La conchiglia del Mediterraneo


Il progetto ungherese del muro contro l'immigrazione

Il progetto ungherese del muro contro l’immigrazione

Scherzavo, nell’ormai lontano 1990, con quei ragazzi della mia quarta ginnasiale di Como che con entusiasmo si avvicinavano allo studio della civiltà greca: “Voi avete avuto gli Orobi, noi i Greci”. Oppure li stupivo con le foto dei nostri fichidindia o affermando che in Calabria c’erano anche i laghi ( artificiali, ma c’erano! ) e questo li stupiva molto.
I rapporti, tra me docente del Sud e le famiglie e l’ambiente generale, erano corretti, sebbene ricordi nella Val d’Intelvi una scritta contro gli insegnanti meridionali, già in quegli anni. La Lega però non era ancora forte e il massimo in cui ci si poteva imbattere era qualche sorrisetto ironico sulla nostra barbara ( in senso greco! ) pronuncia.
All’incontro con due giovanissimi genitori, il papà mi disse che correggevo pure le virgole ed io, a lui che era medico, chiesi: “Lei conosce il suo mestiere?” “Sì” ” Io conosco il mio”. E ragionai su quali disastri possa provocare in un testo una virgola messa al posto sbagliato o non messa.
Ci sorridemmo: questi erano solo scambi civili e normali, tra persone rispettose l’una del ruolo dell’altra. Non avrei mai allora saputo immaginare il clima di cloaca che si è stabilito nella scuola: dove esiste ormai una corsa da parte dei genitori e di tutto l’organismo sociale circostante a garantire un ottimo voto all’allievo, soprattutto se non lo merita.
Nell’incontro successivo, il giovane padre disse che aveva un regalo per me. Io per un momento mi misi sull’allerta perché avrei dovuto trovare il tono giusto per rifiutare. Ma lui, che era a conoscenza delle schermaglie scherzose e giocose con i ragazzi, mi porse una conchiglia che aveva portato appositamente per me dalle recenti vacanze. “Perché siamo entrambi mediterranei”, aggiunse.
Conservo ancora quella conchiglia come segno di relazioni gentili e di unione tra “diversi”. E – come mi hanno sollecitata a fare da bambina – ogni tanto l’appoggio all’orecchio e odo il rumore del mare.
Chi oggi, a distanza di quasi trent’anni e nel momento in cui si pensa di erigere foschi muri, chi di noi dà una conchiglia come riconoscimento dell’altro?

 

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3 pensieri su “La conchiglia del Mediterraneo

  1. E’ capitato anche a me solo qualche anno prima di vivere da supplente al nord, a Novara, la diffidenza verso la terrona del Sud che non conosceva “le regole della borghesia del Nord”. Non ho avuto una conchiglia, ma conservo il ricordo prezioso del dono dell’ospitalità che mi fece alla fine dell’anno una famiglia, a bocce ferme, per consentirmi di accettare.

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  2. Posso testimoniare – per la mia esperienza di insegnante di meccanica e disegno a Legnano – che le cose andavano allora come tu hai descritto.
    Sai, allora insegnavo il pomeriggio, gratuitamente e oltre l’orario d’ufficio, accontentandomi della sola ma gratificante pacca sulla spalla della preside (non assurta ancora al ruolo attuale di dirigente), Carmela Caruso si chiamava.
    Tra gli alunni, generalmente educati, un certo Coltro – scolasticamente bravissimo – mi si era molto affezionato e voleva a tutti i costi lavarmi l’automobile per gratitudine. Cortesemente rifiutavo, ma mi costrinse infine ad accettare come dono i suoi disegni di particolarista meccanico.
    Non ti dico poi dei sinceri ringraziamenti della sua sorella maggiore quando veniva ai colloqui con gli insegnati !
    Proprio così, per molte buone ragioni potremmo confrontare i “mala tempora currunt” di oggi con i “bona tempora” di allora
    .
    Cordiali saluti.
    Francesco Occhiuto

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  3. Dagli anni ’90 sono cresciuti ignoranza e pregiudizi che hanno determinato un clima di diffidenza, per non dire odio, che produce, nella mente di improvvidi statisti, l’idea di costruire muri: muri che saranno abbattuti dalla disperazione di chi abbandona le proprie terre per andare in cerca di una vita migliore. Più difficile sarà abbattere i muri che si innalzano dentro di noi e che ci impediscono di regalare un fiore o una conchiglia a chi sentiamo diverso e che ci fa paura perché potrebbe insidiare le nostre ricchezze e il nostro benessere. Mi stupisce inoltre che l’idea del muro, non è il primo e non sarà l’ultimo, venga in mente proprio agli ungheresi che hanno avuto una storia drammatica e lacerante in tempi non tanto lontani. Forse la storia, come scriveva Montale, “non è magistra di nulla che ci riguardi”. Vicki

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