Edicole sacre, spiriti e dolcezze. E l’ombra di un castagno.


Gesù, Giuseppe e Maria! Gesu, Giuseppe e Maria!, il grido di spavento si levò nella notte, svegliandomi. Chi nc’è zia? Chi aviti?, le chiesi con gli occhi mezzi chiusi. Menu male ca mi rivigghiasti, ca mi stacia faciendu nu suonnu troppu bruttu! Io era a la coneda de Cirifarcu e a na vota vitti dui cavadi randi chi caminandu facienu pla…pla… pla. E avianu certi natichi gruossi chi mancu li cani! Penzai ca erunu spirdi e mi ammucciai nta u sentieri sutta a via e cuminciai mu chiamu a li Santi mu mi liberavanu. Aimà chi pagura, figghiamma, bedissima ca era nu suonnu! Dorma, dorma.
Da piccola e da ragazza ho avuto la fortuna di dividere la stanza con una delle mie zie. Aveva il sonno agitato, parlava, a volte si lamentava. Io regolarmente la svegliavo, lei si rimetteva in un’altra posizione ( senza mai arrabbiarsi ) e, complice il mio sonno tranquillo di ragazza, si dormiva nella stessa camera beatamente e non conoscendo attriti.
Mia zia, come ogni appartenente alla cultura contadina del tempo, aveva credenze magiche e pagane che confluivano, senza confliggere, nel cristianesimo. E’ riduttivo nel suo caso tradurre  spirdu con fantasma, meglio intenderlo come spirito e in una vasta accezione. Io ricordo che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, se qualcuno aveva un incidente e moriva, in quel luogo si affermava che “Restau u spirdu” e in tal caso il sentimento che si provava era d’inquietudine come di fronte ad una presenza ignota ed impalpabile, anche se non si riteneva che lo sventurato – magari una persona conosciuta –  fosse da morto divenuto un essere malvagio. Si diceva anche “Vidisti nu spirdu?”, segno che tali entità si rendevano talvolta visibili agli uomini ( o che gli uomini immaginavano di vederle…). Certo, la credenza non si apriva a un’idea di spirito benigno nel non bucolico mondo contadino in cui sono cresciuta, anzi implicava piuttosto l’idea di spirito maligno, un concetto non estraneo alla Chiesa, sicché contro questo male si invocavano i santi, come faceva mia zia durante il suo sogno.
E’ strano che per me oggi, ogni volta che passo da quell’edicola, essa non sia a Coneda de Cirifarcu, ma a Coneda de a zia, come se davvero e non nel sogno mia zia fosse passata di là ed avesse avuto un grande spavento. Anzi, tale è stata quella notte la sua capacità descrittiva, unita alla sua reale angoscia, che quegli animali li penso grandi, di colore marrone, con le natiche enormi. In un curioso modo, attraverso le danze bizzarre della vita, l’incanto di fronte all’ignoto ci unisce, complice il mio agnosticismo e – soprattutto – la dolorosa nostalgia per un tempo dell’esistenza per me pieno di grazie.
Girifalco: edicola votiva sulla provinciale per CortaleMia zia, oltre a questa cultura popolare, miracolosamente possedeva pure un che di fanciullesco che emergeva nel contatto con i nipoti. E non so come avesse potuto preservare dentro di sé siffatto residuo d’infanzia, dati gli inferni del Novecento che aveva visto, lei nata agli inizi del secolo. Si faceva perciò compagna di giochi di noi bimbi.
Rammento che giocavamo sotto un grande castagno: io ero la mamma, lei la bambina. Quanto sapeva fare i capricci e frignare! A un certo punto si mette a piangere e mi dice che ha fame ed io premurosa corro a cercare con che placarla. Volevo prendere delle pietruzze ( nella finzione del gioco sarebbero state il cibo! ) che stavano lungo la strada che circondava il fondo, dalla via  separato con un filo spinato. Nella foga, sbatto il viso contro il filo. La sera tornammo a casa, io in braccio alla zia che mi aveva ben nascosta cu u vancaliedu, nel patetico e fanciullesco tentativo di celare il fatto a mia madre. Sento ancora quel Chi li facisti a la ziteda?, nel momento in cui mia madre, scostando lo scialle e accorgendosi dei numerosi graffi, temette che fossi rimasta sfregiata per sempre. Credo che sia stato un sollievo per la zia vedere che i graffi erano superficiali e non lasciavano nessuna traccia.
Questa mia infanzia vissuta  tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, sebbene certamente meno amara di quella di mia zia decenni prima,  ugualmente non è stata semplice e indolore, perché appartenevo ad un mondo attraversato ancora da innumerevoli bisogni e violenze, basti pensare al fatto che i bambini venivano regolarmente picchiati. Eppure, ed è un vero miracolo, posso ricordare mia zia soltanto perché sotto quel castagno lei raccontava le favole ed io ascoltavo con la bocca aperta le vicende di Piripicchiu e altri personaggi. Lei è semplicemente quella con cui  abbiamo giocato e riso, per gli anni che ci sono stati concessi di trascorrere assieme. E questa è tuttora per me una grande ricchezza e fortuna. Il nostro è stato un rapporto puro, non attraversato da nessuna forma di prepotenza, da nessun’ombra dolorosa, come viceversa spesso capitava e capita nelle relazioni familiari. Ed io non le mancai mai di rispetto, non toccai mai le sue cose che lasciava incustodite, ebbi stima della sua vita, sentii sempre che nonostante i giochi l’adulta era lei tra noi. La nostra stanza ( che faceva parte della sua casa ) man mano si riempiva dei miei libri e lei generosamente toglieva mobili od oggetti per far posto ad essi. E comprava, alle fiere del paese, prima una libreria, poi un’altra, poi un armadio per i miei vestiti. La sera, mi pare ancora di vederla, sollevava la botola, u catarrattu,  e mi chiedeva ( spesso stavo studiando, alla mia prima scrivania che lei aveva ricavato da un suo tavolo ): Puozzu venire mu mi curcuN’attru pocu, rispondevo con l’egoismo tipico degli adolescenti. Va bene, chiamami, quandu furni.
E’ davvero una fortuna poter ricordare un rapporto, tra una persona adulta e te bambina e tra una persona adulta e te adolescente, che negli anni si mantiene scevro di tensioni. Solo affetto, distillato di affetto. Una meraviglia. Che questo portento capitatomi sia nel suo piccolo un’indicazione, una speranza su come possano essere liberi da fatiche e costrizioni i legami sentimentali? Che sia possibile pensare che la pedagogia non debba avere nostalgie per gli autoritarismi? Io mi sono sentita solo amata, da quella mia zia adorabile. Ed è una condizione di felicità.
Guardava incuriosita verso lo schermo televisivo, tardi entrato nella nostra camera: – Cu è chissu? – U figghiu. – Ah, si vide ca l’assimigghie!
Ma sì, zia, hai ragione tu, la realtà è quella che si trova dentro il nostro cuore. Ho capito: l’importante è che quando ti imbatti in due cavalli, in due spirdi, ci sia una ragazza accanto a te che ti svegli e ti faccia uscire dall’incubo. Del resto, è stata tua compagna di giochi e quella sera nel vancaliedu se ne stava ben nascosta, per proteggerti dalla giusta ira di tua sorella in apprensione.
Siano per sempre lontani da te cavalli e spirdi e sia leggero e tranquillo il tuo sonno. Il mio non è stato mai più felice di quello condiviso con te in quella nostra stanza popolata da spirdi, preghiere, libri, dolcezze e sogni di ragazze.

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