‘U miedicu de i vennari e il Municipio


Credo che a Cortale si fosse sotto l’amministrazione Riga-Braccio, quando a scuola cambiarono i vecchi banchi di legno e misero quelli verdolini, più comodi e allegri: il giudizio da dare su quella conduzione del comune  sarà più complesso, ma di allora questo ricordo.
Fu in quegli anni che si fece anche, credo, una refezione per i bambini più poveri o che appartenevano a famiglie molto numerose ( ma qualcuno insinuava che la discriminante consistesse nell’essere amici degli amministratori ). Io non fui mandata probabilmente perché mancavo del secondo requisito ( ritengo che il primo, quello della povertà, lo avessimo più o meno tutti ! ), ma ogni giorno pensavo a quali cose succulente potesse gustare la mia compagna di classe e di giochi, che mi sembrava fortunata poiché ad un certo punto si alzava e con la bidella andava a mangiare alla gratuita mensa scolastica presso le “Case Popolari”.
E fu, mi pare, in quel periodo che, pure per combattere la mortalità infantile, da Girifalco, paese che già vantava parecchi specialisti, cominciò a venire ogni venerdì un medico per i bambini. Ricordo che ancora alcuni bimbi morivano quando io ero piccola, sebbene fossimo nel dopoguerra e ci nutrissimo sufficientemente. Certo il ritmo di tali morti era lento, mentre mia zia diceva che qualche decennio innanzi era un continuo suonare delle campane a gloria, perché saliva al cielo un bambino divenuto n’angiliedu .
Il medico che arrivava da Girifalco noi lo chiamavamo ‘U miedicu de li vennari, ed era come se dicessimo medico pediatra. Non visitò mai me che avevo cinque-sei anni, forse perché, come tanti altri che erano sopravvissuti e avevano superato indenni i primi anni di vita, ero forte o perché mi pare curasse soltanto i piccolissimi che probabilmente correvano più pericoli. Ma era una festa grande quando quel medico giungeva da Girifalco, perché a noi  più grandicelli dava la farina a latte, un po’ come i soldati americani avevano distribuito alcuni anni prima il cioccolato. A farina a latte era una polvere gustosissima e noi golosamente ne mettevamo pugni  in bocca e ci deliziavamo. Era, per  le nostre abitudini alimentari, una leccornia. Del resto, allora andavamo alla ricerca di sapori non-contadini. Io e la mia compagna di banco della scuola elementare mangiavamo colla solida perché aveva il gusto di mandorla! E di quei venerdì ricordo la fila di mamme con i piccoli in braccio e noi un po’ più grandi che attorniavamo il dottore allegramente e ce ne andavamo con la faccia e il musetto impiastricciati di farina lattea.
‘U miedicu de i Vennari aveva lo studio in una stanza, credo sulla destra, di quell’elegante edificio che oggi ci si ostina a denominare “Palazzo Cefaly-De Rinaldis”, come se tale fredda pomposità gli conferisse maggiore prestigio che chiamarlo “Municipio”. Ma Cortale manca oggi di valori civici fondamentali e condivisi ed ha bisogno di genuflettersi sempre di fronte a qualcuno e di onorarlo, soprattutto se le grandezze ( reali o cosiddette, addirittura sedicenti ) sono locali. La storia nostra non riesce ad essere laica e collettiva, ma è un racconto noioso di una serie di De viris illustribus spesso solo immaginata. In questo paese, a richiesta sfrontata, ognuno può perciò avere titolata una via, un monumento, ecc., perché i luoghi non hanno valore e importanza in quanto appartenenti alla storia della comunità tutta, ma devono essere come privatizzati e dedicati a un nume più o meno tutelare, anche nel caso di mediocre levatura.
Negli anni ’50-’60 chiamavamo l’edificio comunale, con rispetto, ‘U Monicipiu. Adesso si potrebbe nominare “Municipio Vecchio”, rendendo onore al suo carattere pubblico a lungo rivestito, e non mi pare che sarebbe male o che si cadrebbe nell’anonimato, visto che a Firenze hanno “Palazzo Vecchio”.
A me ‘U Monicipiu sembrava un luogo incantato: ricordo un’immensa entrata ( in realtà non è così, ma gli spazi si confrontano ed io lo confrontavo con le nostre buie e non spaziose case, nelle quali si dormiva in una stanza, spesso nello stesso letto, cu de i piedi cu de a testa. E poi c’erano ( e ci sono ) due scale che si riunivano in alto in un pianerottolo, su cui si aveva la porta di accesso agli uffici amministrativi. Il gioco nostro di bambini consisteva nel dividersi, parte ai piedi di una scala parte ai piedi dell’altra, e cercare a gara di raggiungere per primi il pianerottolo. Oppure, salire da una rampa e scendere dall’altra, in quello che ci appariva un incantevole castello. Nessuno si lamentò mai di quell’allegro vociare. Noi giocavamo, ma non aprivamo mai quella porta, né entravamo sgarbatamente negli uffici, dove capivamo che qualcuno si occupava di tutti e svolgeva una funzione pubblica. E quando qualche volta mi recavo con mio padre che mi teneva per mano o quando più grande ci andai da sola in quegli uffici, quanta gentilezza e correttezza negli impiegati, che si chiamavano Peppino Pirritano, ecc.! Da bambina ho sempre pensato che mio padre fosse un amico di chi lavorava in quelle stanze, tanto era il rispetto con cui veniva ricevuto: egli andava non per reclamare favori, ma diritti; l’altro svolgeva il proprio compito con professionalità. Quanto ai sindaci  di una volta, non voglio  certo tesserne l’elogio politico, perché so bene cos’è stato il potere democristiano e che ruolo ha giocato al Sud. Del resto, ho votato sempre a sinistra e quindi sono stata sempre minoranza e in maniera dichiarata. Ma, dopo che per una vita ho fatto parte dei tanti che hanno pregato di non morire democristiani, debbo pur dire che rammento quanto affetto il sindaco Mungo mostrasse nel rivedere mio fratello che veniva dalla Svizzera, a votare comunista. E  ricordo Todaro e altri politici non della mia pars che almeno salutavano. Sarà stato paternalismo, ma se non altro c’era un tratto cordiale, cortese  e gentile nello stare assieme e si aveva la sensazione di vivere in una comunità.
Sono andata invece qualche anno fa ad una manifestazione in cui si celebrava Cefaly senior, un dipinto del quale era stato fatto venire a Cortale con i soldi pubblici, perciò anche con i miei. E rammento come l’attuale sindaco passasse tra i convenuti a salutare i suoi amici, solo i suoi amici, come se gli altri fossimo nemici o abitanti di un altro paese che egli poteva permettersi il lusso di ignorare.
Io non ho votato e non voterò l’attuale compagine amministrativa, per un giudizio politico chiaro e netto. E non voterò per l’altra lista, perché in questi anni non è esistita un’opposizione e perché pure adesso non viene a mio parere lanciata una proposta alternativa. Quanto alle europee, penso che voterò “grecamente”, per Tsipras.
Non mi aspetto dunque un granché da chi vincerà le elezioni comunali. Non posso in effetti scordare, anzi per me è stata una cartina al tornasole, lo stupore inebetito di chi ci governa quando dei cittadini allarmati sottoposero loro la questione della Battaglina e ne indicarono il pericolo. Quella vicenda ha rivelato tutti i limiti, e di chi ci ha amministrato e dell’opposizione. Di chi ha mostrato tanta incapacità gestionale non ci si può fidare. In verità, pur nel succedersi di diversi sindaci, abbiamo avuto nei tempi più recenti una classe politica inadeguata e colpevole, non fosse altro perché non attrezzata a comprendere e guidare le sfide della modernità: lo si è visto con l’eolico ( possediamo un territorio devastato ) e con la faccenda della discarica che si stava costruendo sotto gli occhi degli amministratori.  Bombe per l’ambiente e la salute. Cose non da poco!
Tuttavia scelgo di nutrire speranze: vorrei che in futuro a Cortale gli eletti al comune cessassero di considerare di serie A alcuni cittadini, altri di serie B, e che smettessero di guardare con sospetto quanti manifestano idee diverse. Il rispetto e la cordialità, la comunicativa e lo stringere relazioni affabili, sono un carattere essenziale in chi governa, soprattutto in una piccola comunità. Non si deve coltivare il seme della rivalità e discordia, specialmente in una terra violenta come la Calabria. Riflettano: non dirigono un circolo ristretto, ma sono i rappresentanti di un’intera collettività,  anche di chi non li vota.
Torni il Municipio ( o diventi, se il mio è stato solo un sogno, un fantasticare di bimba e di adolescente ) ad essere tale, sia non palazzo ma luogo pubblico in cui tutti si sentano a proprio agio. Risulti uno spazio considerato dai cittadini sacro e non uno spazio per soddisfare i propri desideri a discapito di altri, una casa propria nella quale spadroneggiare. Sia, per chi sarà incaricato di decidere, non una sede per sé ed i propri amici, ma sede dove ci si dedica al bene collettivo. Possano i bambini di tutti vederlo come un posto incantato, possa ogni adulto andarci tenendo per mano la propria bambina, sicuro di trovare correttezza amministrativa e rispetto. Sembra poco, ma solo dal reputare la cosa pubblica sacra e davvero res-publica si dà inizio al mutamento di cui abbiamo urgente bisogno ed il difficile cammino lungo la strada dell’equità.

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2 pensieri su “‘U miedicu de i vennari e il Municipio

  1. Io che, da piccolo e per poco tempo, sono stato alla bottega di sarto di Peppino Pirritano, poi divenuto stimatissimo e amato ufficiale d’anagrafe, condivido per molti versi le tue amare considerazioni su quanto siano odiose le discriminazioni tra cosiddetti amici ed avversari.
    Ricordo, anche se vagamente, l’attivismo di Peppino Braccio in un dopoguerra pieno di piccoli e grandi problemi da risolvere. Ricordo anche molto bene la amabile affabilità del sindaco Tommaso Mungo ed un po’ meno l’aplomb di Mimì Todaro, sempre gioviale con tutti. I tratti paternalistici erano, per l’epoca, certamente meno fastidiosi di quanto appaiano purtroppo oggi taluni atteggiamenti autoreferenziali che sono, diciamolo chiaramente senza riferimento alcuno, molto scostanti, settari e antidemocratici: “Bonis pauca”.
    Gli ultimi paragrafi del tuo scritto sono un credo politico che dovrebbe appartenere
    a qualunque schieramento politico degno di questo nome, ancor più se questi abbia la pretesa di definirsi democratico.
    Pertanto sottoscrivo con convinzione.
    Cordialmente

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