Prima comunione, agosto 1962


Estate del 1962, prima comunione. ( Fotografia di Antonio Faga )

La piccola della foto ha i capelli raccolti in una coroncina ed il vestitino che scende liscio, ma io ricordo le bambine diversamente acconciate per l’occasione. Quelle che per la prima volta avrebbero dovuto fare la comunione, quindici giorni prima, vivevano la bellezza e l’incanto dei preparativi di ogni rito di passaggio. Non c’erano ancora a Cortale parrucchiere, credo che l’abbiamo avuta solo verso il ’65 e fu una ragazza che rivoluzionò le nostre pettinature e diede maggiore grazia alla nostra femminilità. In casa si preparava perciò un impasto con uovo, si tagliavano delle striscioline di carta velina e si imbevevano nell’intruglio. Attorno alle strisce si avvolgevano quindi i capelli della bimba ed eccoti bella e inventata una permanente popolare. La bambina teneva questi che sembravano bianchi fiocchettini giorno e notte per due settimane, pur di avere riccioli perfetti: la si vedeva venire a scuola, giocare allegramente, recarsi a la potiha  così acconciata e tutti sapevano che l’aspettava il bel giorno: “Ha mu ti fai a cumunione? Allora mo ha mu fai a brava e mu ascuti i randi! De cu dicisti ca sini figghia? Ah, capiscivi: canusciu a patritta e a mammata, salutammile“. E la piccola proseguiva il cammino saltellando, credendosi importante come la Bettina manzoniana, ed era felice di questo nuovo riconoscimento sociale che la faceva sentire finalmente grande. Alla bellezza del vestitino si provvedeva apprestando l’amido con molto riso bollito e si aveva un abito vaporoso come una nuvola. Si compravano inoltre un paio di eleganti scarpette bianche che felici indossavamo, noi che spesso, per giocare scatenate beatamente come maschiacci, toglievamo le scarpe e correvamo scalze incespicando regolarmente nei sassi e sempre con il dito già traumatizzato, ma avevamo il vento in quei benedetti piedi. Si continuava a camminare e a pavoneggiarsi con quelle scarpe 15 giorni dopo la cerimonia, come facevano a quel tempo anche le spose. E quindi a chi ti chiedeva se avevi appena ricevuto per la prima volta la comunione, si diceva di sì e si avvertiva in tal modo a lungo, grazie a quelle deliziose scarpette ai piedi, il sapore della tua festa. Io ancora adoro le scarpe bianche e so perché calzarle mi dà felicità.
La foto sopra ha purezza di linee e coglie la bella essenzialità di questi antichi spazi: il fotografo, un giovane contadino da qualche anno emigrato, non è un professionista, ma guarda con rispetto al suo mondo, dandoci un ritratto in cui niente è di troppo o volgare. La nostra vita non è stata tarantelle grossolanamente oggi riproposte. Questo lo racconta chi è estraneo alla civiltà contadina, per nascita o pensiero.
Io avevo dieci anni il giorno della prima comunione e accanto, sull’altare, c’era pure una giovanissima sposa di quindici anni. La cerimonia si tenne il giorno dopo il fidanzamento ufficiale di mia sorella, per cui anche la mia festa fu accompagnata da dolci e liquori destinati ai due giovani promessi, i liquori addirittura preparati sei mesi prima dalle donne di casa e messi in campagna nella paglia, non so se a fermentare o per tenerli al riparo da ladri o da familiari bevitori. Per i diversi  riti collettivi, cioè, la società contadina aveva la capacità, la fantasia e la voglia di organizzarli con grazia e dignità: nascite, comunioni, fidanzamenti, matrimoni, pii riti funebri.
In quell’occasione io fui fortunata persino per quanto concerne i regali. Nessuno me li avrebbe mai fatti, ma mio cognato, giovane di rara sensibilità, quando andammo ad un’oreficeria di Nicastro per il fidanzamento, oltre ai tanti gioielli con cui adornò e caricò mia sorella come allora si usava ( colei che si fidanzava pesava almeno mezzo chilo in più, con quei grandi anelli, ecc.! ),  comprò un paio di graziosissimi orecchini per me, l’altra piccola donna di casa. E la sera prima della mia comunione, durante il fidanzamento, i giovani – mio fratello, mio cognato, tanti ragazzi amici, i miei cugini, tutti emigrati –  avevano danzato e mi ero divertita a farlo anch’io, che da loro, che si vantavano di andare a lezione di ballo a Zurigo, ho imparato il cha cha cha, il twvist, oltre alla mazurka, valzer e tango. Insomma, gli emigrati portavano le novità nelle nostre vite:  io, prima che mio fratello arrivasse dalla Svizzera con una bella macchina fotografica, non ho neppure una foto. Quei benedetti emigrati tanto mancavano nelle case e nelle vie di Cortale, anche se esclamavamo Ma come fate a camminare in queste cote?, ripetendo con triste ironia l’espressione utilizzata in vacanza da qualcuno di loro. Sapevamo bene che quelle parole segnavano il distacco che si andava inevitabilmente creando tra le nostre esistenze, tra chi era rimasto e chi era partito.
Mio cognato dopo il fidanzamento ritornò in Svizzera: sarebbe venuto a Natale, per sposare mia sorella. Lasciò alla fidanzata, però, il suo mangiadischi e allora sì che io bambina sentii l’aria di mutamento che c’era negli anni Sessanta! Il vicolo in cui vivo da sempre fu assordato e intronato dall’altissimo volume e nessun anziano mai, neppure allorché ascoltavo a vele spiegate “Cuore matto”, mi rimproverò, neanche quando qualche vecchio era gravemente ammalato: evidentemente si capiva che la  mia non era mancanza di rispetto, ma giovanile non-coscienza.
Tuttavia il vicolo risuonava di musica e di danze di giovanissime, di adolescenti e di bimbe, anche quando una mia vicina, una ragazza un po’ più grande di noi, tornava dalla campagna in cui abitava per tutta la settimana. Aveva, pure lei credo perché si era fidanzata, un giradischi e dei dischi con musica, diciamo così, molto popolare e il sabato allora era un tripudio. Spalancavamo la porta della sua casa, quella che dava sulla strada principale, accendevamo il giradischi e davamo inizio ai balli ed anche a un rude saltellare. La stanza si riempiva del nostro allegro vociare e il suono rumoroso arrivava, penso, fino a Vasciu.
A casa mia, dunque, prima della “rivoluzione” regalataci dal mio cognato gentile, non esisteva l’aradio: e non so per quali vie arrivassero le canzoni napoletane a mia madre o come conoscesse “Marina” o “Il pullover”, due motivi che amava tanto: mi sembra, ma solo mi sembra, purtroppo, di sentirla ancora cantare.
Non tutto è bello di quel periodo, che è stato duro e amaro per i nostri luoghi e per la maggior parte di chi li abitava, ma io ho la fortuna di avere avuto parecchi anni felici nell’infanzia, e li ho vissuti a Cortale: non sono fiera di esservi nata, ma qui sono nata ed ha condotto l’esistenza chi ho amato. L’appartenenza legittimamente può anche essere dolorosa e critica. La mia lo è.

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