Zurigo-Cortale


Assieme ad altri della mia famiglia, sono stata a Zurigo per l’ottantesimo compleanno di mio fratello, emigrato negli anni Cinquanta. Ed ho trovato alle pareti di casa sua questa vecchia foto con parecchi cortalesi che si erano recati a Maida, probabilmente per motivi religiosi. Quanta gente ho riconosciuto, la cui perdita ha contribuito a provocare la nostalgia che spesso mi pervade! Sono persone che ero abituata a vedere e che a poco a poco non ho più incontrato, sicché la mia vita si è impoverita: in fondo questo significa il passare del tempo, la modificazione profonda della geografia del tuo cuore.
Nell’immagine si notano Micuzzu Todescu, la cui bottega ha accompagnato la fanciullezza di molti cortalesi e dove come in un bazar i deliziosi uacchipistati si univano alla crusca, a a rame, ecc.; Ngiuannuzza Ferraro, una donna la cui vita fu travolta dalla seconda guerra mondiale che le portò via lo sposo, una tragedia che la costrinse a crescere da sola i figli, sovente trasportando in testa legna che poi vendeva agli altri; le sorelle Cefalì che abitano Vasciu, che io ricordo passare fiere per le strade; don Pasquale Pellegrino, che ci ha incantato con i suoi magici racconti; un giovane don Pietro Bardascino, la cui inquieta mancanza di retorica annunciava tempi nuovi. Riconosco pure due cugine di mia madre, i Ddiali, che sono parte di me e della mia infanzia. Rivedere le vecchie foto è come avere la restituzione di coloro che abbiamo perduto e che sembrano essere stati sottratti persino al nostro ricordo: la gioia che si prova nel ritrovarli in un ritratto del passato indica però che in un angolo di noi vivono ancora, nonostante il continuo furto che il tempo esercita nei confronti della nostra esistenza e memoria.
C’è, in quest’abitazione zurighese, pure una fotografia di vecchi cortalesi che mio fratello a sua volta ha trovato esposta in una stanza di compaesani d’America: il mondo è pieno di noi e noi siamo pieni degli altri. Forse dovremmo ricordarlo di più, quando lo straniero viene in Italia.
Tante case di italiani all’estero sono così, biculturali o multiculturali. Ad una parete di quella camera di Zurigo c’è anche la cittadinanza svizzera, chiesta tardi da mio fratello ma adesso orgogliosamente esibita. I percorsi di vita sono in realtà complessi e ricchi. E la legislazione ciò dovrebbe registrare, includendo e ritenendo propri cittadini coloro che arrivano da un paese diverso, non escludendo chi ha inteso dare un orizzonte più ampio alla propria esistenza.Zurigo
Anche le nostre case in Italia e le nostre vite sono piene di tessere ed elementi stranieri: la mia abitazione ha foto della Svizzera, monete ecc.  Inoltre, nei miei parecchi viaggi a Zurigo, ho apprezzato quella regolarità  del quotidiano, quella conseguente mancanza di fatica e tensione che pare caratterizzare un’organizzazione della vita non affidata all’improvvisazione, la quale  invece da noi lascia il cittadino solo di fronte ai problemi o di fronte alla burocrazia. Ho sentito la libertà delle donne, di cui è segno la semplicità dell’abbigliamento. E negli anni ’70,  ancora oscurantisti a Cortale, a Zurigo potevi tranquillamente metterti in costume da bagno e nel giardino di casa prendere il sole o andare con i bigodini in testa sull’autobus: non costretta ad essere sempre inappuntabile e inamidata. Ma la cosa principale che mi avvicina a questa terra sono i miei nipoti, cresciuti nella cultura svizzera, che perciò non mi è estranea. Zurigo, a sua volta, è piena di ricordi e sensibilità italiani, anche cortalesi come nel caso della mia famiglia. L’esistenza di tanti acquista quindi siffatta varietà di colori, in cui la vicenda umana trova il suo senso e ritmo.
In mezzo, come elemento irriducibile, il dolore del distacco, del discidium.
A Zurigo difatti c’è altro, oltre quello che apparentemente si vede, in questo compleanno di mio fratello, la cui valigia di cartone conservo tuttora a casa mia. Quanta storia di antiche lacrime in ciò che si mostra ai miei occhi! C’è il dolore di mia madre allorché lo vide partire e che a ogni separazione sussurrava di rimanere cu i vrazza vacanti, quello di mio padre, il mio stesso che godevo di questo fratello solo due volte l’anno: i classici agosto e Natale. C’è in primo luogo mio fratello e la fatica del suo integrarsi, lui ragazzo calabrese che negli anni ’50 decide di dare confini nuovi alla propria vita. Racconta spesso di quando all’inizio si ritrovavano tra compaesani nei luoghi di emigrazione, di come si aiutassero, del fatto che dormissero in tanti in uno stanzone. La prima volta che partì, per un mese si alimentò con quanto mia madre aveva messo in valigia, poi un amico lo ospitò e gli cucinò nu minestrone il cui sapore non dimenticherà mai. Nel compleanno che festeggiamo altrove c’è soprattutto dunque lui, ormai con doppia cittadinanza, svizzera ed italiana, il quale vuole vivere a Zurigo, ma che quando torna a Cortale dice che un cielo così terso e azzurro in nessun altro posto lo vede mai. C’è suo figlio, un giovane uomo che parla e pensa in tedesco, il quale confessa che una sua pena è non avere i parenti vicini: in questi giorni ha lasciato ogni impegno per godersi la nostra compagnia.
Tuttavia quei bambini, nipoti di mio fratello, facenti parte ( non direi integrati, ma proprio facenti parte ) della società svizzera sono un conforto e sono un dolore antico che si ricompone.
Ma le ragioni del cuore sono differenti da quelle della Storia, che si acquieta più facilmente e trova risposte e spiegazioni e un senso, pure socio-economico.  Non vedere quei bambini che giocano allegramente, averli così lontani pur essendo parte di me, essere anzi abituati alla loro assenza e non sentirla neppure, è il dolore che paghiamo ancora, è la ferita che non si potrà mai sanare.
E nel saluto triste all’aeroporto di Zurigo tra me e miei nipoti, consapevoli di essere stati felici assieme ma di doverci separare, costretti ad una quotidianità mutila della presenza dell’altro, mi pare di rivedere e risentire dentro come una lama affilata quei commiati pieni di lacrime della mia infanzia e giovinezza: quando salutavamo i fratelli o i figli che partivano, mia madre mesta come l’Addolorata. E il saluto durava finché l’automobile non scompariva dalla nostra vista. Poi il ritorno in casa, desolati.
Il gruppo di chi restava a Cortale, e che ogni volta agitava a lungo le braccia per salutare chi andava via, col tempo si assottigliava sempre di più ( gli anziani le care zie, i genitori morivano), l’altro diveniva più folto ( si aggiungevano i ragazzi che erano nati, i nipoti, le nuove generazioni che crescevano e vivevano lontano da noi ). Famiglie monche. Identità sofferenti. Questa è stata l’emigrazione, non un processo indolore.
L’altra sera a Zurigo si rinnovava quel patimento, sebbene non ce lo siamo detto. Abbiamo sorriso e ci siamo abbracciati forte. Abbiamo evitato di piangere.

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2 pensieri su “Zurigo-Cortale

  1. Gentile Italia Serratore,
    sono Francesco Occhiuto, cortalese come te e oggi trapiantato a San Lucido vicino Paola, ed emigrato per un periodo non brevissimo in Svizzera proprio nel cantone di Zurigo, seguo talvolta il tuo blog che mi sembra straordinario, tanto grandi sono la passione civile ed il sentimento che traspare da ogni tuo scritto!
    Consentimi di esserti amico, anche se non mi conosci a fondo; sappi che, leggendo il tuo scritto (post) Zurigo-Cortale, ho avvertito e rivissuto sensazioni anche da me personalmente provate.
    Hai saputo magistralmente toccare le corde delle nostre anime di emigrati ed ex emigrati, di quelli come noi che hanno più di una patria e che serbano il ricordo di tante situazioni intensamente vissute, raccontate e tramandate purtroppo solo ai pochi intimi che sanno ascoltarci e dialogare con noi.
    Grazie di esistere e con l’augurio di poterci conoscere e scambiarci le nostre opinioni di cittadini ed il ricordo delle nostre esperienze di vita.

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