Lettere dall’Argentina


E’ un pacchetto di lettere dai bordi a strisce azzurre, che si è accumulato in quasi cinquant’anni, da quando nel 1948 due ragazzi, Gregorio e Francesco, lasciarono per sempre il lavoro delle campagne di Cortale, che non rispondeva più ai loro bisogni. Le hanno scritte prima i due giovani alla madre e a una sorella, poi a tenere il ponte di comunicazione tra l’Italia e Buenos Aires provvide la figlia di Francesco, Elisa, che rinnovava nel nome la nonna cortalese che non conoscerà mai, lei nata in Argentina e di lingua spagnola, ma che per decenni scrive in un italiano che da sola si costruisce, per mantenere i contatti con persone amate sebbene nemmeno una volta viste. Come una sorta di sacerdotessa di un pio rito, Elisa terrà una corrispondenza all’inizio con una zia e, morta questa, con una sorella del padre più giovane. Lo ripete spesso il perché e confida che me diceva sempre papaora scribo io figlia e quando non poso piu figlia scribirai tu. E in un’altra lettera spiega: zia noi non vi conosciamo ma il nostro padre guardaba un grande rispetto e amore per voi tutti e cossì noi abbiamo apprendutto a bolerbbe bene.
Le lettere possono sembrare stereotipate, non tanto quelle dei due fratelli quanto quelle della ragazza: si danno e si chiedono notizie sulla salute, si comunicano o si viene informati sulle morti, si mandano gli auguri di Natale, si annunciano gli avvvenuti matrimoni, comunioni, ecc., si dice che si è ricevuto o inviato un regalo. Paiono ripetitive, ma scandivano e facevano conoscere le cose essenziali: lo stato di salute, i lutti e altri fondamentali eventi della storia di una famiglia. Quello che ormai restava, che era possibile, era il sapere che l’altro stava bene: distante da te, però. Vivere la sua presenza non era concesso e ciò per sempre.
Al contatto con la persona cara si era rinunciato in quel lontano 1948, allorché tutto il paese si era riunito in una cerimonia che aveva il sapore  di festa e di lutto, per salutare i due ragazzi.
A una di tali serate di addio partecipai pure io bambina, tempo dopo. Si ballava, anche. E in cambio dei cugini miei compagni di giochi, che andarono in America, mi restò una loro bambola, che – chissà se per curiosità o per altro – rammento che seduta sull’uscio di casa ridussi a pezzi. Di due preziose amiche d’infanzia, pure emigrate nell’America buona, invece mi rimase un cappottino rosso, con un fiocco dietro. Intanto era cominciata la mia adolescenza soave e fu il periodo in cui avrei perso, come se sparissero per incanto, tante persone che amavo. Un’altra amica carissima partì per la Lombardia, i compagni delle elementari svanivano ogni giorno con un ritmo incessante. Il mondo attorno si svuotava, sebbene non te ne rendessi conto. I rapporti mutavano e comportavano una privazione irrimediabile, ma d’estate rivedevi qualcuno o a Natale: negli anni Sessanta, quelli della mia crescita, gli addii erano meno dolorosi di quello che i due giovani avevano dato circa un ventennio prima partendo per Buenos Aires.
In una lettera del ’52 Gregorio ringrazia la sua mamma carissima del regalo inviatogli ( il suo segno d’amore ). Poi aggiunge: mi dici pure che sempre mi lamento della mia vita. E afferma che mi lapporte forse laria che non mi gusta, in un delizioso cortalese misto allo spagnolo. Io ricordo gli emigrati degli anni ’60 lamentare sempre che il clima del Nord non giovasse alla loro salute e dichiarare che i medici ordinavano l’aria natia: credo che fosse la devastante nostalgia a farli soffrire, una specie di malattia dell’anima che li prendeva. La vita costa molto cara, non si può tirare, dice Gregorio nell’Argentina di Peron in crisi economica e confessa alla vecchia madre che la cosa omente giorno pergiorno. Parla di aumenti il ragazzo e inoltre asserisce che non si può vivere, massa quello che non sta insegnato astare sotto la schiavitù. Bisogna avere pazienza e interesse per comprendere l’italiano stentato, frammisto allo spagnolo, di questo giovane vissuto in campagna che pure era capace a scrivere e comunicare. E’ forse incerta la parola massa ma il termine schiavitù è chiaro, scritto bene e terribile. E quanto sa di vita condotta nei campi, fra le durezze ma anche nell’indipendenza, quel dire di se stesso che non gli è stato insegnato di vivere nella schiavitù!
Saluto achi legge e scrive,
ecco un’altra formula contenuta nella corrispondenza dei fratelli. Ma la madre analfabeta avrà capito ugualmente, pur se la lettura non era diretta, in quale situazione si trovavano i figli. Si racconta che negli ultimi anni la vecchia donna fosse apprensiva e che i vicini affettuosamente stessero attenti a non fare rumore anche nel richiudere l’uscio di casa. Avranno certamente consumato la sua anima quel taglio doloroso del ’48 e quelle lettere che non riuscivano a tacere le difficoltà: il sacrificio dovette sembrarle inutile.
Nel ’54 Gregorio scrive alla sorella: la madre era morta, senza rivedere il figlio lontano ( e senza sapere dei miglioramenti che nel tempo si avranno nella condizione economica ). Sta per avvicinarsi Natale ed egli dà gli auguri, ma ricorda che il 20 dicembre saranno 6 anni che mi sono distaccato da voi e afferma che io con il mio pensiero sto attorno avvoi credo che voi lo stessoInsiste, Gregorio: il 20 se presente il distacco danuovo lo stesso come fosse oggi evvoi credo lo stesso e conclude però nulla si deve pensare questo però se pense eccome. L’ultimo ragionamento interiore non è solo umanamente toccante perché mostra il tormento di una situazione, quasi un volere e un non volere, ma è letterariamente bello. Devi fare ciò, sia che tu lo possa sia che non lo possa, diceva a se stesso Catullo.
Nel 1982 alla sorella scrive: “In quanto mi dici che avresti desiderio di vedermi, sarebe bello però io ormai non c’io più età per viaggiare, così che ci dobiamo rassegnare, e rimanere sempre dentro di noi il ricordo più bello i momenti felici, quando si è tutti in famiglia e questo ricordo ci accompagna tutta la vita”.
Queste sono vite spezzate, questi sono emigrati che hanno dovuto operare un’amputazione tragica nella loro esistenza. Negli anni ’80, nell’unico caso in cui si sentono al telefono: A Go’ mio, ha il tempo di dirgli la sorella con quel cuore di una volta. Ma l’emozione impedisce ad entrambi di parlare e si allontanano dall’apparecchio, sopraffatti dal ritorno improvviso alla vita di prima, dal contatto con una voce a cui avevano dovuto rinunciare. Non può reggere l’animo umano la lacerazione e rinuncia continua. Ci si allontana dal telefono per non morire di nuovo, come nel 1948.
Nella lettera del ’52 Gregorio però si rivolgeva in tal modo alla madre, firmandosi: per sempre mi dico il suo aff.mo figlio. Scriverà ancora alla sorella nel 1981 per sempre tuo fratello.
Per tutta la vita Gregorio ha in verità dovuto convivere con la scissione tra il “per niente si deve pensare a ciò” e il “però si pensa, e come!”, che egli sapeva ben osservare dentro di sé in quelle righe del 1954.
Quanto a coloro che erano rimasti a Cortale e che queste missive argentine preziosamente conservavano, tacevano essi con noi piccoli che neppure ci rendevamo conto dei crudeli vuoti esistenti nella vita degli adulti: non si usava riversare sui figli le proprie sofferenze e ti sembrava che i genitori fossero nati con te e fossero paghi solo di te. Ma quel Ciccu mio o Guori mio, che ogni tanto sentivi pronunciare, conteneva la scissione e lacerazione dell’esistenza di parecchi dei nostri parenti. Poi Francesco un giorno si seppe che era morto in un incidente, uno dei tanti in cui lasciavano la vita gli emigrati ( quanti non perirono nel lago di Como e quanti giovani cortalesi non morirono in Svizzera in infortuni sul lavoro, come per una difficoltà a muoversi in una grande città, noi partiti dai campi e alla vita dei campi abituati? ). E durante tali situazioni di lutto eri costretto a guardare al dolore dei tuoi, per una perdita di un universo affettivo che tu ignoravi avessero. Lo vedevi e come il patimento in quel caso!
Cos’è stata allora la vita interiore dei nostri genitori, cos’è stato il loro apparente aver accettato la separazione? Nessuno può dirlo, data l’oralità pressoché totale della loro cultura. Quel pacchetto di lettere con i bordi a strisce azzurre, quell’epistolario contadino, tuttavia non tace: se si legge quanto i protagonisti di quelle vite spezzate e non-umane scrivono, si trova, dietro l’apparente formularità, quanto gli adulti non ci hanno detto per proteggerci e capiamo perché un giorno, a distanza di sessanta anni, un uomo stesse seduto sulla sedia, triste perché aveva ricevuto la notizia che il fratello partito quindicenne e non più rivisto era morto nella remota Los Angeles.
Ed oggi, cosa resta oggi, a noi delle generazioni successive a queste vicende? Pur consapevoli che coloro che in passato sono partiti hanno avuto grazie a ciò una vita migliore e pur non ignorando quanto gli studiosi di economia sostengono, che cioè questi nostri luoghi calabresi abbiano beneficiato dei soldi degli emigrati, noi sulla nostra pelle sappiamo che il costo è stato altissimo. Differenti destini, individuali e collettivi, avremmo potuto avere in Calabria. Non da oggi è infatti iniziata la fuga dei cervelli di cui attualmente tanto si parla, a volte a sproposito. Per più di un secolo qui abbiamo avuto lo stillicidio della perdita di intelligenze e sensibilità che ha impoverito la nostra terra, la quale avrebbe avuto una storia diversa se non fosse stata attraversata da tale fenomeno. E pure le persone avremmo avuto diritto alla felicità e al godimento degli affetti.
Cos’ha comportato tutto ciò dunque per noi figli? E cosa resta del passato stillicidio? Cosa di quel rivolgimento resta oggi, come testimonianza, conseguenza e triste retaggio? Restano i tanti che cocciutamente non hanno voluto emigrare, quasi per spezzare un destino e un antico maleficio. Fermi a Cortale a una vita umana e culturale piuttosto agra, anche loro un po’ vittime di quel tragico andare dei propri cari.
Resta un’email arrivata l’anno scorso: è di Roberto Perez, nipote di Francesco e figlio di Elisa. Vorrebbe trasferirsi da Lisbona a Cortale.

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2 pensieri su “Lettere dall’Argentina

  1. E’ vero, l’emigrazione produce lacerazioni e dolore. Anche quando dopo tanti anni vissuti all’estero si decide di tornare, non è detto che si trovi ciò che si è lasciato. Cambiano le persone, cambiano i luoghi, cambiano i modi di vivere che nella mente dell’emigrato sono invece fermi al giorno della partenza. E dopo qualche mese si decide di ripartire, di tornare in luoghi un tempo sconosciuti e perciò ostili ma diventati dopo qualche anno “casa mia”.
    Questo mi raccontò, alcuni anni fa, una coppia di emigrati in Uruguay conosciuti per caso che, tornati in Italia per restare, in quanto ormai pensionati, dopo qualche mese decisero di tornare in America Latina ” in quella casa da dove si vede il mare, l’ Oceano, dove al circolo per italiani abbiamo tanti amici”. Così abbandonarono per la seconda volta il paese in montagna da cui erano partiti molti anni prima, con la consapevolezza che non sarebbero più tornati.
    Il partire dei nostri giovani, oggi, è altrettanto doloroso anche se i media e i mezzi di trasporto consentono di mantenere più facilmente i rapporti con familiari ed amici.
    L’emigrazione che ritengo più triste e dolorosa è quella dei migranti che si riversano sulle nostre coste in cerca di un futuro, cacciati dai loro paesi dalle guerre, dall’odio politico, dalla miseria e dalla fame; persone degne della massima considerazione e comprensione cui auguro di trovare in Europa il futuro. Vicki

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