La ninna nanna di mia madre e il ricordo di una confinata


Ninna nanna Pietru Giuanni
ca la mamma jiu a castagni

si ti nde porte ti nde mangi
e sinnó ti assietti e ciangi

Negli anni Cinquanta, durante la mia infanzia, ho sentito questa triste ninna nanna accompagnata da un colpetto un po’ rude alle spalle: non si era abituati ad esprimere col corpo l’affetto, pur profondissimo.

Qui si narra di un bambino affidato a qualcuno ( zie, nonna o nonno, vicini di casa ) mentre la madre è al lavoro, ma il canto poteva essere intonato dalla stessa madre, come a me spesso accadeva quando la mia mi teneva in braccio e pronunziava parole che la dicevano assente.
Si vede una società contadina povera, nella quale il piccolo aspetta il ritorno materno e, se non arriveranno le castagne, non gli resterà che sedersi e piangere: le ninne nanne sono costituite da espressioni sussurrate al bambino per indurlo al sonno, che possono portarlo in un mondo magico ma anche nella realtà, nel nostro caso dura, in cui si vive.

Negli anni Settanta, per far dormire i nipotini che venivano dalla Svizzera e si esprimevano in un italiano stentato, mia madre in dialetto cortalese si abbandonava però ad un diverso canto, meno cupo e più arioso. Una volta i nipoti, già grandini, registrarono la voce della nonna. Io riuscii ad ascoltarla soltanto dopo circa quindici anni dalla sua morte, a fatica reggendo il dolore.
La registrazione avviene in due diversi tempi: il primo, presente pure mio fratello, il secondo in cui lei è sola con i piccoli.

Ninna ninna fiure amatu
pannizzeda de broccatu
si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera
si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse

O gienti bravi chi bi lu portati
strazzi non mi faciti la via via
ogne funtana mi lu rifriscati nommu li sembre luntana la via
ninna ah

Ninna ninna fiure amatu
pannizzeda de riniedu
si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera
si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse

Il canto viene interrotto da mio fratello, tuttavia mia madre riprende e intona

Ninna ninna fiure ama(tu)

ma procede con un’altra ninna nanna, quasi l’interruzione avesse scatenato un diverso flusso della memoria, come succede nella recitazione orale:

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà

Viene ancora interrotta, ma ricomincia

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà
ti lu porto un mbrì mbrì
fatti la nonna nonnì

Nella dinamica della composizione orale, in cui una parola o formula ha la funzione di richiamarne un’altra e sostiene il processo mnemonico, lei ricorda: li cantavi chista a Bettineda e quantu quagghiava. E mio fratello: mi ricuordu, era chida signora chi era…, cumpinata, dice lei, rammentando il tempo del fascismo quando a Cortale ci furono numerosi confinati, tra cui una donna che nel nostro vicolo a mia sorella porgeva un’altra ninna nanna.

E mia madre, che si è riappropriata di quel canto di esule, lo ripete e chiude la prima registrazione:

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà
ti lu porto un mbrì mbrì
fatti la nonna nonnì

Il tono resta mesto, come in una nenia, ma – rispetto a ciò che a me nell’infanzia era narrato – in questa ninna nanna, ripresa e ritrovata nella memoria per i nipoti, il figlio è un fiore amato, vengono rievocati il broccato e fasce d’oro: un mondo fatato nel quale il bambino entra per incantamento, attraverso la voce della madre o dei parenti o di un’amica che Mussolini confinava nel tuo vicolo.

Da dove mia madre traeva il suo canto? Da una vasta area, certamente cantava assieme alle donne di Marsala, città per la quale Giuseppe Pitré nella seconda metà dell’Ottocento testimonia:
Si la mamma lu sapissi
D’oru ‘i fasci ti mittissi;
Si la mamma lu sapía,
D’oru ‘i fasci ti mittía;
E a-la-vò
Mia madre è nata nel 1914, la madre sua – da cui avrà appreso i canti – nella seconda metà dell’Ottocento, l’epoca di Pitré.

Non posso tacere ciò che ho provato nel leggere quanto da Pitré riportato per Marsala, il primo collegamento che ho trovato per le parole di mia madre: è stata tra le mie più forti emozioni intellettuali. Il canto di una contadina di un paesino della Calabria, vissuta sempre in un vicolo, l’osservavo inserito in un’area culturale vasta, su cui il grande studioso si era soffermato! A me, che ho sempre rispettato e sentito mia nelle più intime fibra la civiltà contadina da cui provengo, piace che sia stato detto e mostrato in maniera autorevole che mia madre ( e quante con lei hanno cantato e quante con lei hanno vissuto ) appartiene a tale tradizione culturale. Altro che chiusura contadina e dei nostri paesi! Altro che le ciance di quanti, prezzolati dai poteri, blaterano di un universo contadino mai esistito, di volgari e inventate tradizioni popolari, attuando quelli che che a me paiono autentici tradimenti ideali e di classe.
Pitré fa un’operazione culturale e insieme di giustizia sociale. E anche se il mio è stato solo un superficiale scorrere una piccola parte di quanto sulle ninne nanne egli ha raccolto, ciò è bastato per riportarmi alla letteratura “alta”, quella scritta che a scuola si studia. È stata una piacevole meraviglia, una sorta di intima ricomposizione psicologica e culturale. In verità, nessun maestro ha saputo insegnarci che dalla sapienza e dalla lingua contadina dei nostri genitori potevamo partire per innestarci e collegarci con la letteratura scritta. Spesso, invece, fummo istruiti tacitamente od apertamente a far tabula rasa di quanto conoscevamo. Non bisognava dire così, ma così. Poco importava che i nostri parlassero un bell’italiano antico, molto legato al latino ed al greco: un linguaggio colto, una profonda spiritualità, non qualcosa da cui allontanarsi.

Avvicinandomi di più alla raccolta del Pitré, ho visto che, nella novella Lu Re d’Anìmmulu, il giovane principe al proprio bambino di cui il nonno, il re d’Anìmmulu, ignora la nascita dice in una ninna nanna:
Re d’Animmulu sapissi
Chi si’ figghiu di sò figghiu,
‘Ntra fasci d’oru si’ ‘nfasciatu,
‘Ntra nachi d’oru si’ annacatu,
Tutta nnotti starìa cu tia;
Dormi, dormi, o vita mia!
Pitré stabilisce un confronto con Imbriani ( Quando mio padre saprà/ Con fasce d’oro ti fascerà) e con Gonzenbach dove a cantare sono le fate ( Si tò nanna lu saprà, / Fasci d’oru ti farà ) e con Basile ( Se lo sapesse mamma mia,/ ‘N conca d’oro te lavarria, / ‘N fasce d’oro te ‘nfasceria ), con Bernoni e le fiabe veneziane ( Fa la nana, bel bambin;/ Se la nana lo savesse, / In fasse d’oro t’infassaria;/ Fa la nana, anima mia ).
A Marsala e nel canto di mia madre la figura del re (che non sa ) è stato sostituito dalla madre. La mamma ( che non sa ) è in Basile.

Per quanto riguarda la ninna nanna della confinata, mia sorella ha avuto la fortuna di sentire – mentre sull’Europa infuriavano venti funesti – sillabe diverse dalle nostre e immagini non paurose ma attraversate dalla luce, attendendo che mammà tornasse e che portasse un mbrì mbrì. Nel sonno della bambina, spero che anche la donna abbia trovato conforto, come la Danae di Simonide. Io credo che la fresca risata a cui mia sorella sa ancora abbandonarsi provenga anche da quella melodia di un’esule non fascista, che le ha regalato l’attesa di un mbrì mbrì certamente irreale e vago ma che escludeva la rassegnazione ed apriva alla speranza.

Mia madre narra anche di un viaggio che si auspica senza strazzi, di una strada lungo la quale fermarsi per dare refrigerio al piccolo presso le fontane, che appaiono come una sorta di locus amoenus ( dove trovavano requie anche i pastori di Teocrito ).
È difficile ( per me ) stabilire collegamenti, perché il bambino pure oggi lo si conduce al sonno in vari modi, con diversi canti, a volte non legati strettamente al mondo infantile o che non hanno la funzione di indurre a dormire (importante è che egli senta una voce nota, di solito quella materna, essenziali sono il movimento di chi lo culla e la musicalità, il ritmo del canto). E le ninne nanne prendevano motivi anche da altri generi che nascevano per differenti occasioni e che venivano riadattati: penso per questa parte, ad esempio, ad alcune canzoni per le spose in Abruzzo che raccontano del cammino ( a volte si tratta di una partenza vera e propria ) verso la casa dello sposo e di un’entrata nel mondo della nuova famiglia per la giovane altro, che familiari e amici si augurano senza sofferenze. E penso soprattutto ad alcuni versi d’amore di Roghudi nella raccolta di Mandalari, che presuppongono una separazione, un doloroso discidium:
Ora si parti la felicitati!
Di mia si si parti e ssi pigghia la via!
O cavaleri, comu la levati!
Datinci jochi e spassu pe la via:
D’ogni funtana mi la rinfriscati,
Nno mmi si pigghia di malinconia.
All’ottu jorna vannu li so’ frati:
-Comu ccà ti la passi, parma mia?
-Sugnu comu li donni maritati;
Fora di la me’ casa, a la stranìa.
E con stranìa sovente in Calabria s’indicava l’America.

Mia madre cantava dunque assieme a tante ( e tanti ) del Mediterraneo e questo dono offriva ai propri nipoti negli anni Settanta. Li intratteneva con le parole di Re d’Anìmmulu, ma nell’antico patrimonio popolare ricevuto attraverso una secolare tradizione ( si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera/ si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse ) non è da escludere un suo personale profondo ri-creare. Le donne nostre erano consapevoli della loro povertà e della loro a volte impotenza: se la mamma sapesse e potesse, o figlio, ti offrirebbe fasce d’oro, questo forse è stato il sentimento avvertito da mia madre nel cullarci, espresso con l’antico periodo ipotetico di un principe, giovane padre. La ricchezza altrui era nota, erano noti il broccato e l’oro, ma nella società contadina si diceva: U non avire ti fa de non sapire, il non avere ti porta a non poter fare. Non resta che evocare la ricchezza attorno al sonno del proprio figlio e forse augurargliela: permane la mestizia ma in qualche modo il bambino non è più il povero Pietru Giuanni. E si immagina un mondo nuovo, che va oltre le castagne.

E una sera mia madre rimane sola con i nipoti e dispiega di nuovo il suo canto, facendo aggiunte rispetto al precedente, com’è naturale per gli omerici aedi e rapsodi e in ogni letteratura e diffusione poetica orale, in cui un elemento del lirico componimento aiuta a rammentare altri componimenti:

O gienti buoni chi bi lu levati
strazzi no li faciti la via via
ninna ah ah
ogne funtana mi lu rifriscati nommu mi pare luntana la via
ninna ah ah

Ninna e ninna ninnettosa
la via via cu santa Rosa
santa Rosa jiu cantandu
cu tri cinguli va sonandu
va sonandu e va diciendu:
“L’aiu a lu sinu chi mi sta dormiendu”
ninna ah ah

Ninna ninna ninna e nonna de luntana
ch’è Dio cu la Madonna
la Madonna e lu Signure
l’acceduzzi cantaturi
cantaturi e canta gente
cantu a ‘Ntonuzzu mio ch’ede innocente
ninna ah ah

O gienti buoni chi bi lu levati
strazzi no li faciti la via via
ninna ah
ogne funtana mi lu rifriscati
nommu mi pare luntana la via
ninna ah

Compaiono stavolta Dio, i santi, la Madonna, il Signore che spesso nella poesia popolare vengono invocati e ai quali il bimbo nelle ninne nanne viene affidato perché lo proteggano dalla realtà amara. Si sentono suoni e ci sono cinguli, si odono gli uccellini: cantaturi e canta gente, dice mia madre, e Pitré ricorda O sonn’ingannatore, nganna-gente per Gessopalena, il sonno al cui incanto si voleva indurre il piccolo, spesso perché le donne potessero dedicarsi ai loro lavori. Mi ngannau u suonnu, si affermava ancora a Cortale negli anni Cinquanta, se il sonno ti sorprendeva.
Ninna e ninna ninnettosa, canta mia madre ( ubbidendo solo alla rima e non al significato), ma a Monteleone si diceva Dormi, dormi, dormi e posa e a Rossano Va’ dorma, gioia mia, và dorma e posa. In mia madre sembra ( si potrebbe però ipotizzare una sintesi di canti ) che santa Rosa stessa abbia al seno il bambino, altrove ( ad esempio, ad Acri ) si ha un dialogo in cui la Madonna – che passa per le strade della terra – chiede alla madre del piccolo dove egli sia e quella risponde di averlo al seno, addormentato. La donna non dimentica di invocare la protezione di Maria su suo figlio ( fammillu stari buonu ). In altre ninne nanne – soprattutto siciliane- la Madonna cura amorevolmente Gesù, attorno alla cui naca cinguettano gli uccelli e aleggia l’armonia di un ninnare.

Ecco l’atto d’amore di mia madre, che tornava a se stessa giovane sposa, che quei canti aveva per la prima volta sussurrato a ‘Ntonuzzu suo innocente e ripeteva adesso per i figli del suo diletto primogenito.
Il suo è un canto mesto ( il tono ricorda quello che da bambina ho sentito dalle donne durante i funerali e la lunga sua insistenza su ah finale è quella dei pianti ) che registra una condizione ingrata e una vita grama, ma contiene anche visioni idilliache e di splendore. Il piano della realtà e quella del sogno/sonno nel quale il bimbo sta per entrare si intersecano.

García Lorca vedeva riflessa nelle ninne nanne delle donne spagnole la disperazione della loro esistenza e Alan Lomax nota che nel Mezzogiorno esse sono cupe, rispetto a quelle del Nord dell’Italia. La questione meridionale si riflette nella narrazione malinconica della vita quotidiana!
Giuseppe Ganduscio ricorda quanto addirittura la guerra incombesse sul sonno dei bambini:

Ed alavo’ figliuzzu ammannatu
suliddi semu to’ patri è surdato

Ed alavo’ figliuzzu di Diu
ca tu nascisti e to’ patri muriu

Nelle ninne nanne le donne esprimevano dunque anche il dolore della propria vita, a volte minacciavano il bambino, si evidenziavano persino i sentimenti ambivalenti verso la maternità, ma Danae in mezzo alla tempesta del mare, mentre Perseo inconsapevole dorme, leva il proprio lamento e sussurra: Ma io prego, tu riposa, o figlio, e quiete abbia il mare ed il male senza fine riposi: che è in fondo l’augurio di ogni madre alla propria creatura. Della mia certamente, che avrà sentito profondamente quel bel dativo dall’intenso coinvolgimento affettivo raccomandando: “ogne funtana mi lu rifriscati”.

Alla fine del canto di mia madre, la nipotina le chiedeva: Spengo la luce?
E la luce si spense.

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Un pensiero su “La ninna nanna di mia madre e il ricordo di una confinata

  1. Cara Italia,
    la tua lettura comparativa, intima e colta, delle ninne nanne mi colpisce molto, come ogni volta che ti leggo.
    Il tuo scritto illumina con convincente chiarezza, con logica appassionata e con struggente sentimento il percorso dei profondi affetti tra le persone care.
    Ti ringrazio dell’impagabile dono che ci fai (a noi che ti seguiamo).


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