Melodiose corsie in Calabria


Chi in Calabria ha la triste ventura di essere ammalato trova in questi giorni conforto e speranza. E’ vero, appena arriva un raffreddore, si viene colti dall’angoscia totale: a chi rivolgersi? dove andare? E  –  consigliati dagli stessi medici di base ( “Va’ fuori! Qua non c’è nessuno capace!”  ) –  si prende sempre più spesso la valigia che da casa nostra, dal tempo delle antiche emigrazioni, non è mai scomparsa e si riparte, questa volta in cerca della salute.
Ma, dicevo, ci si rincuora in questi giorni: la musicoterapia risolverà tutto, almeno a Lamezia Terme. Sui giornali locali si legge che l’ospedale della città si appresta ad avviare un innovativo progetto di promozione della prevenzione dello stress lavoro-correlato per i dipendenti dell’Asp.
Nello stile ornato ed oscuro, da oracolo delfico, che è proprio di noi calabresi, la stampa plaudente ci informa che siamo in presenza di un programma di musicoterapia strutturato per migliorare la coesione sociale e la sincronizzazione dell’umore dei lavoratori, cercando di eliminare l’ansia e le tensioni interne e promuovendo il benessere psicofisico della persona e del gruppo. Si precisa, inoltre, che il programma della durata di sei mesi sarà attivato nell’unità operativa Anestesia e Rianimazione. Nel presidio ospedaliero “Giovanni Paolo II” infatti si è pervenuti alla decisione di intervenire su due fonti specifiche di stress, quali la sofferenza e la morte del paziente, fattori che in quel particolare Reparto rendono più alta l’angoscia da parte del dipendente. I lavoratori, divisi in cinque gruppi di cinque unità, ascolterannola stessa musica in modo ricettivo durante l’attività lavorativa. Ecco quello che mancava a noi pazienti calabri, disperati e in preda al panico non appena sentiamo che qualcosa nel corpo non funziona! Costretti, per qualsiasi analisi, a servirci delle strutture private, visto che in quelle pubbliche bisogna sottoporsi a file defatiganti per un malato ( specie se anziano) o aspettare mesi, addirittura a volte anni. E la nostra sfiducia nella sanità calabrese è ormai tanta che ci spostiamo anche per una leggera patologia. Emigrati sempre, quando andiamo a lavorare nelle miniere e, quando, nel corpo sofferenti e deboli, ci rechiamo altrove a ritrovare il ritmo perduto del corpo e della vita.

“Il primo dovere di un medico è di chiedere perdono”, dice Bergman ne “Il posto delle fragole”.  Davvero non c’è  peccato più grave di quello commesso contro gli ammalati, i quali sono già impegnati in una personale e delicata battaglia con un nemico più forte e sovente si trovano, specie nella nostra regione, a lottare altresì con chi sul loro patimento costruisce i propri guadagni. In Calabria la sanità è luogo di grandi e di piccoli profitti, a seconda del posto occupato nel settore. E spesso nel campo sanitario, più che in quello dell’edilizia, si sono affrontati e si fronteggiano i poteri illegali: basta guardare alla nostra storia, anche ai nostri morti eccellenti. Pure gli sprechi del pubblico denaro e la mancanza di un criterio di priorità nella spesa ( in questa categoria è da annoverare il progetto lametino ) sono un’offesa alla malattia e ugualmente lo sono le inefficienze estesissime.
Per siffatti motivi rasenta il ridicolo e suona come una beffa questo strombazzare a proposito della musicoterapia. I piccoli giornali locali dovrebbero vergognarsi a decantare il niente. Bisognerebbe invece recarsi in un ospedale del centro o del nord dell’Italia per un servizio giornalistico serio, per vedere quanti calabresi si rivolgono alle strutture di altre regioni. Allora si potrebbe osservare l’ansia reale di tale categoria di pazienti ( di questa, sì, sarebbe necessario occuparsi in primo luogo ), la solitudine nella quale devono condurre la lotta contro la malattia, lontani da casa e il più delle volte senza il sostegno dei loro cari, in ospedali che sono sempre universi di dolore e di spersonalizzazione, ma maggiormente per chi è costretto a vivere la difficile esperienza separato dalle sue cose.
Adesso, però, terminerà questo esodo sanitario costoso per la comunità intera e per chi si ammala, questo esodo triste per i pazienti e motivo di innumerevoli disagi e inquietudini per i familiari; adesso che sapranno che saranno curati da gente…curata dalla musica, tutti  torneranno con fiducia. In effetti si emigra in istituti distanti perché abbiamo personale stressato e in ansia per la nostra sofferenza, non perché sappiamo di non essere al sicuro nei nostri ospedali o perché manchino gli strumenti diagnostici adatti.
Per dirla assieme a Bergman, nel mondo che gravita attorno alla malattia è il paziente la creatura più fragile e bisognosa. Gli altri, dal primo all’ultimo, a confronto sono dei privilegiati ed è opportuno che di ciò siano consapevoli. Nessuno ignora che chi lavora in ospedale debba imparare a non farsi travolgere dalla dolore a cui quotidianamente assiste e che questo sia un problema serio. E non è che non sarebbe utile avere personale psicologicamente più tranquillo e quindi forse più gentile. Chi di noi, oltre ai professionisti responsabili di gravi errori sanitari che sarebbero stati degni di una nostra denuncia, non ricorda qualche infermiere o medico che ha reso più dolorosa la nostra malattia o quella dei nostri cari? Chi può dimenticare coloro che hanno spesso trascurato che eravamo delle persone e non dei numeri e che era necessario avere nei nostri riguardi particolare sensibilità e tatto e capacità di parola? Io ho un elenco doloroso di orrori: episodi di mancanza di professionalità ed umanità, gente che ha aperto bocca quando sarebbe stato il caso tacesse o è passata distratta quando avrebbe dovuto fermarsi, che rammenterò con sdegno e qualcosa in più finché avrò vita. Ma sappiamo vedere le urgenze, noi ammalati, e ci basta incontrare, per adesso, lavoratori competenti che sappiano fare il proprio mestiere: siano cioè in grado di diagnosticare e curare. Altrimenti non riusciamo a perdonare chi ha avuto od ha il complesso compito di occuparsi della nostra salute. 

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