Il lamento del Mediterraneo


…tutto l’apparato dei remi veniva frantumato, mentre le navi elleniche all’intorno abilmente colpivano. I nostri scafi si rovesciavano e il mare spariva alla vista, tanto si coprì di relitti e di cadaveri; scogliere e spiagge rigurgitavano di morti. Ogni nave dell’armata persiana remava in fuga scomposta. E gli Elleni con pezzi di remi e di rottami percuotevano e spezzavano la spina dorsale ai Persiani, come fossero tonni o una retata di pesci. Il pianto e i lamenti invadevano il mare, finché l’occhio fosco della notte arrestò la strage. Non ti potrei esporre completamente le tante sciagure, neppure  se per dieci giorni raccontassi per ordine. Sappi bene infatti questo: mai in un sol giorno morì una tale moltitudine di uomini.
Siamo alla corte di Susa e un messo narra alla regina Atossa la sconfitta di Serse a Salamina. Eschilo rivive infatti nella tragedia l’evento storico ponendosi dalla parte dei vinti persiani e gli Ateniesi, i vincitori, a teatro riflettevano sulla precarietà del destino dell’uomo, su cui il male sovrasta anche quando egli è al culmine della fortuna.
Lo stile drammatico del poeta ha tale potenza da portare ancora oggi, nel presente, l’angoscia per l’orrore di quel mare sconvolto dal sangue persiano, ma anche la consapevolezza dell’orrore del nostro Mediterraneo.
Da Susa ad Atene arrivava il dolore, da Lampedusa alle nostre case dovrebbe arrivare il dolore. Ma noi retoricamente ci emozioniamo e indigniamo per le tragedie del passato, non per quelle attuali: tutti sembrano sentire la ferita novecentesca del popolo ebraico, tutti sembrano condannare le vecchie dittature o la storica tratta degli schiavi, Hitler viene guardato con ribrezzo e nessuno ( o quasi!) osanna Priebke. Ma sono in fondo atteggiamenti che non ci costano niente e quando adesso a Lampedusa arrivano i vinti della  storia, i più deboli e poveri, e bussano alle nostre porte o muoiono come tonni o una retata di pesci, allora rimaniamo inerti e insensibili: a ben altri sdegni avremmo assistito se i morti fossero stati della parte di noi vincitori, sarebbero addirittura caduti governi e dichiarate guerre, avremmo versato lacrime e avvertito un dolore profondo.
Purtroppo non c’è oggi un Eschilo che si metta dalla parte degli sconfitti, un poeta tragico che ci dica il senso dell’esistenza umana, ma Grilli parlanti, che urlano la loro ( e la nostra ) chiusura di occidentali sazi. Siamo dei vincitori superbi e ciechi.

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Un pensiero su “Il lamento del Mediterraneo

  1. Ieri, visitando la mostra dedicata ad Augusto, mi soffermavo a pensare quanto stretta fosse nel mondo romano la compresenza, la comunione direi, tra morti e vivi. La presenza dei Lari – entità protettrici della famiglia, dello Stato, dell’individuo – nelle abitazioni dei nostri lontani antenati e il compiersi del rito domestico, celebrato dal capofamiglia, che mirava a trasformare l’anima del defunto in genio protettore, in Lare, faceva sì la memoria divenisse conoscenza e ri-conoscenza. Oggi si celebra, un rito, per certi versi osceno -nel senso etimologico: fuori scena, fuori luogo-, in cui s’ostenta ciò che spesso è privo d’interiorità: lo si fa – lo si deve fare – per il pubblico e reciproco plauso. E’ di questa compresenza, invece, che ogni giorno avverto l’urgenza.

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