La scuola, la mucca e il “l’avare”


Lago di ComoErano prossimi gli anni Novanta ed io insegnavo in un paesino sul lago di Como, ricco anche perché gli olandesi lo avevano eletto posto di villeggiatura.
Mi era stata assegnata una prima media, a dire il vero si trattava di una pluriclasse. L’edificio scolastico era avveniristico: pareti in vetro, piscina, tanto verde attorno. Ma i pur agiati bambini sillabavano e non leggevano.
Come ero solita fare quando arrivavo in un centro che non era il mio, avevo detto agli alunni di scrivere qualche paginetta su se stessi e sul luogo in cui vivevano: mi avrebbe consentito di intendere un po’ il loro mondo.
Mentre lavoravano, mi avvicinai ad un bambino che puzzava quasi che il cattivo odore avesse definitivamente impregnato la sua pelle ed aveva le unghie delle manine sporche ed orlate di nero, come noi in Calabria trent’anni prima quando frequentavamo la scuola elementare. “Posso parlare della mia mucca?”, mi chiede con sul visetto una timida speranza che rammento ancora. Mi si strinse il cuore. Gli risposi di sì, ma mi augurai che il suo orizzonte potesse un giorno allargarsi, magari pure grazie alla scuola.
Fu così che seppi che quei bambini il pomeriggio portavano al pascolo le vacche, spesso di proprietà – mi pare di ricordare – di benestanti olandesi. Ecco perché sillabavano: non avevano il tempo di studiare.

L’anno successivo all’esperienza nella pluriclasse di ricchi, tornai in Calabria ed andai ad insegnare nel Crotonese.
Non c’era la piscina, ma i ragazzi erano alloggiati in luoghi indicibili e indecenti dove ti pioveva sul capo ed in classe era necessario tenere il cappotto addosso per l’intero inverno, anche se non si era freddolosi. Gli alunni avevano venduto il dizionario di latino, non venivano interrogati, si esprimevano in dialetto, pensavano che ogni paese fosse governato dalla ‘ndrangheta a guisa del loro. “Prof, cu cumande a u paise vuostru?”  “La sinistra, dopo l’ultima elezione”. Mi osservarono come fossi una bimba ingenua: ” No, intendevamo quale famigghia!” E mi raccontavano che tra i clan nemici i rapporti erano così violenti che si arrivava a profanare i cadaveri e cavare gli occhi ai morti della famiglia avversaria. Rammento che, notando il mio smarrimento, indulgevano su dettagli raccapriccianti con un qualche infantile e inconsapevole piacere nello sguardo.
Paesaggio del Crotonese
Stringemmo un patto con questi ragazzi: diedi loro dei testi molto semplici da tradurre, ma volli interrogarli e riapparirono i dizionari. E li promossi tutti, perché avevamo raggiunto, per dirla nel gergo scolastico da me non amato, i nostri obiettivi: piccoli, ma fondamentali. Non si gridava più Cumpa’,  m’u truovi u vocabulu? ma ci si impegnava, si faceva la versione e si capiva che esprimersi in italiano era importante ed interessante. I colleghi rimasero delusi: stranamente si aspettavano che io, poiché giungevo da fuori, bocciassi tutti quegli alunni per anni negletti e trascurati.
In questa quinta liceo scientifico, in un compito di italiano, un giovane una volta scrisse che aveva compassione degli extracomunitari, ai quali probabilmente sarebbe sempre toccato solo l’avare i vetri delle macchine dei passanti.
Sentiva pietà, il ragazzo, per gli extracomunitari.
Io, nel correggere il suo lavoro, mi sono dolorosamente chiesta quale potesse essere il suo avvenire, visto che scriveva l’avare ( un verbo abbastanza piano, di uso quotidiano ) e che il suo paese era divorato dalla ‘ndrangheta.
Alcuni anni dopo, a pochi metri di distanza dall’edificio scolastico, furono freddamente uccise quattro persone. Rividi quel guizzo di piacere nello sguardo dei miei ragazzi e ne ebbi pena e angoscia.

Mi capita di pensare con particolare intensità a degli alunni, quasi sempre non si tratta dei più bravi. E di frequente cerco di figurarmi l’esistenza di quelli del Crotonese: cosa sarà loro successo? cosa sarà avvenuto nella loro vita? che strada si sarà aperta al giovane che scriveva l’avare? E quali orizzonti umani e culturali si saranno dischiusi per il bimbo che abitava nello splendido scenario del lago di Como e che in un povero italiano mi narrò i pomeriggi in compagnia della sua mucca?
Può la scuola non occuparsi dei ragazzi e congedarli smarriti di fronte al futuro e non attrezzati per affrontarlo?

Certo, tali interrogativi non si pone oggi la scuola renziana: la scuola festaiola che ciancia di competenze avulse dalle conoscenze, la scuola che afferma di non possedere un soldo per i bisogni degli allievi ( tantomeno per i propri docenti ), ma che molto spende per pagare conferenzieri vari e foraggia una pletora di progettisti interni ed esterni che in essa ormai quotidianamente si aggira .
La pessima scuola.

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2 pensieri su “La scuola, la mucca e il “l’avare”

  1. Se la scuola pubblica ha il dovere di ben educare i propri alunni e futuri cittadini attivi. la definizione di pessima scuola si addice perfettamente. Non può essere certamente un Matt(eo) a ispirarne il metodo e dettarne i contenuti.

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  2. Tanti ricordi affiorano nella mia mente, leggendoti. Tu avevi l’alunno che scriveva l’avare io ne avevo uno che scrisse l’aradio e quando gli feci notare che si scriveva la radio mi rispose più o meno cosi ” ah prof., ma io non devo fare il professore d’italiano, io voglio fare l’avvocato!” Nella stessa classe, scuola superiore, un alunno si addormentava durante la lezione. Seppi, in seguito, che ogni mattina prima di venire a scuola andava a pascolare le pecore. Ricordo un padre che un giorno mi chiese di dirgli com’era la pagella del figlio che aveva in mano. Gli dissi ” ma non l’ha vista?” Mi rispose ” non so leggere”. Lavorai tanto in un contesto difficile che non sentii mai ostile; alla fine dell’anno i ragazzi mi pregarono di non trasferirmi. Fui invece trasferita per vivere altrove esperienze simili. Potrei raccontare tanti altri episodi, penso che la scuola abbia una funzione importante, soprattutto in alcuni contesti e sono d’accordo con le tue considerazioni. Credo che da molti anni le riforme sulla scuola, penso a quella ‘epocale’ della Gelmini, vadano tutte nella stessa pericolosa direzione: l’ignoranza degli studenti, lo svilimento dei docenti. Renzi ha dato un’ulteriore spallata in tal senso.

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