Antiche foto


Le foto degli anni Cinquanta e Sessanta ci mostrano ancora quasi tutti magri.
I grassi erano così pochi che apparivano strani o venivano considerati ammalati. Spesso si trattava di benestanti o, fatto inconsueto, di persone nullafacenti, pertanto non consumate dal duro lavoro dei campi.

Quando frequentavo le scuole medie, ad un bambino grasso chiesi ragione di quella floridezza, pur essendo io piuttosto timida. Ma tu perché sei grasso?, gli domandai senza malizia ma con la curiosità con cui, rivolgendomi all’insegnante, avevo cercato chiarimenti sulla forza di gravità. Da piccolo sono stato debole per un periodo ed i miei genitori mi hanno dato olio di fegato di merluzzo, mi rivelò il compagno con la stessa naturalezza con cui gli avevo parlato.
Avevo solo bisogno di una spiegazione e la sua mi parve soddisfacente, anche se forse era magica, ma tante cose erano misteriose in quel nostro universo contadino.

Nel tempo in cui ero bambina, a Cortale viveva una signora che mi sembrava veramente rotonda. Mi pare di rivederla mentre si inerpica su una lunga scalinata, al termine della quale era posta la sua casetta ( se fortunati, abitavamo pressoché tutti in casette, altrimenti in casupole ).
Per distogliermi da una cattiva abitudine, mia sorella – che possedeva molta fantasia nel costruire racconti o frottole tra il favoloso ed il tragico e che si divertiva a farlo – mi urlò minacciandomi e ammonendomi: Se continui ad abbuffarti di sale, ti ammali e diventi uguale a lei!
E’ così, i pochi grassi erano allora ritenuti (  lo erano? ) malati. Io però ero ghiotta di ogni alimento che si allontanasse dalla dieta usuale e mangiavo il sale, prendendone di nascosto piccoli pugni e ingoiandoli.

Penso si possa affermare che negli anni Cinquanta e Sessanta la nostra alimentazione fosse ormai sufficiente e che non abbiamo sofferto la fame, a differenza di generazioni precedenti. Certo è, però, che essa non era varia.
Seguiva ( e troppo! ) il ritmo delle stagioni: era tempo di fave e si consumavano fave, ma per un mese e fino a quando iniziavano ad avere il tipico segnetto nero  ( l’uocchiu ) ed erano dure, indice inequivocabile che era il momento che gli avventori cambiassero. E passavano a sfamare i maiali.
Era dunque un’alimentazione ripetitiva ed io ero curiosa delle cose nuove che negli anni Sessanta cominciavano in qualche abitazione a comparire. Ero abituata, ad esempio, a nutrirmi di un pane squisito, che mia madre impastava, infornava e cuoceva in casa utilizzando la farina da noi prodotta. Magari potessi averlo adesso, ma allora, se vedevo una pagnottella del panificio, all’interno spesso cruda e mal cotta, credevo di scoprire un ignoto spazio e ne avevo voglia.

I biscotti nostri, poi, erano quelli che si facevano in determinate ricorrenze, tra cui Pasqua. In tali momenti in casa arrivava mia zia, stimata quale esperta del parentado per la preparazione di dolciumi o il trattamento della carne di maiale o per la creazione casalinga dei liquori, cioè per le situazioni gastronomiche che in una famiglia contadina erano sentite come solenni, poiché richiedevano una spesa extra e quindi non si potevano commettere errori. La zia, usando con maestria le mani, praticando dei piccoli tagli con il coltello o poggiando sopra la pasta l’estremità delle grosse ( non so quanto pulite! ) chiavi di casa, dava vita con perizia agli ornamenti dei nostri dolcetti: nascevano fiocchi, cerchi, faccette con sorrisi. Noi eravamo in festa e le stanze odoravano della fragranza di questi prodotti semplici e di paese, ma allorché si conobbe qualche industriale brioche essa per me ebbe il gusto del proibito ed inusuale.

E con che piacere, a un certo punto, accogliemmo la mortadella, pur avendo un ottimo salame! Solo qualcuno la definiva “carne di asino”, ma con un po’ di tristezza forse perché sentiva che la mortadella per le sue caratteristiche avrebbe invaso tutte le tavole, mentre il nostro salame – che tanta fatica richiedeva – sarebbe stato soppiantato.
Ecco perché divoravo con voluttà persino il sale, desiderosa com’ero di sapori diversi da quelli noti.

Ma guardiamole di nuovo le vecchie foto: siamo in grado di stabilire la stagione dell’anno in cui sono state scattate? Dai vestiti non si capisce e il nostro mondo di allora è come  immerso in un’eterna primavera od autunno. E noi portiamo sempre gli stessi abiti.
I bimbi spesso hanno le gambe nude e un maglioncino, più o meno stretto a seconda se c’era stata o no una crescita; a volte abbiamo le calze, ma una si mostra perennemente abbassata, perché l’elastico non riusciva più a resistere al passare del tempo ed ai numerosi lavaggi. Le donne indossano u vancaliedu che, o di lana o più leggero, non era per niente adatto ai rigori dell’inverno e dunque di per sé non è indizio di una stagione particolare; gli uomini si vedono in maniche di camicia o con massimo la giacca. Di ombrelli, neppure l’ombra.

In alcune fotografie si comprende che è inverno perché un uomo (probabilmente pure… grasso) ha il cappotto.
Io alla scuola elementare – tanto, l’edificio era vicino casa mia ! – nei mesi invernali avevo un bello scialle ( lavorato fiure de maju ) e il primo cappotto fu quello smesso da mio fratello. Si cercò di rifargli il collo e si tentarono dei maldestri miglioramenti per adattarlo a una bambina. Anche le sarte stavano in quel periodo modificando la loro arte e passavano dal cucire quanto necessario a una società contadina ( foddigghie, mbusti, matarazzi, salauddi, etc. ) a fare gonne, vestitini, soprabiti, visto che stavano mutando le condizioni economiche ed i bisogni. La tecnica era tuttavia ancora incerta e il mio cappottino proteggeva sì dal freddo ed era sicuramente un bene non molto diffuso e perciò prezioso, ma restò bruttino e un po’ duro ed il suo colore, marrone, non mi piaceva.

Il primo che fu acquistato per me era invece morbido, caldo e di un piacevole verde: l’ho adorato. Lo trovai in un negozio di Lamezia Terme e mi accompagnava mio padre, l’unico che aveva pazienza di fronte alle mie incertezze e lungaggini di adolescente quando dovevo decidere su qualcosa da indossare. Erano ormai vicini gli anni Settanta ed erano cambiate parecchie cose, rispetto alle vecchie foto. Grazie al cielo, la nostra vita stava migliorando: mangiavamo in maniera più varia, vestivamo meglio, studiavamo di più, lavoravamo un po’ meno.

E cominciavamo ad ingrassare. Ma forse in futuro avremmo imparato a nutrirci con equilibrio e ad essere magri non per bisogno e ristrettezze, ma per scelta consapevole.

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2 pensieri su “Antiche foto

  1. Ma’ riccùardu !
    (Amacord),
    ma non avevamo certamente il vezzo di vestire “alla marinara”, che era uno sfizio di una “giovin signora” torinese diventata – chissà perchè ? – senatrice della nostra repubblica,
    Noi, più modestamente, vestivamo come potevamo vestire, ma eravamo lo stesso felici, almeno quanto la torinese.

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  2. Errata corrige
    Ma’ rricùardu ! (Amarcord),
    ma non avevamo certamente il vezzo di vestire “alla marinara”, che era uno sfizio di una “giovin signora” torinese diventata – chissà perchè ? – senatrice della nostra repubblica,
    Noi, più modestamente, vestivamo come potevamo vestire, ma eravamo lo stesso felici, almeno quanto la torinese.

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