Verità degli accadimenti e verità giudiziaria


Qualche sera fa mi sono  imbattuta in un servizio televisivo sui malanni causati dalla ‘ndrangheta in Calabria e su alcune note vicende giudiziarie relative a crimini perpetrati nella zona dell’Angitola, finite senza l’accertamento della verità ( per prove insufficienti o fatte abilmente apparire tali ) oppure conclusesi, come nel caso della morte di Santo Panzarella, con l’assoluzione degli accusati per non aver commesso il fatto. Delitti rimasti senza un colpevole.

Mi ha colpita molto l’affermazione di un avvocato, il quale ha più volte ribadito che la verità raggiungibile è quasi sempre la verità giudiziaria, non quella che disveli quanto realmente successo.
Mi ha impressionato che questo venisse e affermato e teorizzato come un dato quasi normale da un operatore del diritto.

Noi cittadini siamo consapevoli che un processo penale significa accertare i fatti e che tale accertamento può a volte essere incompleto, difficoltoso, impossibile. Una cosa è però tale consapevolezza, un’altra accettare che la verità raggiungibile sia eternamente parziale: questa concezione è seriamente colpevole perché giustifica qualsiasi inerzia giudiziaria, qualsiasi collusione, qualsiasi distorcimento della realtà per far trionfare o una propria tesi o un indirizzo politico o una lettura di un periodo storico. La storia della giustizia in Italia è sotto gli occhi di tutti: e su alcune devianti concezioni della giustizia e distorsioni di essa si sono costruite le tante non-verità nel nostro paese, anche prima di Piazza Fontana.

Secondo il legale intervistato, il processo penale è dunque un momento in cui ci si sforza di arrivare ad una verità che è sempre giudiziaria, perché mai o quasi mai si riesce a raggiungere una verità vera.
Ma che senso ha un apparato della giustizia che si accontenti e forse tenda solo ad una verità giudiziaria? Che senso c’è nell’accogliere come un dato immutabile l’idea della limitata portata dell’accertamento giudiziario?
La spesa enorme che il paese affronta nel sostenere tale apparato ha ragione d’essere, il sistema giudiziario stesso ha ragione d’essere solamente se sempre più si tende, nei tribunali, ad appurare la verità su ciò che si è verificato e a dare giustizia alla vittima e pena ( che abbia l’obiettivo di riabilitare il reo ) al colpevole.

Poveri noi, soprattutto in Calabria: tra (im)prenditori, politici collusi, ‘ndranghetisti. E verità giudiziarie.
Dov’è lo spazio per l’onesto? Dov’è lo spazio per l’in-nocente?
Per noi cittadini probabilmentee ingenui e sprovveduti, che nutriamo speranze solo nella giustizia non nei poteri illegali, è inspiegabile questo iato tra realtà degli accadimenti e verità giudiziaria.
Invece, dicono i nostrani esperti del diritto e responsabili della gestione di esso, questo iato è logicamente spiegabile.
E sentenziano, come tutti gli azzeccagarbugli, che la verità degli accadimenti non ci è dato di conoscere: noi conosciamo solo la verità giudiziaria.

E quando, come per il  giovane Panzarella alla fine del processo non esistono colpevoli, concludono che in qualche caso si ha un epilogo assolutorio che è un risultato fisiologico di alcune vicende giudiziarie.
Si tratta viceversa non di risultati fisiologici e naturali e inevitabili, ma di processi naufragati, anzi fatti naufragare da una parte della giustizia.
Vale la pena denunciare, stando così le cose?

Non è l’epilogo giurisdizionale a cambiare la sostanza della realtà, ho sentito dire ancora in quel servizio.
No, è invece importantissimo il risultato di un processo, altrimenti la realtà rimane una merda.
E non resterebbe che aspettare, fatalisticamente, la giustizia di Dio. Com’è costretta a fare ormai la battagliera e fiera e dolente Angela Donato, madre di Santino.
Troppo poco; e per chi è laico o non credente non esisterebbe neppure quest’ultima attesa.

Non si continui però a raccontare la solita solfa che in Calabria e nelle altre zone preda di poteri illegali tale situazione sia dovuta alle popolazioni che non aprirebbero bocca. Come se bastasse che il cittadino dica quanto sappia o quale ingiustizia ha subito, se poi questa partecipazione e coscienza democratica va a schiantarsi contro una gestione della giustizia ( dai carabinieri ai procuratori più potenti ) sonnacchiosa o corrotta o che cerca solo verità giudiziarie. Cioè, ricostruzioni di comodo o accomodanti o cieche o ingiuste. Chi deve condurre la lotta contro mafia e ‘ndrangheta e soprusi e violenti? Davvero pensiamo che sia sufficiente che l’uomo comune denunci? O non siamo, al contrario, in malafede quando proclamiamo ciò in maniera piuttosto reboante?

[…] lo Stato muore o inizia a morire quando questi poteri privati se ne appropriano […] Allora l’unico principio regolatore dei rapporti sociali diviene la forza.
Allora su coloro che non fanno parte di alcuna tribù sociale forte – come avviene per i giovani precari, per i disoccupati, per gli anziani poveri, per gli emarginati, per milioni di cittadini – si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri, afferma Roberto Scarpinato, che ha lavorato con Falcone e Borsellino. Ma Scarpinato è testimone di un’idea della conduzione della giustizia non maggioritaria in Italia.

Siamo un paese dove l’impunità di chi delinque ha una storia lunga. Scriveva Giolitti al re Umberto I dopo l’assoluzione degli imputati per lo scandalo della Banca Romana: “Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti in Italia, oltre a essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano denunciati e messi in carcere”.
La giustizia ( non ) è uguale per tutti.

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4 pensieri su “Verità degli accadimenti e verità giudiziaria

  1. Cara Italia,
    condivido senza riserve le tue considerazioni riferite alla verità/falsità giudiziaria, memore anche di alcuni miei non recenti interventi pubblici sul tema giustizia.
    Cordialmente,
    Francesco Occhiuto

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  2. Cara Italia, sono d’accordo con te.
    Tante volte ho fatto le tue stesse considerazioni pensando, alla fine, che anche la giustizia sia attraversata dal relativismo che contamina ogni cosa nella nostra epoca. Solo ieri pensavo che la (ex) ministra Giudi, secondo quanto letto, non si senta colpevole di essersi resa complice di uno sfacciato faccendiere, ma si senta sua vittima; inoltre lei ha reso immediate, nobilissime dimissioni che dovrebbero cancellare ogni ombra.
    E’ dramma che rischia di sconfinare nel ridicolo se è vero ciò che si dice del comico: rovesciamento del reale.

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  3. In questi giorni ho sperimentato personalmente, e con grande amarezza, di essere uno di quei “milioni di cittadini – (sui quali) si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri” di cui parla Scarpinato, cioè sono purtroppo anch’io testimone e vittima inerme di tale malagiustizia.
    Non piango … ma chi mi consola?
    Se combatto … chi mi aiuta?
    Se oggi tocca a me … domani a chi toccherà?
    Dunque: Uomini …… o caporali?

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