Soffitti, santi e bambini contadini


Quando da piccola mi ammalavo, venivo trasferita nel lettone dei miei genitori e passavo quel tempo sospeso e di ozio beato contando le tavole di cui era fatto il soffitto in legno con travi.
Risento ancora la sensazione di piacere per lo spazio grande del letto e ritrovo l’antico spostare gli occhi sul soffitto come su un aperto orizzonte colorato. Finito il momento della febbre alta e del relativo stordimento, i giorni della ripresa prima di potersi alzare e di tornare alla normalità erano un periodo di libertà dagli impegni di bambina. Un tempo altro che conduceva in una dimensione nuova: niente scuola, niente giochi, nessuna chiamata degli adulti a sbrigare qualche incombenza.

Le tavole del soffitto, che mia madre di solito tinteggiava di un delizioso color celestino, mi tenevano compagnia: le contavo e le ricontavo, lontana dall’annoiarmi e baloccandomi con i numeri la cui magia i libri mi stavano man mano mostrando. Inoltre lo scrostarsi del soffitto e il succedersi negli anni delle pitturazioni, senza che si togliessero perfettamente le incrostazioni, formavano quelle che al mio sguardo si presentavano quali figure di diversa foggia: nuvole, nasi, animali, alberi, montagne. Ed ecco, nella sesta tavola, un mare. Toh, che gambe lunghe ha quel ragazzo! Ah, là quello sembra un coniglio, quant’è grande la piazza della ventesima tavol(ozz)a.

La stanza era tutta mia e il tempo una linea che si doveva solo vivere, non riempire di azioni. Era questo un regalo della malattia, una giustificazione inaspettata. Di tanto in tanto entrava qualcuno che ti toccava delicatamente la fronte e se chiudo gli occhi risento il tocco leggero della mano e la riconosco: ora era quella di mia sorella, ora della zia, mio fratello bambino non poteva avvicinarsi per non ammalarsi a sua volta. Mio padre mi prendeva il polso e mi contava i battiti: la sua diagnosi è l’unica che ho accolto nella vita con disarmata fiducia.

Mia madre per l’occasione portava dalla campagna un pollastrello, che sacrificava con il piacere e la soddisfazione con cui l’ho vista sempre impegnata in un rito che nella società contadina significava e celebrava l’abbondanza dell’alimentazione, abitualmente più parca ( ci perdonino gli animalisti alla Brambilla! ). All’ammalato era norma riservare una dieta speciale e a chi aveva una patologia complicata o  mortale si dava un cibo ritenuto particolarmente raffinato, i picciuni chini, i piccioni ripieni.
Dal galletto mia madre ricavava un brodino saporito per la mia gola chiusa e la tenera carne era destinata soltanto a me e al mio ristabilimento: nessun altro in famiglia poteva goderne.

Quando la febbre era più resistente, passava anche il medico che ti osservava la gola e ti toccava la pancia.
Il resto del tempo lo trascorrevo da sola, ad osservare la stanza. Gli altri erano fuori di essa, impegnati nel ritmo consueto dell’esistenza.

Le pareti della camera, come in ciascuna casa contadina, erano tappezzate di quadretti con immagini sacre, oltre al crocifisso appeso al capezzale. Ricordo una santa Lucia ed una Madonna.
Un quadro attirava specialmente la mia attenzione di malatina: era posto alla destra del lettone e raffigurava sant’Antonio ( forse mio padre l’aveva acquistato a  Nicastro, dove ogni anno si recava durante i festeggiamenti ). La figura centrale era circondata ai lati da tondi che credo narrassero episodi della vita del santo.
Era su tali piccoli spazi tondeggianti che la mia fantasia si esercitava maggiormente e immaginavo altro, rispetto a ciò che era rappresentato, complice la distanza rispetto al lettone, complice la febbre e complice la mia inventiva di bambina. In un tondo rammento che vedevo una giovane donna e alcuni segni diventavano una gonna colma di fiori, mentre il resto si trasformava in due piedi e due braccia impegnati in una danza lieta: scorgevo pure la testa di riccioli belli e neri della ragazza.

Anni dopo, mia sorella mi confessò che il quadro aveva anche per lei la stessa forza creativa ed evocatrice. Siamo stati quindi tutti felici ed abbiamo conosciuto la potenza dell’immaginazione, osservando le straordinarie pareti.

Quanto a me, a poco a poco guarivo e uscivo dall’ozio leggiadro, cresciuta di qualche centimetro, dicevano gli adulti: A ziteda appe a freve de a criscimogna, la bimba ha avuto la febbre di crescita.
E tornavo a scuola, che era il mio negotium adorato.

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Un pensiero su “Soffitti, santi e bambini contadini

  1. DA COMMENTARE

    “In occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani in Campidoglio sono state coperte da pannelli bianchi su tutti e quattro i lati le statue di nudi dei Musei Capitolini.
    La copertura sarebbe stata decisa per non turbare la “sensibilità” religiosa del presidente iraniano”.
    E’ quanto scrive ……, esponente di ……., che ha lanciato una petizione………….
    “Chiediamo al Presidente del Consiglio Matteo Renzi spiegazioni immediate ed ufficiali su una scelta che consideriamo una vergogna e una mortificazione per l’arte e la cultura intese come concetti universali. Inoltre riteniamo che siano stati gravemente violati e compromessi i principi di laicità dello Stato e di sovranità nazionale”.

    Mi piace

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