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L’acculturazione e Roma


A causa delle particolari problematiche che interessano la nostra società, la letteratura latina da qualche anno ha un’ulteriore valenza ed attualità.
Guardi gli inizi e noti che essa comincia con uno schiavo greco venuto a Roma, Livio Andronico. E con la sua Odusia, traduzione poetica e rielaborazione dell‘Odissea omerica, una nuova dimensione artistica entra a permeare l’attività letteraria: la traduzione.
E una delle grandezze della letteratura romana è il suo essere stata attraversata da un fenomeno quale l’acculturazione, cioè dal suo rapido crescere a contatto con un sistema culturale più maturo e ormai secolare.
Per non parlare del suo diritto, che nella vera essenza non è che un regolare di volta in volta le relazioni con un altro. A lungo gli ambienti intellettuali romani dibattono, pure con asprezza, fra conservatori e circolo degli Scipioni sugli elementi distintivi dell’uomo e sul rapporto con l’universalistica cultura ellenistica. E le commedie di Plauto mostrano una folla cosmopolita animare le vie romane: isti Graeci palliati, capite operto qui ambulant, qui incedunt suffarcinati cum libris, passo dove a me paiono importanti quei libri che indicano che dello straniero si coglieva il suo essere portatore di conoscenze.
E intellettuali di rilievo ( oltre che imperatori ) giungeranno dalla Spagna ( Seneca ) o dall’Africa ( Apuleio, Agostino ). E in ultimo Roma accoglie il cristianesimo, che in Oriente è nato.
Inglobare e crescere, inglobando la cultura altrui di cui si riconosceva – quando era così – la superiorità e con la quale si stabiliva anzi un fecondo legame di aemulatio, è stata la caratteristica fondamentale di Roma antica.
Questa letteratura ha perciò quasi un valore educativo, se alla letteratura volessimo assegnarne un altro, oltre a quello artistico che le è proprio.
Esagerava Elio Aristide nel fervore elogiativo verso Roma, ma affermava : “Oggi e l’elleno e il barbaro possono facilmente viaggiare in qualsiasi direzione, con o senza i propri averi, come se si passasse da una patria all’altra;…ovunque, per non correre pericoli, basta essere Romani, anzi appartenere al vostro impero”.
Quando pochi anni fa si arrivava a Roma e si viaggiava in metropolitana e subito si vedeva la folla cosmopolita, sembrava naturale quella mescolanza, perché -si pensava- Roma sin dalle origini non è stata che questo: un laboratorio di sincretismo.
Ma adesso, adesso che la capitale anche nei confronti degli stranieri è stata ghermita da una forma vorace di potere che nessun Catone sarebbe stato in grado di immaginare, adesso che degli immigrati si dice che “rendono più della droga” stravolgendo terribilmente le parole di Elio Aristide, adesso non si intravedono circoli degli Scipioni in grado di elaborare un moderno concetto di humanitas.
E’ Salvini, invece, a candidarsi a governare una città che è stata sempre cosmopolita e che su tale componente essenziale ha costruito se stessa (e la sua identità).

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Un pensiero su “L’acculturazione e Roma

  1. Hai colto appieno quelle che sono state le caratteristiche di Roma, nostra capitale oggi e “caput mundi dei tempi che furono, ‘’Roma capoccia der monno intero” secondo l’accattivante ritornello di Antonello Venditti.
    Non per autoconsolarci, ma la trovata di Salvini a volersi candidare al governo di Roma lascia il tempo che trova. Sono certo che non troverà mai il consenso numerico per una operazione così astrusa, cervellotica e surreale.
    Il pericolo per una operazione del genere è il voto pilotato, l’atteggiamento del “lascia stare, che t’importa?” guidato da quei circoli politico-industriali-affaristici, di savoiarda memoria e, purtroppo, più che mai imperanti e di incalzante attualità, che continuano a reprimere le istanze popolari di giustizia, legalità e trasparenza che provengono dalla società attuale.
    Più che di un guitto come Roberto Benigni, che sostituisce un Adriano Celentano nel ruolo di pseudo pensatore ed opinion leader, utilizzando la televisione-spazzatura quale nuova platea per distribuire oggi “panem et circenses” , io direi che c’è la necessità pressante di avere politici più rappresentativi delle istanze che provengono dalla società.
    E’ arrivato il momento di cambiare registro.
    Meglio portare avanti Presidenti della Repubblica e del Consiglio che siano provenienti anche e soprattutto dal Centro Sud. Governanti insomma che siano supportati dal controllo democratico dei cittadini e non già dagli accordi più o meno segreti del Nazzareno o di altri sedi di Consorterie. Tanto per intenderci, governanti che antepongano i problemi veri del popolo agli interessi delle lobbies. Mai e poi mai inciuci di vertice, ma solo e soltanto accordi trasparenti, che rispettino le indicazioni del voto popolare e siano supportati dal controllo democratico.
    Non sempre è colpa o responsabilità degli altri, dipende anche da noi .

    Il vs. amico anonimo

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