Il pane dello schiavo


[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

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4 pensieri su “Il pane dello schiavo

  1. Com’ è vero ciò che dici e quanto lo sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle! La cosa peggiore che attraversa i nostri tempi, secondo me, è il disprezzo del passato, l’idea che il nuovo sia certamente migliore del vecchio. Salvo, naturalmente, cedere ai ricatti di chi si arrocca quando si tratta di riconoscere diritti civili. Considero, inoltre, pericolosa la china verso l’imbarbarimento della lingua, dei costumi, della cultura in genere. Basta ascoltare un politico per non capire quale sia il senso del suo parlare; quante volte sentiamo deridere chi usa parole al di fuori delle 100 che, mediamente, l’ascoltatore possiede.
    Molto triste è anche il senso di precarietà che accompagna le nostre vite, soprattutto quelle dei giovani che non credono più nella possibilità di costruirsi un futuro di sicurezze e di garanzie, almeno in Italia.
    Ciò che abbiamo davanti è sconfortante anche perché non si intravede chi potrebbe cambiare la rotta. Mentre i social impazziscono per “petaloso”, io penso che Dio è morto, Marx è morto, Gramsci è morto, ora anche Eco, mio amatissimo autore, è morto e mi sento molto sola.
    Vicki
    P.S. Non ricevo più sulla mia e.mail i post. Cosa devo fare?

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  2. Italia e Vicki,
    raccolgo il vostro urlo disperato, ma vorrei rassicurarvi che non siete sole, non lo siete mai state, c’è uno stuolo immenso di persone che la pensano allo stesso modo al riguardo, e però un problema rimane: come avere voce in capitolo?
    A ognuno di noi la sua ricetta da proporre e da praticare
    Come abbiamo appreso dal passato, e come apprendiamo anche dal presente, i diritti e le libertà non sono una conquista per sempre e per tutte le generazioni: essi vanno esercitati e salvaguardati ogni giorno, ogni attimo della nostra esistenza, evitando che altri decidano ed agiscano per noi. Mi rendo conto che è più facile enunciare che agire.
    Fintanto che possiamo, alcune cose dovremmo fare:
    per esempio, provocare, fare scandalo, proporre soluzioni democratiche ai problemi veri, fare rete senza ancorarci a velleità elitarie ed intimiste, coprire – almeno nel proprio ristretto ambito – i campi sterminati delle esigenze popolari, sfidare ogni giorno i despoti che ci governano, metaforicamente colpire per evitare di essere inesorabilmente colpiti. Dunque una strategia d’attacco e non di difesa, perché i despoti non hanno scrupoli ed il culto delle regole vale solo quando i valori siano condivisi. Diversamente per il popolo è una agonia lenta, un suicidio, un karakiri senza valore etico.
    Io ritengo che Socrate da solo non basti e che ci sia bisogno anche di Ulisse, anche se quest’ultimo non è filosofo.
    Fare cadere questo governo, che non ha alcuna corrispondenza popolare e che agisce contro qualsiasi vincolo formale e sostanziale di mandato, di scioperare tutti indistintamente per n. 3 settimane (pensionati a parte, nessun governante oserà additare tutti i cittadini al giudice per reato di interruzione di pubblico servizio), insomma continuare a scioperare sino a quando non vengano indette nuove elezioni politiche.
    Replicando, se necessario.
    Ricordo, detto tra noi e neanche troppo ironicamente, che qualche lucido pensatore del passato (definito visionario o rivoluzionario a seconda del punto di vista) proponeva come misura estrema persino di non pagare le tasse, sino a quando le cose non cambino.
    Chiedere poi ai politici eletti di stabilire per legge costituzionale una vera alternanza nella designazione del Presidente del Consiglio dei ministri (una volta del Centro-Sud, una volta del Centro-Nord).
    Vengo anch’io! No tu no! Perché no?
    Si, Noi Si !!!

    Continuando a deviare dal pensiero unico.
    Cordialmente
    Francesco Occhiuto

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