Sulle navi scure di antichi migranti


come il padre mio e tuo, oh molto sciocco Perse,
andava su navi desideroso di una vita prospera,
egli che un tempo anche in questo posto giunse avendo attraversato molto mare
lasciando l’eolica Cuma su una nave nera,
non ricchezza fuggendo né abbondanza e felicità,
ma l’odiosa povertà, che Zeus dà agli uomini;
si stabilì presso l’Elicona in un misero villaggio,
Ascra, duro in inverno, fastidioso in estate, mai fausto.

Siamo verosimilmente attorno alla metà dell’VIII secolo prima di Cristo ed Esiodo negli Erga ricorda al fratello Perse che il loro padre emigrò in cerca di una vita prospera dall’Asia Minore in Beozia, fuggendo la povertà odiosa.

Il poeta ritiene che il duro lavoro sia il necessario strumento dalla divinità voluto per vincere l’indigenza e pone Dike come cardine del governo di Zeus: su tali elementi poggia la sua visione della storia, che è pessimistica ma evita la rassegnazione e trova afflato etico e conforto nella fede nella giustizia. E al fratello egli intende dare appunto questi due insegnamenti: lavora e ascolta giustizia.

Esiodo, a differenza nostra, aveva dunque memoria delle vicende degli uomini e del padre suo, che era emigrato per poter lavorare in condizioni migliori. Noi no, noi – allo stesso modo di Perse – abbiamo stoltamente scordato. Abbiamo difatti dimenticato la nostra storia e abbiamo seppellito le voci come quella esiodea, accogliendo invece messaggi volgari violenti e privi di ciò che noi siamo, degli elementi costitutivi nostri, e di tutta la riflessione che la grande cultura ha elaborato nei secoli.

A noi, come a Perse, bisogna dunque ricordare che in tanti, in passato, emigrammo su navi inquietanti, nere.
Emigrarono i nostri padri e fratelli, emigrammo noi ed ancora oggi dai nostri luoghi si emigra senza posa.

È necessario in verità liberarsi dal pernicioso oblio, possedere – come Esiodo – memoria storica: per vergognarci davanti a chi oggi lasciamo morire in mare. Noi, creature smemorate e stolte che urlano contro gli altri, paurose e chiuse di fronte al futuro: pessimisti, che non ascoltano la giustizia e non affidano ad essa le speranze.

Abbiamo bisogno che un Esiodo, il quale abbia la forza morale di porre la giustizia come asse del governo del mondo e il lavoro come mezzo di progresso sociale, ci ammonisca e ci insegni e ci ricordi – col tono suadente e amorevole e se occorre severo di un fratello – che da Cuma eolica siamo partiti e molto mare abbiamo percorso sulle nere navi, per sfuggire all’odiosa povertà.

Che i porti siano aperti, che dall’Asia Minore si possa salpare e ricercare abbondanza e felicità.

Annunci

Per chi ha squarciato le gomme della mia automobile

Come ben sa chi dalla mia macchina è stato attirato ed indotto ad avvicinarsi ad essa per rovinare due gomme, sono una donna e sono una persona anziana: conosco quindi le fragilità e le fatiche e le paure intime dell’esistenza, da quella di perdere chi ami a quella di ammalarti, oltre ai timori e alle apprensioni proprie solo di un animo femminile esercitato a una storica e continua difesa del suo genere.

Mi sono note dunque tutte le paure: anche chi è disposto a gesti di violenza mi inquieta ( nel senso che non rientra tra i miei auspici incontrarlo durante il cammino esistenziale ). E qualunque sia il motivo che abbia mosso l’autore o gli autori dello squarcio alle gomme, si sia trattato pure di una bravata che con pravus ha comunque qualche relazione e quindi innocente non è, si sia trattato invece dell’invio di un messaggio cupo, ciò che colpisce la vittima ha sempre il carattere di una minaccia ed è avvertito sempre come un tentativo d’intimidazione. È, pertanto, un’intimidazione.

Ed io ho paura se si fa ricorso all’aggressività e al sopruso. Non ho mai, però, abbassato la testa o cambiato idea per compiacere gli altri.

Senza dubbio, sulla qualità del luogo in cui vivo sono gramscianamente pessimista allorché faccio ricorso alla ragione, ma tuttavia ottimista per un atto di volontà, ancora seguendo Gramsci.

A tale proposito, facendo un doloroso confronto, ricordo quando, giovanissima, mi recai a Zurigo in vacanza e mio fratello un giorno tornò a casa e mi disse che non trovava più le chiavi della macchina. Dopo dieci minuti, si presentò alla porta una guardia che gli riportava quanto aveva smarrito o gli era stato sottratto.
Ecco, io so di non vivere in una società così regolata e so che la quotidianità delle persone comuni è invece in Calabria e a Cortale attraversata da solitudini e tensioni e ingiustizie che rimangono ogni volta non sanate.

E le disfunzioni nella collettività sono gravi e profonde, se arrivano a sconvolgere nel silenzio generale – quello di alcuni è colpevole e pericoloso  – la vita di coloro che non ricoprono ruoli pubblici: i fatti illegali e violenti non sono perniciosi e degni di attenzione soltanto quando colpiscono le figure istituzionali e di governo o grandi operatori economici, anzi. Se, come nel mio caso, vengono attaccati pure cittadini privati, se tutti sono nel mirino, vuol dire che abitare nelle nostre zone è difficile per ognuno. E su questo bisognerebbe riflettere, seriamente.

Se il condurre persino la minuta quotidianità è così periglioso, significa difatti che divisioni e lacerazioni attraversano i rapporti tra cittadini e dettano le regole nel paese non i poteri legali che si tramutano in muti palazzi lontani dalle difficoltà della popolazione o di una parte di essa ( magari la meno ubbidiente ), ma i prepotenti. Il confronto civile tra diverse posizioni è in tale maniera impedito od ignoto e scompare la libertà del singolo.

Oltre all’intima paura, non nutro quindi solide speranze nelle nostre istituzioni ed in coloro che la legalità dovrebbero tutelare, nonostante – pur abitando in Calabria – mi metta costantemente dalla loro parte e solo ad essi io faccia riferimento. Da noi subire un sopruso non comporta quasi mai che si faccia chiarezza e si riceva giustizia e non ignoro che non sono a Zurigo e che non rivedrò quasi sicuramente le mie chiavi. .
Un certo disincanto in verità mi pervade, ma ho ugualmente denunciato presso la locale stazione dei carabinieri quanto mi è accaduto, perché coltivo da sempre il sogno di una cosa.

Spero viceversa grandemente nella cultura: so che cambierà i luoghi e le sorti degli uomini e della terra chi leggerà, chi si nutrirà dei frutti della sapienza e della poesia. E non si abbevererà alle fontane della violenza, variamente predicata e sopportata e supportata.

Io in questo momento, in tale ingiustizia che ho subito, sono sostenuta dal pensiero di Archiloco, potente lanciatore di giambi ( ardenti, li definiva Carducci ), il quale all’avversario dichiarava con audacia che avrebbe gridato e urlato più fortemente, quale cicala presa per le ali.

Galateo aristocratico per signorine contadine

Nell’anno 1963/1964 la scuola media diveniva democraticamente unica, mentre da Barbiana continuavano ad arrivare forti impulsi, spesso sferzate, affinché la scuola tradizionale modificasse se stessa.

È questo l’anno in cui a Cortale ho frequentato la prima media, felice di continuare ad apprendere e felice di non entrare invece troppo presto nel mondo del lavoro. Certo la recente legislazione mirava a una scolarizzazione di massa, ma per quanto mi riguarda dovrò sempre ringraziare solo mio padre per aver reso possibile il sogno più grande che abbia nutrito nella mia vita, studiare.

Conservo tutti i testi scolastici e quaderni, a parte il libro della prima elementare che mia madre, quando fui in seconda, adoperò per sistemare il baco da seta. Lei si accorse del mio dolore e il fatto non si verificò più, ma sento tuttora il vuoto del mio primo libro.
Tra i quaderni, ne ho serbato uno ma come un’offesa ricevuta e con la precisa volontà di farne conoscere il contenuto: ho sempre pensato che meritasse di essere noto e lo ritengo un documento prezioso. Dice, infatti, come eravamo e come ancora la scuola fosse indifferente e sorda di fronte ai ragazzi delle classi sociali più disagiate che cominciava ad accogliere.
Trascrivo lo scritto così com’è: ho solo corretto qualche errore a me dovuto e qualcuno – di sintassi – dell’insegnante che dettava.

Eravamo dunque nel 1963/64 e si avviava la riforma, ma con ancora un ingombrante retaggio del passato. La disciplina in questione era Applicazioni tecniche femminili, le cui ore io in verità accolsi come un’ingiustizia perché separata per la prima volta dai miei compagni maschi assieme ai quali avrei preferito studiare: almeno avrei imparato a sostituire una presa elettrica. Mi intendevo già abbastanza – come le altre bambine di quel tempo che vivevano in un piccolo centro – di ago e cucito e ricamo, più dell’insegnante che veniva da Catanzaro, e non ambivo certo ad approfondire quelle per me inutili conoscenze femminili.

Di questo quaderno oggi, come da bambina, salvo e ritengo valido soltanto il modo positivo con cui si guardava alla scuola, l’insistenza sul suo ruolo centrale per la formazione, e il fatto che la dettatura venisse realizzata in un italiano nel complesso buono e di sillabe io ero avida e pure di sillabe noi bambine non benestanti avevamo bisogno. Ma della docente ho rimproverato e rimprovero la cecità e l’impartirci precetti quasi fossimo dei selvaggi nemmeno buoni.

L’inutilità di quell’insegnamento, l’estraneità rispetto al nostro universo evidentemente l’avvertii tutta, sebbene scrivessi scrupolosamente perché capivo che l’apprendimento è anche teoria avulsa dal reale, artificio, gioco letterario che trova la sua ragione d’essere solo in se stesso. E chissà forse io e le mie compagne pensavamo anche, visto che eravamo giovanissime, che quei salotti (in fondo,  di pessimo gusto ) e trine e pietanze nel futuro che vagheggiavamo potessero divenire nostri!

Soprattutto, grazie al cielo, c’è nei ragazzi un’innocenza e un aprirsi al mondo indipendente e incontrollabile e naturale che li protegge da sempre dagli insegnanti non all’altezza o su di sé ripiegati. Un altro docente, ad esempio, ci faceva ascoltare i discorsi di Mussolini ed evitava di parlarci della resistenza, ma nessuno di quella classe abbracciò da grande idee di destra.
Tutto sommato, tuttavia, credo mi siano toccati buoni insegnanti. E in fondo anche questa mia precettrice di galateo era una che lavorava e prendeva sul serio il proprio mestiere.

Nonostante la brama di conoscere e la pazienza, dovetti avvertire però noia e anche un po’ di sdegno per una disciplina che ci voleva insegnare a mangiare cibi che non avevamo, a lustrare salotti che non possedevamo, a organizzare una casa addirittura con domestica, a fare le efficienti massaie mentre noi eravamo e volevamo essere studentesse. E la madre che io avevo era una lavoratrice, aperta e non oscurantista, non la vacua massaia a cui si concedeva un po’ di riposo in quel ritmo ossessivo della sua giornata, ma non certo per leggere. Mio padre, dal suo canto, desiderava che io leggessi e fossi colta, assecondando una mia vocazione e una sua passione.

Nella mia stessa scrittura di undicenne si nota a volte il disorientamento rispetto alle sillabe vuote di senso che mi venivano dettate. Lo dicono anche alcuni  altrimenti inspiegabili errori che commetto. In quel quaderno mi sono ad esempio imbattuta in un e ventualmente, invece che eventualmente, che mi ha fatto ridere a lungo e di gusto.

L’insegnante ( l’unica di cui non ricordi né nome né volto: gli alunni sono terribili e valutano severamente! ) non vide com’eravamo vestiti, non comprese che non ci nutrivamo delle cose che lei elencava, ma appartenevamo a una classe che aveva appena iniziato a mangiare a sufficienza, non notò che eravamo di età e livelli differenti di preparazione, alcuni ripetenti, altri che frequentarono non più di qualche mese e solo perché temevano che i carabinieri li avrebbero costretti dato il recente prolungamento dell’obbligo scolastico.

Su alcuni argomenti ( scuola e casa ) lei ritorna apportando delle aggiunte e certamente faceva ricorso a testi ( le cui idee evidentemente condivideva ) e a testi vecchi, visto che parlava, ad esempio, di calamai ( mai usati! ). Di tutto ciò che proclamava noi bambine potevamo sentire vera soltanto la lotta contro quelli che definisce parassiti della casa: nominava pure pulci e topi, di cui le nostre dimore erano infestate. Le pulci addirittura campavano a spese dei nostri corpi, oltre che delle abitazioni. Conoscevamo anche il pan di Spagna, ma il suo parlare di leccornie, di antipasto, primo, torte al cioccolato ecc. arrivava come uno schiaffo in faccia ad adolescenti figlie di una Cortale povera da cui si emigrava a ritmo serrato: la professoressa proveniva proprio dalla luna!
Quanto alle posate, ai bicchieri e piatti, ricordo il periodo in cui in un unico piatto mangiavamo tutti. E la televisione l’acquistai nel 1972, con il primo presalario: altro che distrazioni dall’impegno scolastico! Il mio passatempo era lo studio, erano i libri o i giochi all’aperto.

Qualcosa dunque successe nel mio animo di bambina, se l’anno dopo, essendo la disciplina tra quelle facoltative, feci il gran rifiuto e l’abbandonai – giustamente! – perché sterile e in terza scelsi il mio adorato latino di cui ricordo studiai da sola, prima che l’insegnante ( ottima ) avesse il tempo di spiegarlo, cum e il congiuntivo non una cosuccia.
Che avventura entusiasmante l’apprendimento! Io credo di essere stata e di continuare ad essere soprattutto un’alunna: questo mi dà felicità.

Buona lettura! E sdegnatevi e non siate clementi: il testo è il prodotto di una società classista, sessista e perbenista in cui persino il rispetto per l’anziano viene dopo quello per l’uomo di condizione sociale ragguardevole.

Il 1968 è però alle porte e cambierà parecchie cose e toglierà molta inutile polvere conservatrice.

La scuola
La scuola è una seconda casa: ambedue preparano alla vita. Si deve amare la propria scuola, dimostrando la buona educazione, il buon profitto, cercando di abbellirla col proprio ordine e retto contegno. Perciò, è necessario: rispetto verso i superiori, le compagne, il personale e la massima cura della propria persona e degli oggetti scolastici. Dal modo come vi comportate oggi nella scuola facendo bene le piccole cose, dipende il modo come agirete nella vita, nelle piccole e nelle grandi cose. Un’educazione completa si riceve dalla scuola, l’animo si educa ai più nobili sentimenti, il vostro carattere si plasma, nella scuola ci si deve sentire fratelli, quindi bisogna amarla perché essa è una grande famiglia. Inoltre vi insegna a compiere gli svariati lavori femminili a cui ognuna di voi dovrà dedicarsi con volontà ed amore.

La casa
La casa è il nido della famiglia, in essa nascono gli affetti più grandi che legano la nostra vita. Nella casa si nasce, si cresce, si muore. La nostra casa ci è sempre cara: umile o povera che sia è sempre da noi desiderata, più ci allontaniamo da essa, più sentiamo che la sola, la vera felicità che veramente esiste è quella che noi possiamo godere tra le pareti domestiche. In essa trascorriamo ore liete e tristi, ore di riposo e di studio. Giuseppe Mazzini definì: “La casa è la Patria del cuore”.
La donna che è la regina della casa deve contribuire principalmente a rendere il suo nido accogliente e grazioso, cercando con la sua intelligenza di saper bene amministrare la sua azienda domestica.
Il benessere di una famiglia contribuisce al benessere della Nazione. Come non si concepisce una famiglia senza casa, così non può esistere una casa senza famiglia. Amiamo, quindi, la nostra casa pensando che essa è costata cara ai nostri padri, che hanno dato la possibilità di vivere nel miglior modo possibile.

La famiglia
La famiglia è il piccolo mondo al quale ci affacciamo appena nati, ma, pur così piccolo, esso ha una gran parte nella vita di noi tutti. È nella famiglia, infatti, che apprendiamo i primi grandi e santi affetti: la fede in Dio, l’amore fiducioso verso il padre e la madre, la tenerezza fraterna; è nella famiglia che impariamo a soffrire e a gioire, è in essa che riceviamo la prima educazione e ci prepariamo ad entrare nella vita.
La famiglia è l’unione di due persone unite fra loro, per mezzo del rito del matrimonio che dà luogo alla formazione di un saldo focolare domestico.
Capo della famiglia è sempre il padre, egli è il titolare della famiglia e della moglie, è il tutore dei figli. Egli deve essere sempre rispettato, obbedito, tutti debbono nutrire per lui un affetto vivo. Compagna della sua vita è la donna, sua collaboratrice, sposa fedele e madre affettuosa.
Completano la formazione della famiglia ed allietano l’ambiente domestico: i figli.

Doti di una fanciulla

La scuola
1) Nell’entrare a scuola sii e modesta e silenziosa e rimani al tuo posto in silenzio fino all’arrivo dell’insegnante. Al suo entrare, alzati in piedi.

2) Cerca di non giungere mai tardi a scuola .
Se ciò ti accade, prima di dirigerti al posto, rendi conto del tuo ritardo all’insegnante.

3) Durante la spiegazione evita di bisbigliare, di scarabocchiare sui libri o sui quaderni, di fare pallottole di carta, di tagliuzzare il banco, di mostrare disgusto o noia.

4) Non interrompere mai la spiegazione dell’insegnante con domande inopportune.

5) Interrogata, tieniti ritta nella persona e ben composta.
Se sei sorpresa impreparata, non ricorrere a sotterfugi e furberie: sii schietta, anche in queste occasioni.

6) Non burlare mai la tua compagna che incorre in qualche errore .
È da ragazzacce sporcare le pareti dell’aula, versare l’inchiostro sul vestito delle compagne.

7) Non appropriarti senza il permesso di libri o quaderni altrui.

8) I compiti siano eseguiti con massima attenzione e scrupolosa pulizia.

9) Presentati a scuola decentemente vestita e pulita. Lascia a casa i giocattoli, figurine, giornaletti.

10) Nell’uscire da scuola non fare disordine e confusione. Non dimenticare di salutare l’insegnante prima d’andartene.

11) Non precipitarti per le scale urtando contro i compagni.

Dopo la scuola, lo studio
1) Non dimenticarti che la tua prima e più importante occupazione è lo studio.
Soltanto dopo aver fatto il lavoro d’obbligo potrai leggere qualche buon libro o fare altro.

2) Nello scrivere non stare troppo curva sul banco, non appoggiarti col petto, non torcere il collo, non allungare la lingua…

3) Abbi massima cura dei libri, quaderni. Non riempirli di sgorbi, non segnarli con la penna, con la matita…

4) Non gettar carta sotto il banco.

5) Lascia da parte, durante lo studio, la radio, la televisione o qualsiasi altro passatempo.

Fuori di casa
1) Quando ti trovi fuori casa, per le vie è necessario mantenere un comportamento decoroso.

2) Le vesti debbono essere ben indossate, pulite.

3) Non agitare le braccia, non dondolare la testa camminando.

4) Non fissare le persone in cui t’imbatti; non voltarti indietro a riguardarle.

5) Per le strade frequentate, non correre.

6) Segui le zone pedonali e non arrestarti in mezzo alla strada.

7) Tornando da scuola non roteare i libri, non fischiare, non cantare.

8) Se devi parlare con una tua conoscente, portati al lato della strada e non essere clamorosa.

9) Cerca di non infangarti, se la strada è bagnata.

10) Dai la tua destra se cammini con uno superiore a te; riservagli il centro se siete in tre a camminare.

11) Dovendo rispondere ad un saluto sii moderata.

12) Non fermarti a lungo dinanzi alle vetrine da cui fanno mostra: cibi, leccornie e dolciumi.

La scuola
La scuola dopo la vostra casa è l’ambiente in cui vivrete a lungo e che amerete di più. La ricorderete sempre con nostalgia e, quando penserete agli anni che avete passato in essa, vi rivedrete bambine. La scuola è una seconda casa: ambedue preparano alla vita. La vostra nuova scuola è molto diversa da quella che avete appena lasciato. Non più una maestra sola vi accoglie, ma un buon numero di professori che si alterneranno alla cattedra per insegnarvi ognuno la sua materia. Incontrerete: nuovi insegnanti, nuove materie di studio, libri, orario e metodo. In questo generale rinnovamento dovete rinnovare voi stesse; se durante gli anni scorsi siete state un po’ pigre o distratte, se avete qualche volta trascurato i vostri doveri scolastici, se siete state indisciplinate o irrispettose cercate di correggervi.
Avete ormai raggiunto un’età che vi consente di comprendere tutta l’importanza della scuola e la necessità di andarle incontro serene e fiduciose, animate dalla volontà di compiere sempre e nel modo migliore il vostro dovere. Se lo farete la scuola non rappresenterà per voi un sacrificio, anzi ne scoprirete molti lati interessanti e giungerete ad amarla come amate la vostra casa, la vostra famiglia. Rispettate la scuola, dimostrando la buona educazione, il buon profitto, curate se occorre l’ordine e la pulizia quasi come fosse la vostra vera casa. È necessario, perciò, il rispetto verso i superiori, le compagne, il personale e la massima cura della propria persona e degli oggetti scolastici. Dal modo come vi comporterete oggi nella scuola facendo bene le piccole cose dipende il modo come agirete nella vita, nelle piccole e nelle grandi cose. Un’educazione completa si riceve dalla scuola, l’animo si educa ai più nobili sentimenti, il vostro carattere si plasma. Nella scuola ci si deve sentire fratelli; quindi, bisogna amarla, perché essa è una grande famiglia. Inoltre la scuola vi insegna a compiere ( sic ) tutti quei problemi che si richiedono ( sic ) alla donna, per dirigere bene la propria casa; vi insegna a compiere gli svariati lavori femminili, a cui ognuna di voi dovrà dedicarsi con volontà ed amore.

Vuoi conoscere se una persona è veramente educata? Osservala a tavola come si comporta.
1) Prima e dopo i pasti si conservi la pratica cristiana della preghiera.

2) A tavola non si tiene il cappello, né la sciarpa, né tanto meno il soprabito.

3) Non sederti se le persone più rispettabili di te non siano sedute.

4) Dispiega il tovagliolo dopo che esse l’abbiano fatto.

5) Se non conosci il tuo posto, aspetta che ti venga assegnato da chi ne ha il potere.

6) Se devi scegliere cerca gli ultimi posti.

7) A tavola stai ben composta:

non si rimboccano le maniche, non si sta troppo a ridosso o troppo lontano dalla tavola; stai ben eretta sulla persona, non poggiare i gomiti sulla tavola, non chinarti troppo sui cibi; i cibi vanno portati alla bocca e non viceversa.

8) Il pane non va tagliato con il coltello: si spezza con le mani.

9) La carne va tagliata in pezzi ogni volta che si porta alla bocca. Non si taglia in tanti pezzettini.

10) Il pane non deve servire da mezzo per pulire il piatto, dopo che il cibo è stato consumato.

11) Il tovagliolo non completamente spiegato va tenuto sulle ginocchia; è anche permesso fissarlo al colletto o ai bottoni della giacca.

12) Il tovagliolo è fatto per pulire le dita o le labbra, non per asciugare il sudore o far di peggio…

13) Se ti occorre pulire la forchetta dalla salsa fallo con la mollica di pane ( che si depone sul piatto ), mai al tovagliolo né tanto meno con la tovaglia.

14) Il cucchiaio va tenuto con la destra prendendolo con il pollice e l’indice e appoggiando sul medio. Esso è adoperato solo per le vivande liquide e per alcune specie di dolci. Può essere portato alla bocca di punta come pure di lato. Si depone infine sul piatto con la parte concava appoggiata all’insù.

15) La forchetta si adopera impugnandola con il manico fra le due dita come usi la penna. Si tiene con la destra. La si usa con la sinistra, quando è necessario usare il coltello. Usando la forchetta con la destra si può aiutarsi con un pezzo di pane tenuto nella mano sinistra.

16) Il coltello si adopera con la destra. Esso è fatto per tagliare le vivande non per trinciare segni all’aria. Non usare questi tre strumenti per fare rumore.

17) Il bicchiere deve essere impugnato dalla parte bassa. È segno di buona educazione versare da bere ai vicini.

18) Le vivande vanno prese dal piatto con le apposite posate.

Presta attenzione inoltre:
Non sputar fuori un ossicino, una pietruzza, una squama di pesce che possa trovarsi nel cibo.

Non pulirti i denti con la forchetta o con il coltello.

Non mescolare nei piatti o nei bicchieri cibi vari o liquidi.

Non far rumore con la bocca…

Non parlare troppo o troppo forte.

Non biasimare le vivande, anche se non sono di tuo gusto.

Se a tavola venisse portata una pietanza ed ignori la maniera di mangiarla, non chiederlo ad alcuno, ma prendi tempo, osservando coloro che sono più pratici.

L’acqua tiepida, che in alcune case signorili portano al termine del pranzo, non è fatta per berla, ma per lavarsi le dita.

Ad un brindisi i bicchieri debbono essere pieni. Il brindisi deve essere fatto da tutti. I bicchieri al termine del brindisi debbono essere sollevati non toccati.

Come si apparecchia la tavola …
Per la prima colazione:
una tovaglia di lino o di canapa a colori vivaci così come i tovaglioli. Sulla tavola vanno disposti i piatti, le tazze, i cucchiai e, su di un vassoio, la caffettiera, la lattiera, la zuccheriera, i piattini, con il burro, la marmellata e il miele.

Per il pranzo:
la tovaglia è l’elemento più importante e essa è damascata o ricamata. È invalso però l’uso così detto “americano”, che assume una particolare signorilità, di avvalersi di sottopiatti raffiguranti paesaggi o altre immagini.
Naturalmente tale tipo di disposizione è molto impegnativo perché richiede intonazione di colori, finezza e fantasia di servizio, accuratissima disposizione di ogni minimo particolare.
Presenta anche però degli aspetti di comodità in quanto permette facilmente di sostituire un coperto, di aggiungerne uno eventualmente mancante e di dare a ciascun invitato il proprio posto ben delimitato.

La disposizione delle stoviglie.
Posate normali: il cucchiaio dalla parte destra del piatto, il coltello pure a destra con il taglio verso il piatto, la forchetta a sinistra.

Posate da pesce: la forchetta a sinistra, la paletta a destra fra il coltello e il cucchiaio.

Posate da dolci: tra i bicchieri e il piatto dinanzi all’invitato disposte parallelamente e nel seguente ordine dall’esterno: cucchiaio, forchetta, coltello.

I bicchieri vanno disposti alla destra del piatto, secondo la grandezza in ordine decrescente: calice per acqua, per vino rosso, per vino bianco.
La coppa per lo spumante si porta in tavola prima di servire il dolce.

A sinistra del piatto, se possibile su un vassoietto, vanno posti un panino ed alcuni grissini. A destra, invece, accanto al cucchiaio il tovagliolo ben ripiegato.

Alla sinistra del piatto di ogni commensale, se del caso, verrà riservato un po’ di spazio per il piattino dell’insalata.

Infine, si può decorare la tavola, con qualche fiore o sempreverdi disposti sulla tovaglia o, meglio, su basse tazze.

La posizione a tavola degli invitati.
Il posto alla destra della padrona di casa ( che sarà a capotavola ), spetta all’uomo più anziano, oppure alla persona più ragguardevole per posizione sociale ( accanto alla padrona ).
All’altro capo della tavola ( di fronte ) si siederà il padrone di casa avendo ai lati le signore di maggiore riguardo.
Normalmente occorre evitare che si trovino accanto due donne o due uomini.

È compito dei padroni di casa avviare e, se del caso, ravvivare la conversazione.

Il tovagliolo ben educato…
Dove lo si mette.
Nell’apparecchiare la tavola, il tovagliolo va messo sopra il piatto [ se si tratta di un pranzo di etichetta ( lusso)] o alla destra del piatto ( se si tratta di un pranzo normale). Quando, in un pranzo di etichetta ( cioè col tovagliolo sopra il piatto ), l’antipasto o il primo piatto viene servito, prima che i commensali si siedano e spieghino il tovagliolo, questo va tolto dal piatto e posto alla sinistra accanto alla forchetta.

Come si piega.
Non si usano quelle fantasiose piegature che danno al tovagliolo le forme più strane: oggi lo si piega in modo da formare un quadrato o un rettangolo.

Come si tiene.
Non si spiega il tovagliolo finché la padrona di casa non abbia spiegato il proprio. Non lo si spiega completamente, ma in modo da formarne un lungo rettangolo che si appoggia sulle ginocchia. Vietato assolutamente annodarlo al collo, o infilarlo per un lembo nel gilè, nella scollatura o magari in un occhiello della giacca, come capita di veder fare a certi signori che si credono molto raffinati.

Come si usa.
È assolutamente vietato usare il tovagliolo per pulire piatti e bicchieri, magari controllando l’operazione controluce, come se non si fosse ancora ben persuasi della loro pulizia.
Ci si pulisce sempre la bocca col tovagliolo prima di bere.
Si usa il tovagliolo con semplicità e decisione, non con affettata e ridicola delicatezza, senza fregarlo sulle labbra come se fosse uno strofinaccio dei pavimenti, ma senza farlo aleggiare come un’ape sui fiori. Le signore che usano il rossetto sono pregate di fare attenzione: secondo alcuni dovrebbero pulirsi preventivamente ( prima ) la bocca con l’apposito fazzolettino rosso; ma anche senza giungere a queste meticolosità ( piccolezze ) è bene che cerchino di non sporcare il tovagliolo e comunque non usino per un pranzo in casa di altri un rossetto che lasci macchie indelebili.

Come va lasciato.
Alla fine del pranzo il tovagliolo non deve essere piegato, né arrotolato, né steso come un dubbio lenzuolo, ma va lasciato appoggiato con garbo alla sinistra del piatto: infatti si presuppone che dopo l’uso debba essere lavato.
In famiglia, però, ognuno faccia il piacere di piegare il proprio tovagliolo e metterlo nella propria busta, anziché buttarlo là in malo modo, secondo un’abitudine troppo diffusa.

Come si serve a tavola.
Ogni famiglia ha le sue usanze particolari: c’è chi porta la zuppiera in tavola e poi la madre scodella per tutti; c’è chi porta già dalla cucina i piatti della minestra riempiti, trasportandoli, se la famiglia non sia numerosa, su un grande vassoio; c’è chi, avendo la domestica, fa girare la minestra come le pietanze, cioè presentando la zuppiera ad ogni commensale. In un pranzo di riguardo, e disponendo di personale di servizio, la minestra si scodella sul piano della credenza dove è stata deposta la zuppiera dalla domestica stessa, la quale collocherà al posto di ognuno, quando gli ospiti sono seduti, il piatto riempito e porgendolo dalla parte destra.
Il servizio comincia dalla signora più importante, segue la più anziana e le altre da destra a sinistra, per ultima la padrona di casa; così pure gli uomini.
L’antipasto: va servito solo a colazione.
La minestra e gli altri piatti si servono sempre dalla sinistra del commensale.
Le pietanze: si portano in tavola tagliate, sia carne che pollo; solo il pesce grande lesso ( bollito ) si presenta intero, con le relative posate ed ogni convitato se ne servirà badando a non sformare la pietanza e a non spargerne fuori del piatto.
I piatti di ricambio e le posate usate: vengono tolti da destra; i piatti puliti si porgono da sinistra.
Le bevande: vanno servite da destra.
I piatti: vanno serviti nel seguente ordine: 1) minestra; 2) pesce; 3) carne o pollo con insalata o legumi; 4) formaggio; 5) dolce; 6) frutta.
Dopo aver consumato il formaggio la tavola deve venir sgombrata da qualunque piatto o pezzo di pane.
Dopo la frutta viene servito il caffè, possibilmente in salotto o stanza di soggiorno.
Il servizio deve essere celere ( subito ) e spedito, altrimenti si corre il rischio di terminare il giro dei convitati quando i primi serviti hanno già finito la portata. Molto comodi e consigliabili sono, per chi non disponga di personale di servizio, i carrelli su cui si possono mettere tutti i piatti di ricambio, oppure gli antipasti, il servizio di dolce e di frutta risparmiando passi, tempo e fatica e rendendo molto più svelto il servizio, specialmente quando si abbia una sola domestica a disposizione o…neppure quella.

La rigovernatura intelligente.
Dopo l’apparecchiatura della tavola e la consumazione del pasto, ecco il momento meno piacevole della giornata: la rigovernatura.
Anche qui si deve usare un po’ di intelligenza, poiché anche il lavoro più umile, per riuscire meno sgradevole e dare un risultato soddisfacente, va eseguito con impegno e con l’indispensabile grano di sale.

Ecco dunque ciò che si deve fare:

Sparecchiare la tavola il più rapidamente possibile ( senza fare molto rumore e…troppi disastri ), servendosi di un apposito vassoio o di un carrello.

Prima di mettere i piatti nell’acqua della rigovernatura, gettar via le bucce e tutti i residui raccogliendoli in un cartoccio da buttare in pattumiera, evitando così di imbrattare il recipiente.

Lavare tutto dentro l’acqua calda con un pugno di detergente nell’ordine che segue:
1) i bicchieri – 2) i piatti e le posate del formaggio, del dolce e della frutta – 3) i piatti più unti.
Infine lavare le pentole, dopo aver aggiunto ancora un po’ d’acqua calda e di detergente, e lucidarle con paglietta e sapone.

Lavare la tinozza con acqua calda, soda o detergente.

Risciacquare i piatti e metterli sull’apposito scolatoio.
Pulire i fornelli con uno straccio umido e un po’ di detergente; lucidarli con qualche goccia di olio e poi con uno strofinaccio asciutto.
Per tale operazione può servire anche della carta morbida assorbente che fa risparmiare strofinacci.

Lucidare i rubinetti del fornello e dell’acquaio con uno straccetto asciutto di lana.

L’ultima operazione è quella di scopare e di dare una ripassatina a lucido al pavimento della cucina.

È l’ora del caffè.
Il caffè, dopo pranzo, non si serve a tavola, ma, possibilmente, in salotto, o nella stanza di soggiorno; lo zucchero si mette nella tazza prima di versare il caffè per evitare che questo eventualmente sprizzi, se lo zucchero non è fatto cadere con sufficiente delicatezza.

Col caffè si servono anche i liquori.

Soltanto a colazione si può prendere il caffè a tavola e la padrona di casa può servirlo lei, con l’aiuto della cameriera che porgerà le tazzine e lo zucchero.

È l’ora del the.
L’ora del the più adatta è fra le cinque e le sei del pomeriggio. Il the si offre molto caldo insieme alla merendina composta di: mandorle e biscotti salati, pasticcini, ecc.

È preferibile servirlo su una piccola tavola appositamente apparecchiata per evitare che si compiano giochi di equilibrio con tazze, piattini, merendina e il resto.

Il the, in genere, è servito dalla padrona di casa, aiutata, se ne ha, dalle figliuole o da qualche amica intima; la cameriera ritirerà, per sostituirli, soltanto le tazze, i cucchiaini e i tovagliolini.

A un pomeriggio molto elegante ed al quale intervengano parecchi invitati, il the sarà servito a tavola, dalla cameriera o dal cameriere.

La casa
La casa è il nido della famiglia, in essa nascono gli affetti più grandi che legano la nostra vita. Nella casa si nasce, si cresce e si muore. Umile o ricca che sia è sempre da noi desiderata. Più ci allontaniamo da essa, più sentiamo che la sola, la vera felicità è quella trascorsa fra le pareti domestiche. In essa trascorriamo ore lieti e tristi, ore di riposo e di studio. Giuseppe Mazzini definì che: “La casa è la patria del cuore”. La donna che è la regina della casa deve contribuire a rendere il suo nido accogliente e grazioso, cercando con la sua intelligenza di saper bene amministrare la sua azienda domestica. Il benessere della famiglia contribuisce al benessere di una Nazione. Come non può esistere una casa senza famiglia, così non può esistere una famiglia senza casa. Amiamo, quindi, la nostra casa, pensando che essa è costata molto ai nostri cari che ci hanno dato la possibilità di vivere nel miglior modo possibile.

La pulizia della casa
Criteri organizzativi ( razionale distribuzione del lavoro )
– lavori giornalieri
– lavori settimanali
-lavori mensili
– lavori periodici

Perfetta attrezzatura, ordine ed efficienza nell’esecuzione
Pulizia di:
– pavimenti
– soffitti -pareti
– infissi – vetri e specchi
– impianti fissi
– marmi- oggetti metallici
– tappeti – tendaggi.

Manutenzione dei mobili
– lotta contro la polvere
– lotta contro i tarli

Lotta contro i parassiti della casa ( mosche – zanzare – tarme – pulci – topi – scarafaggi ) con scrupolosa pulizia – aereazione della casa – insetticidi vari.

Organizzazione razionale del lavoro domestico.
I lavori domestici, perché siano proficui e non troppo fastidiosi, devono essere eseguiti con un certo ordine di successione, ripetendo le medesime operazioni giornalmente, settimanalmente, ecc.
Bisogna imporsi un orario nella giornata, nella settimana ed eseguirlo scrupolosamente.
Per compiere le varie faccende domestiche, la giornata della massaia può svolgersi nel modo seguente: – pulizia personale; – preparazione della colazione; – aereazione della casa, dei letti, spazzatura dei pavimenti; – rigovernatura completa in cucina; – acquisti dei generi alimentari ; – pulizia a fondo di una stanza o lavori per il bucato; – riordino dei letti e delle stanze; – preparazione del pranzo, ordine in cucina.
Mezz’ora di riposo è indispensabile!
– Pulizia del bagno e del corridoio o dell’ingresso; – lavori di cucito o stiratura o altro lavoro settimanale; – qualche ora di svago o di riposo; – preparazione della cena; – sparecchiatura e ordine in cucina; – lavori di maglia o di cucito.

Ricette
Il pan di Spagna
10 uova, g. 300 di farina, g. 300 di zucchero. Si unisce tutto e si sbatte sino ad ottenere una crema molto densa.

Torta di cioccolata
Mettete in una terrinetta ( scodella ) g. 280 di zucchero, g. 280 di burro, 8 tuorli d’uova; mettete la terrina su una pentola di acqua bollente e sbattete così a bagno Maria per 20 minuti, poi unite al composto g. 280 di cioccolata in polvere, g. 280 di farina, la scorza di un limone grattugiato, un po’ di bicarbonato. Se la pasta viene un po’ dura aggiungere due o tre cucchiai di latte. Per ultimo mescolate delicatamente al composto le otto chiare d’uovo montate ( sbattere ). Ungete uno stampo con burro e versateci il composto che poi passerete al forno.
Quando la torta sarà cotta lasciatela raffreddare, poi apritela e spalmate la crema seguente:
g. 100 di burro, g. 50 di zucchero, un tuorlo d’uovo, una bustina di zucchero vanigliato e sbattete insieme tutti questi ingredienti. Potete anche con questa crema ricoprire la torta all’esterno.

Al galateo surreale e all’organizzazione dell’azienda-casa nella quale la donna era rinchiusa come in un infernale castello ( secoli erano passati dall’Economico di Senofonte e le donne altro conquistavamo ed esigevamo, non più il poter amministrare la casa! ) seguiva un’appendice tecnica che trascrivo per il suo tratto documentario.

Nomenclatura degli strumenti e materiali più usati nelle applicazioni tecniche femminili.

Arcolaio: utensile di legno, costituito da un piede su cui ruotano quattro bracci provvisti di un sostegno per fermare e mantenere allargate le matasse, che, fatto ruotare sul suo asse, permette di avvolgere e svolgere appunto matasse di lana e di filo.

Ferri da calza: piccole aste metalliche o di altri materiali ( legno, osso, plastica ). Di grossezza e lunghezza variabili e di diverso tipo ( comuni, da calza ). Si adoperano in genere in coppia, per intrecciare fili e lana, nel lavoro a maglia. Si conservano in apposite custodie cilindriche o con speciali fermaferri.

Salvadita: piccola fascia rigida di celluloide o di altra materia plastica che s’infila sull’ultima falange dell’indice della mano sinistra per non pungersi durante determinati lavori d’ago.

Telaio da ricamo: nella sua forma più semplice e comune è costituito da due cerchi di legno, regolabili mediante una vite, fra i quali si imprigiona e si tende la stoffa da ricamare.

Uncinetto: asticciola in metallo, legno, osso, plastica ricurva ad una estremità, con la quale si intrecciano fili ( di lana, cotone, seta, nailon, rafia ecc. ) per farne particolari lavori.

Rafia: si ricava dalle foglie di alcune palme. Queste foglie, ancora giovani e non completamente aperte, vengono tagliate a strisce e poi fatte seccare al sole. Le fibre così preparate vengono tinte e confezionate in matasse o gomitoli, ottenendo un materiale ideale per lavori d’intreccio.

Il filo: è una materia tessile, cioè adatto per tessere, ricavato da fili vegetali, animali, minerali ed artificiali. Viene avvolto in matasse, gomitoli e rocchetti. Serve a preparare lavori di ricamo, di cucito, di maglieria. È di grossezza, materia e colori diversi secondo l’uso.

Filati: si ottengono stirando, torcendo variamente le fibre tessili di origine vegetale ( cotone, lino, canapa ) ed animale ( lana, seta ), artificiale ( raion, nailon ecc.). Si trovano in commercio ( in vendita ) in diversi colori e confezioni ( in diversi modi ), tipi ( da sartoria, ricamo, imbastitura, rammendo, pizzi, maglieria ecc. ).

Spilli: asticciole di acciaio appuntite, sottili, flessibili, provviste di una capocchia; si adoperano per appuntare o fermare tessuti, fogli ecc. Si conservano in scatolette metalliche o infilati su un panno.

Punteruolo: piccolo arnese cilindrico ed appuntito, generalmente di osso o di plastica che si usa per forare i tessuti dove si vogliono aprire passanti per allacciare o eseguire ricami bucati.

Segnastoffa: rotellina metallica guidata da un’asticciola, che si fa scorrere con una certa pressione sui tessuti per segnare in doppio o no le tracce su cui dovranno passare le cuciture.

Ferro da stiro: è costituito da una pesante suola metallica, provvista di manico, che viene variamente riscaldata ( a carbone, elettricamente, a gas ). Si adopera per stirare i tessuti.

Macchina da cucire: inventata nella sua forma più elementare e modificata, in seguito, fino ad essere azionata elettricamente. Oggi è dotata di accessori che consentono, oltre il cucito: ricamo, rammendo, occhielli, rifiniture interne, attaccature di bottoni ecc.

L’ago: per il buon esito del lavoro non si cuce mai con un ago spuntato, storto o arrugginito. La grossezza o spessore dell’ago deve essere adatta al tessuto: viene indicata con un numero che è tanto più alto quanto è sottile l’ago. Va dal n. 1 al n. 14 e dev’essere leggermente superiore a quella del filo che si usa per cucire o ricamare, affinché apra un passaggio agevole nel tessuto. L’ago, tenuto fra il pollice e l’indice della mano destra, va spinto nel tessuto col polpastrello del dito medio della stessa mano, protetto dal ditale. Gli aghi vanno conservati in un agoraio, o, meglio, fra una pezzuola di lana, all’asciutto, perché non abbiano mai ad arrugginirsi. Per la stessa ragione e per sicurezza non si lasceranno mai puntati nel lavoro.

Il ditale: costituisce la protezione del polpastrello del dito medio, che deve spingere l’ago nel tessuto. È bene sceglierlo di osso o di plastica molto leggera. Deve calzare bene, in modo che il polpastrello del dito ne tocchi quasi il fondo.

Le forbici: sono fabbricate in acciaio inossidabile ( metallo speciale che non si lascia intaccare dalla ruggine ) e devono essere tenute sempre arrotate. Le forbici da usare per il taglio dei tessuti sono piuttosto grandi ( cm 20 circa ). Quando si taglia un tessuto, bisogna tenerlo sulla sinistra ben fermo con la mano libera, mentre con l’altra si usano le forbici bene a contatto del piano del lavoro, tenendo la lama appuntita sotto il tessuto, onde evitare che si impunti nel tessuto stesso.

Il metro: nei lavori di cucito e di sartoria, per le misurazioni si usa un nastro centimetrato di tela cerata numerata su ambedue le parti. La numerazione inizia da 0 e va sino a 150 centimetri da una parte, mentre sul lato opposto la stessa numerazione è disposta in senso inverso a quello della prima. Dovendo procedere alla misurazione, si tiene l’estremità del nastro come inizio ( non è frequente il caso di misurazione presa erroneamente con partenza dall’1 ).

Il ricamo.
E’ un disegno ornamentale, operato ad ago su tessuti con fili di lana -cotone – seta.

La carta: si ottiene unendo pasta di cellulosa ( derivata da cenci, cascami; legno di pioppo, abete, paglia ecc. ) con sostanze collanti e coloranti. Può essere in fogli più o meno sottili oppure sotto forma di cartone. Fra le numerose varietà di carta ricordiamo quella da disegno, bianca o nera, colorata, lucida e opaca, velina, crespata, pergamenata, da lettera, da stampa, da imballo ecc.

Matita: cannello di legno contenente un cilindretto di grafite ( mina ) o di sostanze coloranti impastate con argilla e cera ( matite colorate ), che si usa per scrivere e disegnare.

Antigone, noi e Polinice. O di Mimmo Lucano.

Il conflitto di cui parla Sofocle nell’Antigone è quello tra norme dello stato e norme divine ( rispettare gli dei, i genitori, gli ospiti, i morti ), anteriori alla codificazione delle leggi scritte. Come sempre accade nel teatro tragico, che porta sulla scena le irriducibili antinomie presenti nella condizione umana, Sofocle non risolve il conflitto ed il tragico resta immoto: Creonte è travolto dalla rovina, Antigone muore suicida ed esclama con un amaro ossimoro: Essendo stata pia mi sono acquistata fama di empietà.

Nella società gli animi più attenti percepivano allora segnali di contraddizioni e crisi e il poeta, nel quale c’è un’inquietudine che va oltre le correnti sofistiche del tempo e non si placa nell’ottimismo dell’ideologia periclea, osserva pensoso Atene e costringe noi a interrogarci e ad interrogare il potere e a svelare le insufficienze dell’autorità.
Nel V secolo a.C., invero, la πόλις democratica riflette su se stessa e sulla sua conquista fondamentale, la legge. Questo fanno anche Eschilo che celebra l’istituzione del sacro Areopago, Sofocle con l’Antigone, Tucidide nel discorso di Pericle ( dove lo storico stima la violazione dei precetti non scritti come vergogna di fronte al pubblico giudizio ).
Creonte ed Antigone, creature poetiche, si inscrivono in tale vivace e articolata temperie culturale.
Noi – al contrario -, solo noi, non possiamo discutere sulle nostre norme?

Nella tragedia sofoclea un primo confronto doloroso isola Antigone dalla sorella, a cui chiede aiuto per compiere il pio rito della sepoltura del loro fratello, un reprobo per i principii della πόλις. Ismene, infatti, dichiara che ubbidirà a coloro che sono saliti al potere.
Antigone di rimando parla di un suo santo crimine e accingendosi a seppellire Polinice contro l’editto del re, si separa spiritualmente dalla sorella esclamando: Ma lascia che io e la mia follia affrontiamo questo pericolo.

Alla fine, tuttavia, quando la fanciulla sarà vittima delle decisioni di Creonte, la timida Ismene trova per amore il coraggio e le dice: Ma nella tua disgrazia non mi vergogno di farmi compagna di viaggio del tuo patire. Ciò nonostante Antigone – degna figlia di Edipo! – sancisce la separazione avvenuta e la tragica solitudine in cui si trova.

La giovane nello scontro dialettico principale, quello con Creonte, afferma quanto la connota e consegna all’immortalità: Non sono certamente nata per condividere l’odio, ma l’amore. E al sovrano che le rimprovera con asprezza di aver osato trasgredire il suo editto, risponde: Non infatti per me era Zeus a proclamare quel divieto, né Dike – che dimora con gli dei inferi – promulgò fra gli uomini leggi di tal fatta; e non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trascurare le leggi non scritte e incrollabili degli dei.
Con tali parole, Antigone delegittima il nómos quando esso sia difforme dalla giustizia divina e discorre per l’eternità con chiunque senta i limiti dell’ordinamento degli stati e lo migliori o palesi l’urgenza che venga modificato.

Ma nessuno dei due è dichiarato colpevole o innocente dall’antico poeta, che tra i tragici è il più enigmatico e sfuggente, e il contrasto drammatico mostra due aspetti antinomici dell’umano vivere civile. Diritto contro diritto, diceva Hegel che indicava la polarità e il dualismo che pervadono l’opera.
E se Antigone trasgredisce le norme statali, Creonte calpesta quelle divine. Da una parte, infatti, il corifeo sentenzia che il potere non si può violare, dall’altra il vate Tiresia predice al re che come vendetta lo attendono inesorabili le Erinni di Ade e degli dei e gli annuncia che i sacrifici non sono più accolti dalle divinità per l’empietà della πόλις, che lascia preda per gli uccelli il corpo dello sventurato – così lo definisce – Polinice.

C’è un altro sofferto confronto pregnante di significato, tra Creonte ed Emone, il caro figlio, che si suiciderà per amore di Antigone.

Il giovane di fronte al padre, di cui pure riconosce il ruolo istituzionale e la fede nella polis, sostiene che può accadere anche ad un altro di trovarsi nel giusto.
Nel difficile dialogo, Emone osa asserire: Non esiste la città possesso di un solo uomo. Ed il re – che rivendica il suo potere assoluto – chiede stupito: La città non è di chi comanda? E il ragazzo, deciso: Tu potresti ben governare da solo su una terra deserta.
Ecco, questo è il punto: le democrazie non sono lande desolate, né Tebe, né Atene. Né Riace, neppure l’Italia, oggi.

L’Antigone e il Creonte di Sofocle sono creature poetiche ancora tra noi, proprio perché nell’opera rimane irrisolto il nodo tragico e non si perviene ad una risposta univoca e tranquillizzante. Il sovrano difatti è nel giusto, poiché tenacemente richiama le disposizioni vigenti nella città. Ma anche il cadavere di Polinice aspetta sempre di essere sepolto e trovare pace, lo vogliono le regole divine, lo vuole la pietà: Antigone ci segue ed insegue.

Se Creonte ha ragione significa che di fronte alle leggi non si possono assumere posizioni irrispettose od irriverenti, quali quelle delle organizzazioni criminali. È necessaria e lecita, però, una rilettura democratica di esse, come esige appunto Antigone.

E nel viaggio che gli archetipi sofoclei fanno nel tempo, nelle reinterpretazioni artistiche, accade difatti che si mettano in rilievo le insidie, le degenerazioni, i pericoli insiti nelle posizioni di Creonte e che sia proprio la sua figura a mutare e ad assumere i tratti del bieco tiranno, nel senso odierno.

In Brecht ( che ha presente la traduzione di Hoelderlin ) Antigone nega che il fratello abbia tradito la patria e alla domanda di Creonte se ci sia o meno una guerra che contrapponga la città a Polinice, lei risponde che esiste soltanto la guerra del re che spinge allo scontro per divenire padrone delle miniere argive: la fanciulla compie quindi un gesto di ribellione contro un despota.
E quando il sovrano l’accusa di non guardare al divino ordinamento dello stato, la giovane ribadisce che questo ordinamento sarà divino, ma che lei – piuttosto – lo vorrebbe umano.
Mi pare che entriamo nella carne viva del problema e che del diritto positivo venga sottolineata la contingenza, rispetto a ciò che il diritto naturale reclama.

Piero Calamandrei nel 1946 scriveva: ” Le leggi, non scritte nei codici dei re, alle quali obbediva Antigone; le leggi dell’umanità che furono fino ad ieri una frase di stile relegata nei preamboli delle convenzioni internazionali, queste leggi hanno cominciato ad affermarsi, nella funebre aula di Norimberga, come vere leggi sanzionate: l’umanità, da vaga espressione retorica, ha dato segno di voler diventare un ordinamento giuridico”.

Ho di nuovo letto la tragedia di Sofocle pensando a Mimmo Lucano.
Egli non è per me un eroe, anzi ho persino paura di elogiarlo vista la caduta di tanti personaggi alla quale abbiamo con pena assistito e visto quanto è rara in Italia la correttezza nell’esercitare il potere. Né amo raffigurarmelo come un prodotto della Calabria migliore: sono convinta che così intendendo si diminuisca la portata della sua azione.
Mi pare tuttavia che anch’egli non sia nato per condividere l’odio ma l’amore e sappiamo che di fronte non ha avuto Creonte ma Minniti e Salvini e Di Maio e un’Italia cieca che calpesta i sacri comandamenti di Zeus.

Ma la tirannide, fra molti altri privilegi, può anche fare e dire quello che vuole, afferma Antigone. Tuttavia la fanciulla è certa che neppure Eteocle, l’altro fratello dal potere onorato, approverà il bando di Creonte e dice al tiranno: Chi può sapere se nell’Ade questa legge è santa?

Chissà: meglio dubitare sulla legge con Antigone, con Brecht chiedersi se la guerra non sia solamente quella del despota, con Calamandrei credere che l’umanità debba divenire ordinamento giuridico.
Forse capiremo meglio quanto ha tentato Mimmo Lucano. Differenti regole e differenti città sono da costruire: dove alberghi la pietà di Antigone, rea di atti gloriosissimi.

Barbara e l’uovo, la bambina e il cioccolato

Era ammalata, Barbara, e durante il giorno si trascinava a stento nei campi, lavorando. La sera poi tornava a piedi a Cortale e U chianu, il fondo in cui si recava, era parecchio distante dal paese: un altro spossamento.

Un affanno, quel corpo sofferente che non serviva più per le tante esigenze. La menopausa provocava amari scherzi e le contadine avvertivano le modifiche che avvenivano nel loro fisico: Sientu l’ovaii chi mi si stringinu, notava qualcuna. E quante abbiamo letto “Noi e il nostro corpo” ( scritto dalle donne per le donne ) sappiamo che questo in realtà succede.

E con difficoltà ormai Barbara mieteva, piantava semi e germogli, raccoglieva i prodotti, tagliava l’erba per il vitello. I lavori femminili della campagna non erano adatti per un corpo che non aveva più l’energia giovanile. Il collo era già spezzato per i pesi eccessivi negli anni portati sulla testa, le braccia erano stoccate per i troppi panni lavati al fiume, le maternità e l’allattamento prolungato ( finché i bimbi succhiavano il latte, la famiglia risparmiava perché meno avevano bisogno di altro nutrimento ) avevano tolto vigore . E – soprattutto – si sentiva piegata da un’estenuazione infinita e dura e nuova. Se ne vergognava, perché alle donne allora si chiedeva di essere delle macchine, incessantemente in moto da mane a sera.

Il medico le aveva detto d’includere nell’alimentazione qualcosa che le desse forza. Cosa?
Non era semplice, con la sua dispensa e cucina di contadina povera.

Ricorreva, per tale ragione, a ciò che era ritenuto miracoloso da coloro che negli anni ’50 vivevano una condizione economica come la sua: l’uovo.
Crudo, vugghiutu ( alla coque, quando lo si metteva in un pentolino con acqua ), arrustutu ( lo si appoggiava alle braci del focolare e allorché sudava significava che era pronto ), fritto, sbattuto con lo zucchero. Ad un certo punto, all’inizio dei Sessanta ( il lusso però era riservato generalmente agli adulti ), lo si beveva crudo con il saporito Marzala, il vino liquoroso siciliano: una popolare ghiottoneria che tutti ci permettevamo. C’era anche la cuzzupa di varie fogge ( un panierino, un fiocco, ecc.) ma con un uovo di gallina messo sempre sopra e quindi infornata, che costituiva lo squisito uovo pasquale della nostra infanzia. Insomma, si faceva ricorso a questo alimento come ad una manna e ad una panacea ed esso troneggiava nella cucina e nella sapienza culinaria di quei tempi: rara era la carne, almeno quella di vitello, talvolta si assaporava qualche pollo o gallina.

Per primi dovevano mangiare l’uovo i bambini, poi gli ammalati, gli altri venivano dopo in una gerarchia alimentare in cui non erano tutti uguali ma si distinguevano i diversi bisogni. Una sorta di organizzazione comunista a cui i poveri erano costretti.

Barbara abitava col marito in un vicolo, in una sola stanza nella quale aveva cresciuto i due figli. Uno spazio angusto, dove – naturalmente al focolare e naturalmente anche con l’afa estiva – si cucinava, si pranzava, si dormiva. Niente bagno e nessuna finestra.
Per respirare ci si metteva sull’uscio di casa.
E così lei mangiava il suo uovo appoggiata allo stipite della porta, forse per prendere fiato, forse per far vedere che era ammalata e farsi commiserare dai vicini, forse per mostrare agli altri che si poteva concedere una prelibatezza.

Gustava il suo uovo, Barbara, lentamente quasi che fosse cibo raro.

La bambina abitava di fronte. Dal proprio uscio guardava la donna intenta in quel rito di malata e le veniva l’acquolina in bocca, perché era una bambina e ai bambini viene sempre voglia delle cose altrui, figuriamoci negli anni Cinquanta. Ma Barbara mai la invitò ad assaggiare il suo uovo.

Venne, però, Natale e dalla Svizzera tornò come ogni anno il fratello maggiore, con vestitini nuovi e giocattoli per la piccola.
La valigia ( quella famosa, di cartone e tenuta dalla cordicella ) si apriva e mostrava meraviglie!
Una volta le aveva portato pure i mattoncini della Lego, a Cortale sino ad allora ignoti, e fu una festa per tutti i ragazzini del vicolo che lei orgogliosamente poteva stupire, persino i più ricchi.
Ma il fratello recava in dono, soprattutto, tanto ottimo cioccolato e questo era davvero incantevole e fantastico per la bimba.
Tante poglie e dai gusti differenti ( tavolette al latte, fondente, con le nocciole…), divorate leccandosi le dita e deliziando la gola con l’intensità che solo col cioccolato può aversi ( pure da adulti, se lo stato di salute non lo vieta! ).

Sull’uscio di casa la piccola gustava il proprio cioccolato, lentamente.
E guardava Barbara. E diceva fra sé: Mo’ agghiutta mbacante!, Adesso inghiotti tu a vuoto!
Alla faccia della bontà e innocenza infantile!
Ma – timidamente come riescono a fare i deboli umiliati, s’intende – i bambini si irritano e si corrucciano quando vengono mortificati. Specialmente se sono gli adulti a ferirli, a volte inconsapevolmente.

Vita quotidiana, in un vicolo contadino negli anni Cinquanta del secolo scorso.