I funerali di Berlinguer


C’ero quel giorno a Roma, ma non vidi nulla, sebbene fossi vicina al palco. Ricordo solo la lunga camminata nel corteo e poi di essere stata in mezzo a una folla immane in piazza San Giovanni; ricordo spalle di altri spesso più alti davanti a me e la voce degli oratori che si susseguivano al microfono; ricordo il caldo torrido di quella giornata di giugno, gente ( anche omoni) che sveniva per il caldo, ombrelli portati per un’eventuale pioggia aperti invece per il sole, applausi quando passava qualcuno stimato ( sentii ritmare il nome di Arafat, spesso quello di Pertini). Ci era stato comunicato di non recarci a Botteghe Oscure per non intasare le vie lungo le quali sarebbe passato il corteo e il mio gruppo seguì il percorso indicato dagli organizzatori. Vittime tutti della famosa disciplina di partito? Tanti eravamo approdati nel P.C.I. da esperienze in movimenti extraparlamentari: io avevo ad esempio pensato che a Cortale bisognasse entrare nella locale sezione del partito comunista, se si voleva che la propria adesione alla sinistra avesse un senso e abbandonai senza rimpianti il gruppuscolo che avevo seguito senza peraltro fanatismo. Avevamo un bel caratterino indipendente, figuriamoci se eravamo pronti ad ubbidire a qualcuno, ma certo le posizioni scioccamente individualistiche le abbandonavamo quando aderivamo ad un organismo dagli obiettivi collettivi.
La sera eravamo partiti da Girifalco unendoci ai compagni del paese vicino e avevamo passato una notte un po’ mesta sull’autobus dove da un piccolo televisore ci arrivavano le parole di Natta, che, se anche fosse stato un dio sceso in terra, ci sarebbe sembrato non poter mai prendere il posto di colui che in quelle ore tristi si era cominciato a chiamare affettuosamente e amichevolmente Enrico. A Cortale erano stati i ragazzi alla nostra sinistra, di solito sempre critici e puntuti verso il P.C.I., che per primi, subito dopo l’annuncio della morte, avevano affisso un manifesto con un bel “Ciao Enrico”. Rammento ancora il momento in cui lo attaccavano: eravamo in piazza e d’altra parte in quei giorni in cui il segretario era in agonia noi non facevamo altro che vederci in sezione, addolorati e in pena. Ancora giovani e inesperti del dolore, avevamo il bisogno di stare assieme e c’era chi, di altri partiti, veniva in sezione per avere notizie e per stare con noi. Nessuno dunque pensò, arrivati la mattina a Roma, di abbandonare il gruppo e dirigersi a Botteghe Oscure per salutare per l’ultima volta il segretario, come tutti avremmo voluto fare. Si entrava del resto nel partito per ragionare assieme ad altri.
E quante volte ci eravamo fidati dello stesso Berlinguer? Ricordo il momento in cui lo disse: Si è esaurita la forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre. Non sono mai stata fanatica, ho scoperto il mio essere di sinistra su Terenzio ed ho guardato, senza però troppa convinzione, più alla Cina di Mao che al Soviet, ma quelle parole di Berlinguer non erano un’inezia anche se arrivavano in ritardo. Mi fidai. Anche quando discorreva di austerità o sollevava la questione morale. E mi fidavo non per cecità ( non ho mai sopportato che altri decidessero al posto mio !), ma perché capivo che egli poteva sbagliare analisi, ma che dietro le sue parole non c’era un tradimento delle classi più deboli, le quali nel partito da lui guidato si riconoscevano. A Catanzaro un otto marzo iniziò così il discorso rivolgendosi alle donne: Siete la nostra grande speranza. Credetti alla sua sincerità, io che sono piuttosto allergica, quando gli uomini vogliono loro parlare della questione femminile e magari pontificano scioccamente. Mi fidavo, anche se sapevo che da giovane lo avevano scandalizzato le mutandine appese ad asciugare della Castellina e aveva posto come exemplum virtutis femminile Maria Goretti. Quanto risuona amaro oggi quel suo rivolgersi alle donne come una risorsa, oggi in cui in Italia le donne sono una specie a rischio e ognuna di noi ogni giorno è in pericolo di vita! Lo vidi affacciarsi alla porta della stanza d’albergo in cui alloggiava a Catanzaro quando, di notte, si avvertì una scossa di terremoto. Gli altri ci eravamo spaventati, personalmente preoccupati, Berlinguer che avrà pure temuto per sé ( lungi da me raffigurarmi un santino! ) chiese però a noi addetti alla sua sorveglianza: “Avete telefonato alle autorità per sapere se ci sono stati danni alla popolazione?”. Mi sembrarono delle parole e una preoccupazione degne di un dirigente e se uno pensa agli homines et feminae ridentes delle istituzioni durante il terremoto della sventurata Aquila…Ricordo anche la calorosa stretta di mano che si diedero Berlinguer e alcuni operai, che al suo arrivo lo aspettavano all’entrata dell’hotel e i visi di costoro, un po’ increduli per la semplicità nel gesto dell’uomo. Mi pareva di cogliere quello che sentivano quei lavoratori: incontravano chi dava corpo alle loro battaglie e chi era il simbolo del partito da cui credevano venisse riconosciuta la loro dignità di persone. Quale legame, oggi, tra il corpo elettorale e i partiti o i candidati alle elezioni? Non penso che lo scollamento sia un problema che le classi dirigenti non abbiano.
Ritengo che quei funerali abbiano segnato una cesura tra un prima e un poi e che la gente, anche quella non presente a Roma, si rendesse conto che un’epoca si chiudeva irrimediabilmente. “Ha saputo diventare il perfetto strumento del realismo incarnando il sogno”, diceva in francese il presidente del Parlamento europeo e nelle mie orecchie vibrava quel rêve mentre me ne stavo stretta, in piedi, nei miei trenta centimetri di spazio. Rêve , rêve rêve  … La parola mi provocava dentro una pena infinita perché come tutti in quella folla immensa stavo già da qualche anno assaporando per diverse ragioni storiche il gusto amaro della sconfitta e dell’arretramento, in quel tempo per noi aspro in cui la sinistra al governo, “la sinistra da bere” degli anni Ottanta, aveva ormai beffeggiato come anacronistici e perdenti gli ideali di onestà e giustizia sociale e a Verona aveva pesantemente fischiato Berlinguer.
Durante tutta la giornata mi ha accompagnata una sottile preoccupazione: pensavo continuamente ai giovani figli e mi chiedevo se era possibile uscire non travolti e non per sempre prigionieri di quel corale riconoscimento dell’elevata statura del proprio padre. Dei funerali, però, ricordo soprattutto il segno di affetto per il suo segretario ( tuttavia si trattava anche d’altro: quel giorno ognuno omaggiava i propri principi ) di un ragazzo di Girifalco, il quale per tutta la cerimonia ( e durò molto e quella calura avrebbe fiaccato chiunque ) tenne alta e ben dritta una bella ma pesantissima per la sua lunga asta bandiera rossa. E’ il ricordo più caro che ho forse di quel giovane, da cui mi dividevano parecchie idee sul mondo e sull’esistenza.
L’anno dopo moriva mio padre, il primo vero dolore della mia vita. Ma per me era stata una triste frattura la morte di Berlinguer, perché ne sentivo l’umanità profonda e l’onestà ed ho creduto che egli portasse innanzi parecchie delle idee di cui si nutriva la mia giovinezza e di cui si sarebbe nutrita in seguito e si nutre tuttora la mia esistenza.
Adesso, in questi giorni di grigie elezioni, di candidati che si fatica a guardare come portavoce di idee e bisogni collettivi,  quando Monti riceve la benedizione ecclesiastica in un’Italia che mai pare trovare la strada del laicismo e il professore bacchetta come un Berlusconi qualsiasi i partiti nati (oh, quale orrore per la nostra vergine cuccia!) nel ’21, io penso a quei funerali e al grande potenziale umano e ideale che era in quella folla e in quelle strade di Roma quel giorno, ricchezza troppo sbrigativamente svilita e svenduta da teorici e dirigenti politici ed oggi perduta. E capisco a volte lo smarrimento dei giovani: io mi ritengo fortunata, perché ho potuto avere retti punti di riferimento politici, un giovane attualmente invece non facilmente può sognare e progettare il futuro, e personale e generale. Diceva a proposito dell’amore un’antica nostra corregionale, Nosside di Locri Epizefiri: Chi non è stato baciato da Cipride, non sa che rose siano i suoi fiori. La mia generazione è stata baciata dagli dei, perché chi ha voluto e scommesso ed ha avuto cuore generoso ha conosciuto il fiore della speranza. Adesso a tanti cresciuti in quel periodo resta probabilmente la caparbietà o, chissà!, la pazienza tutta calabrese nell’inseguire l’antico rêve. Ma basta, per andare a votare.  Nonostante tutto.

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