La mia alunna venuta da Istanbul


E’ intenta a tradurre dal greco, la ragazza venuta da Istanbul.
Tira fuori un libricino ed io penso possa essere una di quelle diavolerie di cui da sempre tentano di servirsi i ragazzi per rinvenire il presente dei verbi.
Mi avvicino e vedo che si tratta invece di un piccolo dizionario turco-italiano.
Ha una copertina azzurra il piccolo dizionario italiano-tedesco che è ancora in casa mia, dagli anni Cinquanta. Lo ha utilizzato il mio giovanissimo fratello andato a Zurigo possedendo il dialetto cortalese e solo alcuni elementi della lingua italiana. Lo utilizzò mio padre, allorché già grande tentò anche lui la via dell’emigrazione per un anno. L’ho utilizzato io, tempo dopo, quando per la tesi di laurea avevo bisogno di conoscere il significato di termini tedeschi.
A casa mia c’è ancora una grammatica tedesca, ci sono foto di mio fratello alla scuola serale svizzera dove egli ha imparato l’attività di tornitore. Io ricordo i nomi stranieri dei datori di lavoro dei miei, ho appreso da piccola, e le adopero ancora, addirittura alcune parolacce in tedesco e da bambina sentivo mio fratello e mio cognato raccontare barzellette sui ragazzi italiani che, fraintendendo delle parole di giovani svizzere, tentavano qualche innocente approccio maldestro credendo di essere stati “autorizzati” a farlo.
Casa mia è inoltre piena di fotografie di parenti mai conosciuti che abitano in America. E persino le mura sono impregnate delle numerose assenze. L’alunna venuta da Istanbul mi pare il primo risarcimento che io possa vantare per i troppi che, come emigrati, sono andati via e la cui mancanza mi lacera ancora.
Ha ragione la responsabile di quel blog, Non volevo fare la prof, che fra i tanti sulla scuola per me è l’unico dove trovo parecchi aspetti della realtà scolastica e del mestiere di maestro: l’insegnamento non viene intralciato dalla presenza in classe di molte culture, viene viceversa potenziato. A me è la prima volta che capita di avere un alunno non nato in Italia e la ritengo forse l’unica cosa positiva e innovativa che mi sia successa da parecchi anni sul lavoro.
E’ veloce la ragazza venuta da Istanbul nell’utilizzo del dizionario greco ( il famoso, l’impegnativo Rocci!) e i compagni le dicono “Piano!” quando più velocemente riconosce temi verbali e temi del presente. E’ invece incerta nell’uso della lingua italiana, ma sono molto rari oggi i ragazzi padroni della lingua italiana. La Lega Nord tuttavia non ammetterebbe a scuola la mia alunna, che per me è stata al contrario una grande gioia.
Finalmente io agnostica e non allineata ho in classe una diversità religiosa e culturale che mi fa sentire meno sola, in questo volgare imperare dell’elogio della maggioranza. E poi: eccola seduta davanti a me, lei col suo foulard ed io con le braccia nude e la testa scoperta. A rispettare la libertà e peculiarità l’una dell’altra.
Chissà com’è arrivata la ragazza da Istanbul! Sono contenta che il mare della sua navigazione sia stato clemente e che lei sia giunta fino a me.
Averla di fronte incoraggia il mio lavoro in un momento così poco entusiasmante per la scuola pubblica e arricchisce il mio insegnamento: lo rende più scrupoloso, più attento alla differenza ed ai bisogni particolari. E cos’è una classe se non un insieme di alunni ognuno speciale?
Ma questa giovane arrivata da lontano mi fa conoscere se stessa e quindi mi tranquillizza pure rispetto alle novità della nostra società e all’esistenza di costumi  e saperi non noti. Mi accade infatti che, sebbene la mia casa sia permeata dalla sofferenza di una secolare emigrazione, non sempre sia libera dalle paure ( non tanto dal bieco pregiudizio verso il quale paio per natura vaccinata) nei confronti di chi, di nazionalità differente, abita accanto a me. E di ciò non sono fiera.
In verità un paese tutto non può che trarre giovamento dalla presenza di ragazze come questa arrivata da Istanbul, che con grande impegno sta traducendo adesso dal greco. Davvero lei è italiana, come me. Così i miei nipoti sono cittadini di Zurigo ed i miei cugini lo sono di Buenos Aires. Questo dovrebbe indicare e comportare lo ius soli: essere cittadino del luogo su cui si cammina e si vive.

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2 pensieri su “La mia alunna venuta da Istanbul

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