Il nostro capo chino


Io ero , quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi sono messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino.

Mai un libro mi ha parlato tanto immediatamente, sin dal suo incipit, come quello di Vittorini: il capo chino mi sembra il mio e di tanti che si trovano a vivere nel nostro tempo aspro.
Specialmente in alcuni giorni, in cui quanto accade è doloroso e noi, per interpretarlo,  non possediamo chiavi di lettura nuove e non retoriche. E nessuno, né intellettuale né qualsivoglia sinistra, pare poterle offrire.

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Un pensiero su “Il nostro capo chino

  1. Non più virgulti di canne, che si adattano al vento e ritornano, ma piuttosto vecchio e resistente ferro arrugginito e consumato dal tempo.
    Una amica di campagna – giunonica, procace e generosa – mi ricordava talvolta che il piegarsi troppo ci spezza e che “pùru u fìarru si strude!”.
    Siamo sempre alla ricerca del maestro, che indichi la via, ma l’esempio di Sìsifo dannato, povero Sìsifo! è sempre lì in agguato, ad ammonirci.
    Cordialmente

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