Del rammendare ovvero l’arte del rinacciare


Ho iniziato nell’adolescenza a non amare e ad evitare i cosiddetti lavori femminili, parecchi dei quali ritengo ingiusto che siano riservati alle donne, altri li reputo ormai inutili. Leggere un libro o starsene in ozio mi pare preferibile.
So però ricamare un po’, perché l’ho imparato nell’infanzia, e soprattutto so rammendare.
Talvolta, compilando come tutti un elenco di cose che avrei potuto realizzare ( gli ormai adunata, situazioni impossibili! ), mi dico che sarei stata capace di essere un chirurgo, tanta è l’abilità con cui faccio sparire un buco creatosi in un tessuto o in un indumento di lana, senza lasciare traccia né sul recto né sul verso ( questa era la regola principe: essi dovevano essere uguali ).
Ho acquisito tale destrezza osservando mia madre, che rammendava ( e rattoppava ) con perizia tutto. Qualche anno fa, guardando tra la sua roba e tra i tili ancora profumati di bucato da lei molto tempo prima faticosamente fatto a mano, ho trovato una sottana, probabilmente indossata per i lavori in campagna, non so. Su quella stoffa sembra per sempre segnata la vita contadina, con la sua sopportazione e le sue infinite difficoltà. Sono più le pezzuole, che il resto della tela: sarebbe degna di stare in un museo, come un documento. Un memento, uno schiaffo per chi continua a proporre del nostro passato letture consolatorie o peggio folcloristiche e ciancia di fasti giammai esistiti.
Nel rammendare si esercita la pazienza e l’arte del trovare la soluzione a un problema, cioè si ricorre all’intelligenza. A volte però la pazienza è eccessiva e confina con la rassegnazione.
Mia madre conosceva il ripezzare, cioè il rattoppare; ma conosceva un’altra operazione di recupero che definiva “rinacciare”, con quel suo linguaggio che lei intendeva rendere aulico e dal tono solenne allorché dava un nome ricercato agli aspetti della vita contadina che riteneva attraversati da particolare dignità. Io sono d’accordo con lei nel reputare quella società stimabile, perché dovunque ci siano persone c’è nobiltà. E penso anche che il dialetto adoperato nella civiltà contadina, come tutte le lingue, sapeva pure essere aulico e atto a utilizzare i diversi colori della tavolozza espressiva.
Ma è pur vero che mia madre, che sentiva la fierezza della sua esistenza, quando le condizioni economiche lo permettevano buttava le cose vecchie senza nostalgia, per accogliere con gioia quelle migliori che la società man mano offriva.
Rinacciare vuol dire ritornare allo stato precedente tramite la gugliata. E aggiustare quanto si è rotto è in effetti sapienza, ma significa pure accontentarsi. E tale accontentarsi non è la virtù della moderazione ( legata all’autarkeia, alla libertà del saggio ) simboleggiata da Orazio nella favola del topo di città e del topo di campagna, bensì è, poiché nasce principalmente dal bisogno, un contentarsi che si traduce spesso in un tenersi lontani da desideri e ambizioni.
E tuttavia nel mondo della mia infanzia non si sprecava mai e si riciclava tutto. Esisteva anzi una serie di mestieri che a conservare tendevano: era un pullulare di calzolai, di stagnini, mentre le donne – da parte loro – rattoppavano e rinacciavano. E per ciò che concerne il vestiario, esso passava dal figlio maggiore agli altri. Eccoli, i nostri duri fasti!
Ancora adesso io non butto niente. E se lo faccio ( negli anni, grazie al cielo, ho perso un po’ di pazienza ) è come se gettassi via qualcosa di sacro, come se commettessi un laico peccato.
Sono cresciuta nella cultura che considerava santo il pane, forse perché tanta fatica costava ai contadini averlo in tavola. In quanto benedetto, si credeva che esso non si potesse neppure poggiare capovolto e naturalmente era una sorta di sacrilegio non mangiarlo tutto: ecco perché butto tuttora pochissima roba e tengo in serbo gli abiti smessi, non riempio la busta della spazzatura di cibo, ecc. Non spreco: anche perché i soldi li guadagno lavorando.
Della materna arte del rinacciare questo è l’aspetto positivo che mi è rimasto e non ho bisogno di scoprire ora la regola del riuso o dell’austerità, oggi predicata come valore da troppi ex peccatori e apostoli neofiti.
Ma non ignoro che sotto l’antico talento si insinuava spesso, subdola, la rinuncia. Come quella, potente e tragica, di una signora cortalese che non volle da vecchia venire a conoscenza del mare, perché la tarda visione di esso le avrebbe maggiormente dato consapevolezza dolorosa dei numerosi paradisi perduti durante la propria esistenza. O come il mio ripetere, anormale visto che ero piccola, l’amaro insegnamento che mio padre era stato costretto a darmi “O i scarpi o a vesta“, intendendo dire che era possibile avere una sola cosa nuova per stagione. Accadeva che egli con tenera pazienza intagliasse le mie scarpe invernali avanti e dietro e ricavasse così per me dei sandaletti estivi: quando succedeva significava che era giunta la stagione di un bel vestitino!
I miei genitori non erano oscurantisti, anzi, ma in qualche modo è penetrato sottilmente dentro di me – attraverso l’accontentarsi – il pericoloso non aspirare a volte al meglio, una certa timidezza nel pormi obiettivi. Senza dubbio, poteva capitarmi di peggio: che divenissi una persona viziata e bizzosa che pretende di raggiungere qualsiasi traguardo, magari senza sforzi personali e pestando i piedi e non badando al tipo di mezzo. Ciò forse si sarà verificato per coloro che possedevano a mangiatura vascia, la tavola su cui si mangia bassa, poverini! A ognuno i suoi tormenti e le sue eredità storiche.
In verità, il rinacciare come tensione creativa per fare in modo che il rovescio e il dritto fossero ugualmente privi di imperfezioni mi ha anche insegnato la pazienza ( questa sì, bella) che Ulisse ha avuto nel cercare la soluzione nell’antro del Ciclope e il tendere nella vita alla chiarezza, all’onestà persino.
Che il rovescio ( nascosto ) sia uguale al dritto ( visibile).

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2 pensieri su “Del rammendare ovvero l’arte del rinacciare

  1. Carissima amica,
    non posso fare a meno di complimentarmi ed essere d-accordo con te.
    Come sempre, d’altronde, perche’ descrivi magistralmente un mondo di valori che in massima parte e’ stato anche il mio e al quale non ho mai saputo o voluto rinunciare. Valori fondanti, positivi, per me sempre attuali e fortemente formativi.
    Il disvalore era e rimane lo spreco delle risorse, disvalore era e rimane anche il cattivo uso di cio’ che si ha la ventura di avere a disposizione .
    Ma, come ben dimostri di sapere, c’e’ sempre l’eterno dilemma tra essere e sembrare, tra voler essere e volere sembrare, tra essere costretti alla parsimonia e navigare immeritatamente nell’oro (a mangiatura vascia).
    Noi di questo dilemma abbiamo preso coscienza, e questo serve, se non a gratificarci, a rendere meno dura la nostra fatica di vivere.
    Ma spero di non essere sconsolante per nessuno quando mi permetto di constatare e di ricordare, a me stesso ovviamente prima che agli altri, che purtroppo ” panza china nun capisce a panza vacante!”
    Cordialmente
    Francesco Occhiuto

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  2. Cara amica, mi hai fatto fare un tuffo nel passato.
    Rivedo mia madre china sul suo ricamo mentre noi bambini, seduti attorno al grande tavolo di cucina, facciamo i compiti. La sera mio padre ci portava in terrazza, ci indicava le stelle e ce ne diceva il nome. Lui, amatissimo se pur severissimo, mi ha insegnato a sognare. Dopo tanti anni, però, ho spesso rivisto nelle tele ricamate da mia madre una metafora della vita: la trama e l’ordito si incrociano come i rapporti tra le persone, a volte c’è uno strappo, talvolta abili mani lo sanno ricucire. E’ vero quanto dici, il lento scorrere delle ore, il silenzio delle case rotto dalle voci di bimbi, di adulti, non da squilli di telefono o da cinguettio di messaggi ci insegnavano a riflettere, a costruire rapporti autentici, a capire che non sempre si può avere tutto e subito. Anche a casa mia i vestiti passavano dal più grande al più piccolo: solo il caso ha voluto che io fossi la maggiore e quindi godessi di vestiti nuovi.
    Certo ciò che abbiamo vissuto ci ha fatto diventare quello che siamo oggi; anch’io nella mia vita ho voluto cercare onestà e chiarezza e probabilmente per questo mi sento a te così vicina.
    Con stima, Vicki

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