Il miracolo delle noci


Mi puorti cu tia? Mi fai mu viegnu?
Queste erano le domande che i bambini negli anni Cinquanta rivolgevamo speranzosi e con un pizzico di apprensione agli adulti, allorché li vedevamo uscire. Ed a volte accadeva quanto desiderato: i grandi accettavano di averci con loro ed iniziava per noi una piccola avventura.

Un giorno furono le zie a portarmi con sé e da Jalupà, il fondo che in qualità di affittuari lavoravano e nel quale sempre stavano da mane a sera, ci recammo a La vota ( così veniva denominato il terreno coltivato lungo i fiumi ), dove nei pressi del Pesipe avevano un altro modesto appezzamento in affitto. La mia famiglia, lo si capisce, spesso non era padrona della terra che zappava, ma il mio fratello maggiore, il quale sulla storia cortalese sa più di me, sostiene che non a tutti veniva concesso l’uso temporaneo di un bene: bisognava possedere qualche referenza, come oggi per le banche se si chiede un prestito!

Cortale, un tratto del Pesipe.

Al Pesipe le donne andavano per lavare i panni e nelle sue vicinanze raccoglievano pure legna da ardere. Lì una volta che avevo accompagnato mia madre ( la sacralità di una bambina rendeva evidentemente più sicuri gli spostamenti delle giovani donne ) vidi all’improvviso sbucare di mezzo agli alberi delle pecore guidate da un mio vicino di casa. I pastori allora erano ritenuti – rispetto ai coltivatori – dei lavoratori anarchici a causa dell’errare assieme al gregge e la loro vita pareva meno soggetta alla fatica, visto il lungo sostare ( persino all’ombra delle piante ) finché il bestiame si saziava. Forse, però, non c’era niente di bucolico in quelle esistenze, allo stesso modo in cui nel mestiere dei contadini era assente qualsiasi arcadia.

Nei pressi del fazzoletto di terra de La vota c’era dunque il fiume e attorno alle sue rive alberi di noci, che chiunque, terminata la stagione, poteva cogliere per un antichissimo ius.
L’obiettivo del viaggio delle zie e mio erano appunto le noci e il patto era che ciascuna di noi tenesse per sé quanto era riuscita a raccogliere e mettere in un sacchetto: lo si caricava in testa e lo si portava a casa.

Senza pesi sul capo, l’andata  fu un piacere, come una passeggiata priva di impegni a cui le contadine non erano solite abbandonarsi. Ed io saltellavo per la via tutto sommato rotabile di Spilo prima, poi per i viottoli del bosco. Attraversavamo anche un ruscello, nel quale le zie una volta fortunatamente si accorsero subito che era andato a finire mio fratello bambino, scivolato dalla groppa dell’asino.
Le zie mi tenevano per mano in prossimità di pericoli, altrimenti mi lasciavano libera, chiacchieravano, facevano intense risate fra loro e con me. Era per noi il momento della bella attesa: consideravamo le noci una leccornia, giacché non era un prodotto presente o molto presente nei campi nostri e quindi sulle nostre tavole .

Esse erano ottime da mangiare quando tenere e poco importava se le mani divenivano verdi per liberarle dal mallo e verdi rimanevano per un mese ( Ti mangiasti nuci?, ti si chiedeva osservandoti le mani scurite ); erano buone più secche con o senza pane per una gustosa merenda; erano buone per i dolci che nelle dimore dei contadini si preparavano soprattutto durante le feste religiose più importanti.

Io dunque giocavo e saltellavo, sia perché con le zie ho trascorso i momenti migliori della mia esistenza al riparo di contrasti e sentendomi completamente e incondizionatamente amata, sia perché l’idea di avere noci mi rendeva felice.

Giunte al fiume, chine sotto le piante ci dedicammo alla ricerca anche frugando attentamente con le mani nude sotto le foglie e poi mettemmo ognuna nel proprio sacchetto il raccolto. Quindi le zie si aiutarono l’una con l’altra a sistemare il peso in testa ed aiutarono pure me.
Se fossi un pittore saprei disegnare ogni fotogramma delle donne nell’atto di porre un carico ( sempre eccessivo ) in testa e ne saprei dire pure i differenti sospiri e l’affanno crescente ed il fiato grosso, a seconda dei chilometri percorsi. Finché vivrò sentirò le cadenze dei loro passi e il respiro in aumento e le fatiche.

Noi tre quel giorno, ciascheduna con il suo carico, ci incamminammo sulla via del ritorno: io avanti poiché bambina, le care zie dietro per proteggermi.
Il sentiero nel bosco era adesso in ascesa e richiedeva più forza, ma ricordo che camminavo spedita e soddisfatta della mia raccolta e del mio sacchetto.
C’è una salita di un altro fondo, Salica, dove i miei genitori coltivavano un piccolo appezzamento di terreno che anch’esso non era di nostra proprietà. Lungo quest’arrampicata i bambini ci divertivamo a rincorrerci e a scorrazzare, ma c’era un punto di essa, il punto più erto, dove mia madre si fermava un attimo, respirava, cercava di dare sollievo al collo e poi riprendeva la fatica. Aiu i catini de u cuodu stoccati, sentivo le contadine sovente lamentare da anziane e credo ricordassero i troppi viottoli e accidentati sentera ( scarpate ) e vie ripide che avevano percorso con fardelli in testa, spezzandosi schiena e collo.

La volta che portavamo le noci mi sembrò invece che non soffrissimo di nessun affanno, né io, né le zie. In fondo avevamo raccolto le poche a terra rimaste alla fine della stagione e reggevamo dei leggeri pesi.

Avevamo deciso che saremmo passate da Jalupà, dove le zie sarebbero rimaste fino a sera, mentre io, dopo aver sostato un poco ed essermi riposata e magari aver giocato, sarei tornata con il mio prezioso sacchetto a casa.
Credo avessi circa otto anni e non era insolito in quel tempo che i bambini facessero da soli un breve tratto di strada: il paese non era grande, le macchine si contavano sulla punta delle dita, ci si spostava quasi esclusivamente a piedi ed i bambini che circolavano erano da tutti conosciuti e come presi in custodia da ogni adulto che li incontrava. Altri tempi ed altri stili di vita, con la lentezza certo più dominante. Niente di idilliaco o da rimpiangere, s’intende: semplicemente erano diversi i ritmi e il muoversi della comunità contadina e tra le regole che essa si dava rientrava il badare un po’ collettivamente ai bambini del luogo.

Eravamo ancora per strada quando udì distintamente una zia dire all’altra: A ziteda, però, tene troppu nuci!
Io restai muta e continuai a procedere veloce, accelerando appena per una sottile ansia che mi aveva a siffatte parole presa, un’ansia di bimba quale quella del buio che s’immagina pieno di inesistenti mostri, al pensiero dei quali i bimbi – che non ignorano i dolori – provano tuttavia angosce reali. Le zie volevano prendersi parte delle mie noci?

La bambina, a ben vedere, tiene troppe noci!
Ancora oggi, per me il mistero rimane, sebbene le zie anni anni dopo sostenessero che avevano scherzato per vedere in che maniera io, tanto piccola, avrei reagito.

Nessuna ombra ha mai colpito il rapporto con loro due, ma il dubbio sulle noci io lo nutro tuttora.
In verità le mie amate parenti, che con affettuosa solerzia hanno sempre badato a me e ai miei fratelli, avevano – e qui era l’incanto – un tratto gaio e bambinesco che le rendeva nostre compagne di giochi oltre che zie amorevolissime. Il rapporto era paritario, anzi era come se avessimo a volte la stessa età…e forse – così capita tra bambini che sono l’un l’altro invidiosi – le mie noci a loro avranno fatto gola e saranno sembrate troppe!

Dolci presenze della mia infanzia!
La società contadina, come tutti i mondi poveri era attraversata da innumerevoli violenze, anche familiari, e con difficoltà esprimeva l’affetto, ma tramite voi ho conosciuto la tenerezza e l’amore allo stato puro, a dispetto delle limitazioni e dell’epoca e delle condizioni sociali. Sono stata fortunata e ne sono consapevole e felice. E rivedervi sarebbe la realizzazione di un bel sogno, alla Fellini. Anzi, vi donerei tutto il mio sacchetto di noci.

Cammino dunque svelta svelta, arriviamo a Jalupà ed io dico che non voglio riposarmi. Senza sostare, tenendomi stretto in testa quanto raccolto vado a casa mia, per sfuggire ai pericoli!

Non ero nuova a tali ambasce.
Non ricordo l’episodio, perché troppo piccola, ma mia sorella racconta che un’estate, alla fine delle vacanze al mare di Pizzo, un signore in dono per nostro padre (che conosceva) ci consegnò un cesto di zibibbo, per noi raro. Lo riponemmo sotto il letto ( zona che in quegli anni, avari di varie cose e pure di spazi, fungeva da cassapanca ) e sembra che io sia rimasta seduta sulla sponda di esso per l’intera notte, a guardia della dolcissima e profumata uva. Noi la mangiavamo sia fresca che appassita, ma di rado e, di conseguenza, la consideravamo un cibo pregiato.

In vacanza stavamo in molti in una stanza, tra parenti ma anche con amici o solo conoscenti: bambini, ragazze, donne adulte. I mariti invece venivano solo in visita, di giorno. Io evidentemente temevo l’avidità di qualcuno, in mezzo a tale folla!

I bambini, del resto, pure oggi difendono strenuamente quello a cui tengono e sono desiderosi di leccornie, ma negli anni Cinquanta credo con maggiore forza, poiché eravamo da poco usciti dalla fame, ma non avevamo ancora il superfluo. Bramavamo perciò l’inusitato, l’inconsueto.
Ed erano anni in cui persino le noci e lo zibibbo erano ritenute delle leccornie.

Eppure sono stata una bimba buona e non ho mai picchiato nessuno durante i bisticci o le liti dell’infanzia. Generosamente addirittura regalavo i miei giocattoli, ma non – ad esempio – l’unica bambola che possedevo quando qualcun’altra la pretendeva per sé.
E mi tenevo stretto ciò che era speciale, come appunto le noci e lo zibibbo.

D’altronde attualmente gli esperti cosa ci invitano a mangiare, pur nella varietà di cibi che potremmo avere e pur nell’opulenza e financo spreco in cui parecchi sulla terra viviamo? Cereali, verdure, frutta fresca e secca, poco sale e grassi, ecc.
Avevo quindi ragione a difendere le mie noci ( e anche il mio zibibbo )! Erano e sono rimaste delle vere e proprie prelibatezze!

© Margherita Faga