappiamo comunque se fu l’alto numero dei partecipanti di per sé a spaventarlo o se propositi non del tutto pacifici fossero sui volti di quei disperati. Il bettoliere, Maiuolo, per scagionare gli accusati, nella sua deposizione qualifica la manifestazione un semplice scherzo, ma il teste viene considerato dominato dal timore di rappresaglie da parte della popolazione. Nell’ormai classico libro di Piero Bevilacqua, Le campagne del Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra, si parla inoltre per Cortale di lancio di sassi da parte dei dimostranti. Lo studioso sottolinea anche come la forza delle manifestazioni venisse ridimensionata nei resoconti della burocrazia al fine di nascondere la mancanza di adesione delle campagne calabresi alle misure fasciste.

Purtroppo noi conosciamo quello sciopero cortalese soprattutto attraverso il filtro delle ambigue ed a volte contraddittorie carte processuali e oggi si può solo aggiungere che ancora negli anni ’70 nelle case contadine si diceva ‘e mmiseru ngalera quantu ca gridammi, li hanno messi in galera solo perché abbiamo gridato. Sia stata o meno pacifica la giornata, siano stati più o meno violente le formali intimazioni dei carabinieri e la necessità di ricorrere alla forza per disciogliere i dimostranti o la colluttazione di cui si trova notizia nei documenti, fossero più o meno tesi i rapporti in paese nei giorni successivi ( v. interpretazione che si dà della testimonianza del bettoliere), è certo invece che la punizione fu esemplare, nel senso che doveva convincere a non farlo più, e che 28 degli scioperanti furono denunziati come promotori e capeggiatori del predetto movimento. Parecchi furono poi imprigionati per nove mesi, tra questi Domenico, il quale dopo gli stenti e i soprusi della galera, dalla quale tornò più magro di 16 Kg, fu costretto a partire per il servizio militare. Il ragazzo, che la cognata ricorderà sempre come lo vide – alto e bello – pochi istanti prima che andasse Vasciu nel tumulto, non si riprese più, si ammalò gravemente e morì poco tempo dopo, nel maggio del 1935. Aveva 23 anni, il ragazzo alto e bello, e altri morirono giovani tra quelli che divisero con lui il carcere di Mussolini, un luogo né ospitale né salubre.

Fu un moto nobile? Fu un moto straccione? Si mancherebbe di intelligenza politica se non si riconoscesse valore a quella giornata. A scatenare i grandi movimenti è la fame la maggior parte delle volte, allora come adesso. Quei giovani e quella folla erano esasperati, ma anche l’esasperazione porta alla rivolta ed implica un non riconoscimento del potere. Tanti erano così esasperati quel 31 gennaio che, nonostante 13 dei manifestanti del mattino pare che fossero stati già fermati dalla P.S, la sera di nuovo circa in 200 erano in piazza. Col passare delle ore, gli animi erano divenuti più esacerbati e la tensione nell’aria maggiore ed infatti le forze dell’ordine dicono che la colluttazione e lo stesso ferimento del dimostrante siano avvenuti la sera.

Ribolliva d’ira popolare Cortale quel 31 gennaio, assieme alla Calabria intera in fermento, e non si smetta, neppure per un attimo, di ricordare che si era in epoca fascista e che, in base al famigerato articolo 655 da poco introdotto, era reato riunirsi in 10 persone, poiché un divisamento comune metteva in pericolo la pubblica tranquillità. Tuttavia, condotti dall’impossibilità di mangiare, si andò numerosi per le strade ed anzi, com’è dichiarato da un’imputata che però non fa nomi, alcuni invitavano i cittadini ad uscire dalle case per ribellarsi, non essendo stata accolta la domanda per la riduzione delle tasse. Molti cortalesi lo dissero dunque quel mattino e quella sera il peso insopportabile della propria vita. Ma, mentre in qualche paese vicino si provvide a mitigare quel carico, nella bella, ridente e sempre conservatrice Cortale, nessuno ascoltò quel grido, neppure il prete, Augelli, stette dalla loro parte. Solo il commissario prefettizio Riga, forse colto alla sprovvista dalla piega che gli avvenimenti avevano preso, in un secondo tempo cercò di attenuare quanto aveva deposto nella deposizione scritta. Egli tenta di alleggerire la “colpa” di quei ragazzi, qualcuno dei quali era stato suo alunno, ma quando fece ciò cessò per le autorità di far parte dei testimoni definiti insospettabili e stranamente lo ritroviamo non più commissario.

Decenni dopo nelle case dei contadini, come perdurava il ricordo delle misure innovative di Gullo, così non si dimenticava quel 31 gennaio e l’ingiustizia subita. Eppure è un episodio che non è divenuto patrimonio collettivo e di esso si scrive molto poco e persino la sinistra a Cortale non ha mai completamente fatta sua quella giornata: ha sentito sempre una sorta d’imbarazzo, come se l’esasperazione e la sollevazione per fame fossero poco dignitose e poco politiche. Scordando così in primo luogo che si è trattato di un ampio movimento regionale, non locale, e che nella maggior parte dei sollevamenti popolari alla base c’è un disagio materiale.

A tale proposito, non si scordi  il peso che il maiale aveva nell’economia contadina. La vita quotidiana, la scansione delle diverse stagioni e del tempo erano determinate dalla presenza nelle case all’inizio piena, dalla diminuzione poi, dall’esaurimento infine della scorta di carne di maiale: dalla festa carnevalesca, si passava al disagio o alla fame totale ( oppure al mangiare pane e cipolla, se li si aveva). Mia madre diceva a noi bambini che fino a Pasqua non si poteva guardare il soffitto dove il salame era appeso, perché altrimenti la carne si sarebbe guastata. Solo quando fui molto grande capii che a mo’ di gioco si teneva buono così il nostro desiderio, celando la necessità che il salame durasse fino all’estate, quando in campagna c’erano i grandi lavori, soprattutto la mbirgatura, e nel proprio campo bisognava impiegare altri contadini ( mentire ómini ), che venivano ricompensati con la paga giornaliera ed il pranzo, il più sontuoso che ci si potesse permettere. Anche per loro doveva durare quella benedetta carne e si rammenti che del maiale non si buttava niente o forse solo le setole: mio padre utilizzava un pezzetto di grasso per lucidarsi le scarpe.

Dell’episodio dunque a Cortale non si parla ( qualcuno ha persino usato su esso toni sprezzanti ), sebbene non si possa negare la dignità del comportamento di quei catturati, quindici  dei quali erano molto giovani, uno aveva addirittura 17 anni: cercarono di avere qualche testimone che li scagionasse dall’incriminazione più pericolosa, l’oltraggio al veterinario, ma la maggior parte non negò di aver aderito alla manifestazione e soprattutto nessuno accusò, coinvolgendolo, qualcun altro. Naturalmente ci fu solidarietà con chi aveva protestato solo da parte dei contadini o dei piccoli artigiani, i quali fornirono le uniche testimonianze favorevoli. Domenico ammise di aver partecipato alla dimostrazione, ma come altri cerca appunto di liberarsi – attraverso il suo testimone – dall’accusa di aver offeso il De Guidi.

A proposito del veterinario, la difesa tenta di farlo considerare esclusivamente impiegato incaricato di un pubblico servizio. Su funzione e servizio il potere giudicante ammette che nella stessa dottrina amministrativa non mancano contrasti di opinioni. Poiché sembra però legittimo ritenere che si ha “servizio” nelle umili mansioni amministrative di carattere meramente esecutivo, dopo che si è  disquisito a lungo e in maniera bizantina si decide ( e, vista l’epoca, non può neppure dirsi che lo si faccia arbitrariamente! ) che il De Guidi eserciti una funzione. Quindi  egli, purtroppo per Domenico ed i suoi compagni!, è definito pubblico ufficiale ed è munito di particolare autorità e di potere direttivo, insomma si tratta di un baluardo dell’ordine imperante. Uno di quei giovani, per sfuggire alla pena, disse che aveva simpatie per il fascismo e che non possedeva  maiale da macellare, un altro si atteggia ad uno spettatore occasionale e disinteressato!

Magari fossero riusciti a beffare quel potere infame ed illegale! Invece furono messi in galera. Quando il camion che doveva condurre in prigione quei poveri Cristi partì, i contadini erano in casa spaventatissimi, anche chi aveva un congiunto su quel triste convoglio. L’exemplum fascista aveva funzionato! Solo alcune donne, le sorelle di un ragazzo, si stesero a terra di fronte al veicolo, per gridare in maniera visibile a tutti e platealmente anch’esse, come avevano fatto gli scioperanti, l’ingiustizia che si stava perpetrando e forse sperando in quel modo di fermare il camion. Ma il fascismo sapeva come vincere qualsiasi ostacolo sociale ( non  le guerre ! ) e nessun moto di umanità era solito avere verso le grida dei contadini e la disperazione di madri e sorelle. Per visitare in carcere i loro cari, i familiari si recavano a piedi a Catanzaro, per lasciare così agli incarcerati qualche lira in più in tal modo risparmiata, visto che faceva parte della condanna pagare per il mantenimento ( sic! ), come fossero in un albergo di lusso e in villeggiatura.


Quandu gridammi, cioè quando abbiamo urlato le nostre ragioni, ricordavano fino a qualche decennio fa i contadini rimasti in paese. Le urla ad alcuni di loro erano ben costate, visto che per esse erano comminati due mesi di arresto. Quelle grida dolenti ( sediziose, nei documenti fascisti ) sono nel nostro passato e bisogna rammentarle di più. Oltre alle foto della manifestazione che veniva da noi chiamata “lo sciopero per i porci”, ci sono a Cortale altre immagini che mostrano l’ossequio alla dittatura di settori diciamo così meno affamati, le cui mano alzate nel saluto fascista sono state immortalate. La fotografia dei partecipanti alla protesta, di alcuni anni anteriore, testimonia invece un segnale se non di crisi, di difficoltà del regime nelle campagne cortalesi come in quelle calabre in genere. Perciò forse dalla dignità di quelle urla è necessario oggi ripartire. Bisognerebbe, difatti, che Cortale si decidesse ad uscire dall’afasia e non salutasse in maniera ossequiosa, ma imparasse a dire le ragioni del proprio disagio, quando e se lo ha.

Tanti di coloro che in quel gennaio del ’33 gridarono morirono precocemente, altri smisero di urlare, altri in seguito, quando fu di nuovo possibile, emigrarono. Di quella giornata abbiamo attualmente solo i pochi e vaghi ricordi di qualcuno e la descrizione che dell’evento si trova nelle carte processuali, che spesso però sono mistificanti. Chi scriveva era della parte avversaria ed era una controparte costituita dall’apparato fascista, a cui interessava la punizione non la ricostruzione della verità, tant’è vero che ritiene attendibili solo i testimoni che accusano gli scioperanti. Colpisce la distanza dalla cultura contadina ed il disprezzo per essa: ad esempio un teste dichiara che un manifestante fu visto in campagna dalle 9 alle 10, ma la sua testimonianza è ritenuta non valida perché sulla determinazione dell’ora non può prestarsi fede ad un analfabeta. Che ignoranza! Mia zia, contadina analfabeta, abituata come ogni agricoltore a guardare il sole e la luce e a regolare in base a ciò la propria quotidianità, si vantava di avere in testa l’orologio e non sbagliava neppure di un minuto quando ti indicava l’ora.

Del fascismo, comunque,  dovrebbe essere inutile richiamare alla memoria la protervia.  A meno che i cortalesi non si mettano, dopo il feudalesimo, a celebrare anche il Duce. I contadini, gente meccaniche nelle cui case non esistono archivi, continuavano a rievocare particolarmente il 31 gennaio del 1933 e la pena che era seguita a quel giorno, quando Cortale gridò e nessuno l’ascoltò. Di Domenico si diceva che era già morto, allorché alla famiglia vennero comunicate le spese giudiziali. La cognata, che come gli altri contadini non poteva scrivere la storia dell’antica protesta, rammenterà però sempre il ragazzo nell’atto drammaticamente decisivo della sua vita, quando nel vicolo attaccò la mula a la vuccula, e lo racconterà ai propri figli, mettendo in evidenza il coraggio e la retta posizione del giovane e l’ingiustizia di chi a vari livelli deteneva il potere locale come emanazione di quello nazionale e suo garante: la guardia, Augelli, Foderaro, il maresciallo, ecc. Dietro tale autorità comunale, con cui questa nostra povera gente era a diretto contatto, stava quella di Mussolini.

E’ importante però ricordarli tutti, uno per uno, gli arrestati e, insieme, la loro età. Nella stessa successione con cui il regime li indicava in una lista compilata in base al loro grado di pericolosità, eccoli gli uomini e le donne ritenuti una minaccia perché la manifestazione di protesta e le grida emanate avevano la potenzialità di mettere in pericolo l’ordine pubblico : 1) Savino Tranquillo, 20 anni 2) Fossella Giuseppe, 17 anni  3) Notaro Santa, 44 anni  4) Cunsolo Caterina, 34 anni  5) Faga Domenico, 21 anni  6) Suppa Giovanni, 23 anni 7) Migliaccio Rosa, 40 anni 8) Bucchino Antonio, 41 anni 9) Notaro Tommaso, 32 anni  10) Notaro Domenico di G. Battista, 20 anni  11) Caccavari Damiano, 30 anni 12) Simonetta G. Battista, 22 anni 13) Provenzano Maria, 43 anni 14) Surianello Francesco, 19 anni 15) Castanò Giovanni, 25 anni  16) Rondinelli Giuseppe, 22 anni  17) Perris Benedetto, 36 anni  18) Saraceno Francesco, 58 anni  19) Vatrella Eleonora, 62 anni  20) Stella Maria Eleonora, 35 anni  21) Notaro Domenico di Pietro, 42 anni  22) Migliaccio Domenico, 27 anni  23) Pellegrino Francesco, 25 anni  24) Saraceno Giuseppe, 20 anni  25) Ianìa Antonio, 28 anni  26) Caccavari Domenico, 26 anni  27) Notaro Domenico fu Pietro, 58 anni  28) Fodaro Giuseppe, 44 anni.

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4 pensieri su “Quel 31 gennaio del 1933

  1. scrivo perchè in questo momento sto procendo nella stesura della tesi, dovrei laurearmi in storia del mondo contenporaneo. la tesi verterà sulla storia di Jacurso dalla costituzione avvenuta nel 1811 ai gioni nostri. questa ricerca si inserirebbe bene all’interno del mio lavoro, visto che descrive in modo minuzioso le condizioni di vita della quasi totalità della popolazione nel ventennio fascista a Cortale, ma varrebbe lo stesso per la comunità di jacurso. purtroppo a jacurso non sono riuscito a trovare materiale del genere, potrei visionare questi documenti?? aspetto una sua risposta, buona serata

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  2. Quella. Era. L’epoca dei. Sopprusi. ‘ politici. bastava. Una. parola. e. si. veniva mandato. al. confine , basta. pensare. che. Chi. indossava. una. camicia. Nera. , tutti. ignoranti. , avevano. un. potere. Malefico sui. cittadini.

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