Claudia, Rita, Valeria, Ottavia, Mariliana, Linda, Gilda ed Anna: gli anni con voi e molte altre, a Como.

Como, Casa della Giovane.Eravamo giovani donne che lavoravano come supplenti nella scuola ed abitavamo – perché conveniente dal punto di vista economico – alla “Casa della giovane”, gestita da suore. Una parte delle stanze si affacciava sul lago di Como, vicina era l’incantevole Villa Olmo, sullo sfondo la collina di Brunate.
La cucina ed i bagni erano però in comune e dividevamo le piccole camere con altre inquiline.

Io vi arrivai al secondo anno di insegnamento in Lombardia, dopo il precedente  abbastanza difficile in cui avevo dovuto affrontare tante novità tutte in una volta, e quello stare assieme mi giovò e lo ricordo come un periodo felice.

Vivevo assieme a delle giovani che venivano da varie parti d’Italia, come me ancora non di ruolo e come me di spirito indipendente e disposte a partire, pur di non chiedere niente a nessuno. Eravamo, inoltre, lavoratrici serie che passavano il pomeriggio a studiare: tutte persone che sono state apprezzate dalla laboriosa Lombardia. Lo dico con chiarezza, senza false modestie.
Parecchie di noi – non più giovanissime – avevano naturalmente mondi segreti e già intime ferite.

Le suore erano discrete, non badavano alle nostre idee ed a me, non credente, non fu mai chiesto di andare a messa. Bisognava, certo, rientrare in orario ed era presto, ma avevo scelto di stare in un istituto e quindi ne rispettavo le regole.
Un giorno tornando da scuola a suor Betty, la più anziana che stava all’entrata, infilai l’ago e lei mi ringraziò esclamando “Ti ha inviata il Signore!”. “Non per così poco, suor Betty!”, dissi io, pensando alla mia vecchia madre che avevo lasciato a Cortale e che sempre si faceva aiutare con cruna e filo.

Nella camera accanto, sul lato dov’era il mio letto, dormiva Rita che veniva dalla Campania.
Le stanze erano separate solo da un pannello di compensato: il buon cuore cattolico – è noto – è sensibile al guadagno. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per due metri di spazio da spartire con un’altra persona, pagavamo infatti più di quattrocentomila lire. Ma si poteva soggiornare soltanto il tempo della supplenza evitando un affitto mensile che non avremmo potuto affrontare con un lavoro precario, il posto era sicuro, era al centro, ben servito dagli autobus: tutti vantaggi per delle lavoratrici non residenti e, diciamo così, stagionali.

Quando la sveglia di Rita al mattino suonava, anch’io la sentivo e insieme sentivo guarire ogni mia sofferenza per la lontananza da casa o per la durezza di un’occupazione precaria. Avvertivo di essere inserita nel ritmo collettivo del lavoro e ciò mi dava forza. In tutta Italia – pensavo – le persone che devono guadagnarsi da vivere in questo momento si alzano e affrontano la giornata.
Il pomeriggio, Rita – come me – preparava la lezione o correggeva i compiti.
Ogni tanto smettevamo e andavamo nella stanza dell’altra per chiacchierare.

A volte dal frigo scompariva qualcosa e la lunga fila al bagno non era piacevole. A me ciò comportava levatacce ma sono mattiniera, come ogni contadina che si rispetti.
Ci confrontavamo, però, sul modo di valutare lo scritto di un alunno o sulle domande da fare per partecipare ai concorsi o, semplicemente, su come raggiungere un paese della Val d’Intelvi in cui c’era una nuova supplenza per noi. È stato il mio periodo di vissuta sorellanza.

Incoraggiavamo ovviamente chi accettava una lunga permanenza a Premana, un centro ameno dove a causa della neve bisognava soggiornare e perciò separarsi dai nuovi amici e lasciare le attrattive della città. Non era indolore il tenersi lontane dalla pratica dei favoritismi! Nel mio caso ( in Calabria avevo rifiutato la raccomandazione addirittura offertami ) implicò la distanza da mia madre nei suoi ultimi anni e – soprattutto – la consapevolezza che anche lei pagasse un costo e soffrisse.

Rita come me era laureata in lettere classiche e rammento che alle convocazioni in Provveditorato aspettò per sincerarsi che anch’io avrei avuto la nomina annuale: l’agognata  nomina annuale voleva dire essere tranquille per dei mesi.

Con Claudia, che veniva da Cosenza, abbiamo diviso la stanza per un anno e non abbiamo mai litigato.
Eppure io amo dormire al buio, lei – terrorizzata dai terremoti – aveva una lucetta portata dalla Calabria: abbiamo risolto la questione nascondendola alla mia vista con dei libri. A turno provvedevamo a tenere pulito l’angusto spazio concessoci, studiavamo vicine ( a due tavoli differenti! ).
La sera lei, munita di gettoni, scendeva nella guardiola per telefonare a casa dove aveva lasciato il marito e un figlio poco più grande di un anno. Quando il piccolo si rifiutava di parlare o non la riconosceva, tornava in stanza in lacrime. Costava quella nostra indipendenza rispetto alla moda, al Sud diffusa, di raccomandarsi presso qualche preside!

Claudia insegnava negli istituti professionali e nel pomeriggio era impegnatissima a preparare le attività. In seguito, in Calabria, io ho avuto a che fare con colleghi che ritenevano che tali istituti – fondamentali perché formano i tecnici dei vari settori – non richiedessero attenzione.

Ottavia, che veniva dalla Puglia, era tra le più giovani. La ricordo camminare nei corridoi, col suo codino biondo ondeggiante. Una mattina venne affranta a dirmi della morte di Freddie Mercury. Ero lontana dalle sue passioni musicali e ancora mi spiace di non aver partecipato a quella pena con la dovuta intensità.
Lei era curiosa e colta e sensibile ed assieme andammo al cinema per “Rapsodia in agosto” di Kurosawa: fu un giorno incantato e continuo a portare nella borsa il biglietto di ingresso. È raro che si possano condividere alcune passioni culturali, anzi a volte capita di doverle celare per evitare imbarazzi o noie e ciò provoca un sottile disagio.

Qualche tempo dopo ( man mano, ognuna era passata di ruolo ed era tornata nella sua regione, qualcuna aveva invece deciso di rimanere in Lombardia per sempre ) Ottavia mi rintracciò e decidemmo di vederci, a Napoli. Nonostante la distanza, facciamo tuttora parte l’una della vita dell’altra.

Mariliana veniva dall’Abruzzo.
Era una personcina gentile nei tratti fisici e nei modi e contemporaneamente ferma nei propositi.
A volte mi pare ancora di udire la sua fresca ed allegra risata.

Tutte cercavamo di rendere nostro con qualcosa il poco spazio toccatoci, in quella strana e per molti aspetti scomoda comune.
Lei aveva una ciotolina a fiori azzurri delicati nella quale puliva le lenti a contatto: sono certa che intendesse abbellire in tal modo il suo vivere in un luogo per lo più estraniante.
Io ammiravo l’oggetto grazioso e Mariliana nel momento di tornare a casa me lo diede in dono.

Valeria veniva da Catania e faceva la postina. Era schiva, ma quando ci separammo sussurrò che non mi avrebbe mai dimenticata.
Possedeva l’arte siciliana del raccontare e mi narrò con fine ironia e senso del comico le iniziali difficoltà di orientarsi nel consegnare la posta in una città sconosciuta e alcune disavventure sue e degli utenti, a cui ad esempio a volte il quotidiano fu recapitato… con qualche giorno di ritardo.
Mi trasportò, inoltre, in un pomeriggio torrido di Catania. Valeria bambina corre corre e corre e arriva trafelata dal medico: Dottore, la nonna dice che se tossisce le fa male il petto.
E Valeria nuovamente corre corre e corre per portare il secco consiglio: Dille di non tossire, allora!

Cara Valeria, che per avere l’impressione di possedere una casa aveva affittato un’intera stanza, sebbene la spesa fosse troppa! In essa, posta vicina alla cucina e il cui interno se l’uscio era aperto potevamo intravedere nel passare, si erano trasferiti un po’ di immagini e sapori siciliani, ma nessuna di noi poté mai entrarci.

Nei miei anni di “collegiale” conobbi nella scuola di San Fedele Intelvi anche Linda, che era della bella Varenna.
Mi invitò a passare un fine-settimana nella sua abitazione e vidi posti meravigliosi e godetti della bellezza assoluta del lago di Como e l’ascoltai raccontare della nonna che da fanciulla teneva un diario ed era esperta sciatrice.

Con Linda parlavamo spesso di noi, specialmente sull’autobus che ci riportava a casa. Era giovane e avvenente ed aveva dei contrasti in famiglia, perché stava  con un modello di cui era molto innamorata. Una volta però mi disse che ciò che desiderava di più era riuscire a conquistare una stabilità professionale: il suo investimento principale non era quello amoroso.
La ragazza ( assieme alle donne che in Lombardia incontravo sui mezzi pubblici, umili operaie truccate e curate ) mi fece riflettere e mi mostrò cosa significhi avere la cultura del lavoro.

I miei genitori erano lavoratori seri, io stessa in teoria sapevo dell’importanza del lavoro per la realizzazione di sé di una donna: ma non lo sapevo nelle più nascoste fibre, in maniera tale da non dolersi troppo per le esperienze d’amore che in fondo ponevo al centro.
Ero avanti per tante cose ( divorzio, aborto, diritti civili, etc. ), ma nell’intimo avevo – rispetto a Linda e alla cultura lombarda –  una fragile educazione sentimentale.
Davvero Linda mi aiutò ad essere forte e indipendente nel profondo.

A Como frequentai pure Gilda, affascinante come il suo nome e fiera e coraggiosa, con cui ci scambiammo confidenze importanti.
E ritrovai Anna, mia compagna di ginnasio, che allorché arrivai un po’ smarrita in Lombardia mi accolse in casa, con una generosità rara e preziosa. La mia presenza fece diventare gli spazi più stretti e caotici: vestiti ovunque, letti condivisi e a volte quindi persino le febbri.

Quando mi fu possibile, decisi di trovare alloggio altrove e lo comunicai ad Anna confessando che avevamo esigenze diverse.
Possiamo modificare le esigenze, rispose lei che voleva aiutarmi pur avendo rispetto a me una stabilità lavorativa. Non credo di aver mai più incontrato un’anima simile e questo essere addirittura pronti a cambiare un po’ se stessi per riuscire ad andare verso l’altro.
Che poi è quello che ci chiede l’odierna epoca, con i tanti che in Italia giungono sperando di avere un’esistenza migliore.

Oggi la medesima “Casa della giovane” riflette il mutamento dei tempi: attualmente  è tenuta da suore messicane.
Ma già negli anni in cui io vi abitai cominciavano ad arrivare le donne africane, segno di una molto ampia emigrazione femminile nel mondo. Ci meravigliavano con i forti odori della loro cucina che si diffondevano nell’edificio già di primo mattino, mentre bevevamo  il nostro solito caffè e mangiavamo di fretta tutt’al più qualche biscotto.

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Le arance di Francesco o del senso della vita di un uomo

Mangio le arance con piacere: ne gusto la bontà dei sapori, in bocca avverto con benessere la polpa agro-dolce, mi incanta la bellezza del colore solare e allegro.

È stato sempre così, ho avuto sempre un buon rapporto con tale frutto.
Da bambina le sbucciava mio padre e l’operazione di fine intaglio terminava con una magia, perché egli dalla buccia ricavava una sorta di occhiali che noi bimbi mettevamo sul visetto, contenti.

Non le consumavamo spesso, perché non le producevamo nei nostri campi. Ma quando ero adolescente, mia zia cominciò a portare a casa tante arance, avute in cambio di patate che avevamo in quantità: ‘e cangiava cu patati, come si diceva.
Feci allora delle scorpacciate di quel frutto che mi seduceva anche perché noi non lo coltivavamo.
Lei mi osservava sorridendo perché non faceva in tempo a sbucciarmele ( sono stata molto coccolata! ) che io le divoravo e in quantità, complice la giovinezza e la salute di cui godevo.
Pure i fichi d’India arrivavano in casa nostra tramite i baratti di mia zia, che me li mondava senza guanti ed io li mangiavo in abbondanza. Li adoro ancora adesso, ma non li assaporo quasi più, perché manca chi mi protegga dagli aculei della pianta.

I minuscoli appezzamenti di terra che possedevamo o avevamo in affitto erano affidati alla zappa di mio padre, il quale è stato un contadino competente, che ha lavorato con impegno e scrupolo ma non ha amato questo mestiere. Ha anzi cercato, quando ha potuto, di fare altro ed ha accompagnato l’attività principale ad un modesto commercio, ad esempio quello legato alla vendita del bozzolo del baco da seta.
Credo che proprio per il suo non radicamento nell’esistente e non accontentarsi, per la sua sottile inquietudine, egli abbia fatto studiare i figli, un’impresa un po’ titanica per una famiglia contadina. Certo, mi ha trasmesso la bella capacità di sentirmi come persona e non per il mestiere che faccio (o il sesso a cui appartengo ).

Poi nella nostra vita giunse un uomo gentile e intelligente, mio cognato Francesco, che piantò aranci nei nostri fazzoletti di terra e ne piantò una varietà particolare, lui che sull’ultimo posto di lavoro – un’azienda agricola calabrese – aveva conosciuto cose nuove, rispetto a mio padre che era di oltre vent’anni più grande.

Nell’azienda – dove arrivò dopo l’emigrazione e ormai adulto, con moglie e figli – Francesco divenne un intenditore di piante, fiori e frutti. Era stato da bambino e ragazzo contadino nel campo dei genitori, poi in Svizzera giardiniere e – avendo studiato a Zurigo di sera – tornitore, infine ancora giardiniere al rientro in Calabria: come se tornasse al se stesso giovanissimo con i saperi di una vita, avendo imparato prima dal padre e in seguito dagli svizzeri, i quali certo avevano un’agricoltura meno arretrata della nostra, intendo dire meno affidata alle braccia, l’aspetto che in fondo non amava – a ragione – mio padre.
Mio fratello, emigrato anche lui negli anni Cinquanta, racconta il suo stupore di fronte all’altezza del granturco nella Svizzera, a confronto di quello piccolo e cresciuto a stento che aveva sempre visto a Cortale. Fu il differente granturco a fargli cogliere il divario esistente tra i propri desolati luoghi e il fiorente paese in cui era giunto.

Mio cognato arriva in casa nostra con la ricchezza delle sue esperienze e con la passione per la campagna che mancava a mio padre, per il quale essa non aveva niente di idilliaco. Francesco si inchinava sulle zolle con tenerezza.
Ricordo ancora le lunghe discussioni sui cambiamenti da apportare nei campi tra i due, il più anziano distaccato nell’intimo dall’agricoltura, e il più giovane, che guardava persino le nostre terre aride e poco produttive con un occhio nuovo, amorevole e innovativo.

I campicelli della mia famiglia erano stati utilizzati fino ad allora per sfamare noi e qualche bestia che alla nostra alimentazione contribuiva: il maiale, il vitello, alcune galline.
Si producevano gli essenziali grano, patate, verdure ecc. e la frutta la offrivano quasi spontaneamente gli alberi di fichi, sparuti peri e ciliegi.
E non mancavano i gelsi, coltivati per le foglie destinate al baco da seta ( che quasi ogni famiglia cortalese negli anni Cinquanta e Sessanta allevava ), mentre a noi bambini interessavano soltanto le succulente e dolci more. La bachicoltura si praticava per uso familiare e personale ( la seta serviva per la dote delle figlie, basti pensare ai ddomaschi ), ma soprattutto per vendere il bozzolo e guadagnare un po’ di soldi.

Ma con Francesco ecco giungere qualche melone e anguria che dapprima stentavano a svilupparsi ma poi si adattavano al suolo o viceversa, i kiwi ( fummo tra i primi in paese a mangiarne ), dei limoni.
In quei poderi riarsi e con mio padre sempre riottoso, piantò anche una piccola vigna, che crebbe, sicché qualche anno dopo adulti e bambini eravamo impegnati nella nostra allegra vendemmia; aggiunse alcuni ulivi e – appunto – fece apparire le arance. Curava pazientemente quel terreno secco e alquanto discolo e cambiavano i colori, i profumi, l’alimentazione.

Mentre modificava i non estesi fondi che possedevamo, Francesco continuava a lavorare nell’azienda in qualità di giardiniere, come aveva fatto all’inizio del suo soggiorno in Svizzera. Il termine indicava che egli si intendeva di piante, orti, ma anche dei più voluttuari giardini. Del resto, nel campo del virgiliano vecchio di Corico c’è rigoglio di gigli, papaveri, rose, frutta, miele, tigli e pini e non manca un platano a dare ombra: orto, frutteto, giardino ornamentale sono assieme nell’idillica descrizione.
Ricordo che nelle domeniche d’estate Francesco ci portava in diverse spiagge della Calabria, dove – essendo ormai parecchio apprezzato – molti lo chiamavano per portare grazia al giardino della loro casa estiva.
Noi ci godevamo il mare, mentre egli faticava pure nel giorno festivo.

Francesco era un grande lavoratore, generoso e intelligente, comunista.
Aveva coscienza civile e politica e faceva parte di quella classe operaia che è stata il nerbo onesto di un’Italia felice, nell’età dell’oro del nostro paese.

Nell’azienda agricola, in cui non più giovanissimo seppe tuttavia migliorare e maturare, egli poté conoscere una grande varietà di piante di cui memorizzò – e con quale piacevolezza li pronunciava!- i nomi latini: era cioè divenuto un esperto.

Ma Francesco era così: sapeva crescere in ogni situazione della sua esistenza. E nemmeno in Svizzera era rimasto passivo e inerte: aveva appreso il tedesco ( non quello letterario, ma quello che gli serviva per una comunicazione sciolta e sicura ) e aveva imparato il mestiere di tornitore e affinato quello di contadino.

A me Francesco ha insegnato tante cose, tra le quali ballare, arte che egli aveva praticato in una scuola di Zurigo: gli devo numerose gioie e averlo perso troppo presto è stato uno dei miei maggiori dolori.

Alla mia famiglia tutta egli ha lasciato parecchie eredità, tra cui un tipo particolare di arance. Le raccogliamo ancora, su un nostro pezzetto di terra. E non so a quali incroci od innesti sia ricorso o da quale paese provenisse il seme utilizzato, ma sono davvero le arance più gustose che abbia assaggiato.

Le guardo, le assaporo e lo ritrovo, quell’uomo gentile.
Francesco, oltre che naturalmente nei figli, continua in tale maniera a vivere nelle sue arance: una specie d’immortalità. Ogni anno rinasce ed io lo saluto: eccolo!

I poeti – penso a Saffo, a Pindaro, ad Orazio – dichiarano orgogliosamente e laicamente di essere immortali in virtù della loro poesia. A me l’amore per il sole ha dato in sorte splendore e bellezza, dice Saffo di fronte alla pelle arida ed ai capelli bianchi e alle fragili ginocchia della vecchiaia, lei che può vantare di aver parte delle rose della Pieria dalle Muse abitata; Orazio è consapevole di quale monumento abbia innalzato; Pindaro sa di volare alto come l’aquila di Zeus per la sua maestria.

Anche gli uomini che non hanno il dono divino della creazione possono però conquistare l’immortalità, in diversi modi.
Io questo lo so, osservando le arance di Francesco che per sempre allieteranno il campo le cui zolle egli prese fra le mani e trasformò.

Piangere sul paese nostro

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia

La cadenza drammatica del testo di Foscolo emoziona.

Si può ancora oggi piangere con Jacopo sulle nostre sciagure e sulla nostra infamia, su questo paese che si chiude sempre più e danza in maniera macabra sulle sue conquiste culturali maggiori, calpestandole: il pensiero laico e le ansie di libertà di Foscolo e di altri intellettuali, le idee innovative di Beccaria, lo spirito democratico della costituzione.

Partendo da tale letteratura, siamo arrivati alla narrazione violenta di Salvini e Di Maio.

Dove e quando ci siamo smarriti?

Via col vento

Quando, un po’ prima di atterrare, si sorvola un paese, questo si presenta ai nostri occhi nelle sue peculiarità e caratteristiche, spesso incantevoli.

Ecco cosa si mostra allo sguardo di chi da noi viene: una pletora di pale eoliche che manifestano il malaffare dominante, il nostro stato di colonizzati, la rovina di un territorio.

Il luogo – duole ricordarlo –  fino alla fine del ‘700 era noto come il bosco del Carrà.
Su tale demanio ( cioè un bene dei cittadini ) si sono nel tempo esercitati diversi appetiti, e di privati e di pubblici poteri: si rammenti la discarica del comune di Cortale, non si dimentichi il tentativo di dar qui vita a uno zoo safari cioè a qualcosa che strideva con le naturali vocazioni del posto, non  si scordi soprattutto che proprio nell’antico bosco sono stati i cittadini ad evitare la rovina della discarica Battaglina decisa dalle amministrazioni locali e regionali.
L’eolico selvaggio e illegale ha però vinto, come le inchieste ultime ci dicono a chiara voce. Ed anche le immagini, se per caso volessimo raccontare falsità.

In questa foto, che in maniera inquietante manifesta lo scempio nel quale siamo immersi, si distinguono – tra gli altri – i territori di Cortale, Maida, Marcellinara, Settingiano, Caraffa , Girifalco, San Floro, Borgia.
Buona estate e godiamoci pure le inesistenti splendide viste della nostra terra.

La ninna nanna di mia madre e il ricordo di una confinata

Ninna nanna Pietru Giuanni
ca la mamma jiu a castagni

si ti nde porte ti nde mangi
e sinnó ti assietti e ciangi

Negli anni Cinquanta, durante la mia infanzia, ho sentito questa triste ninna nanna accompagnata da un colpetto un po’ rude alle spalle: non si era abituati ad esprimere col corpo l’affetto, pur profondissimo.

Qui si narra di un bambino affidato a qualcuno ( zie, nonna o nonno, vicini di casa ) mentre la madre è al lavoro, ma il canto poteva essere intonato dalla stessa madre, come a me spesso accadeva quando la mia mi teneva in braccio e pronunziava parole che la dicevano assente.
Si vede una società contadina povera, nella quale il piccolo aspetta il ritorno materno e, se non arriveranno le castagne, non gli resterà che sedersi e piangere: le ninne nanne sono costituite da espressioni sussurrate al bambino per indurlo al sonno, che possono portarlo in un mondo magico ma anche nella realtà, nel nostro caso dura, in cui si vive.

Negli anni Settanta, per far dormire i nipotini che venivano dalla Svizzera e si esprimevano in un italiano stentato, mia madre in dialetto cortalese si abbandonava però ad un diverso canto, meno cupo e più arioso. Una volta i nipoti, già grandini, registrarono la voce della nonna. Io riuscii ad ascoltarla soltanto dopo circa quindici anni dalla sua morte, a fatica reggendo il dolore.
La registrazione avviene in due diversi tempi: il primo, presente pure mio fratello, il secondo in cui lei è sola con i piccoli.

Ninna ninna fiure amatu
pannizzeda de broccatu
si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera
si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse

O gienti bravi chi bi lu portati
strazzi non mi faciti la via via
ogne funtana mi lu rifriscati nommu li sembre luntana la via
ninna ah

Ninna ninna fiure amatu
pannizzeda de riniedu
si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera
si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse

Il canto viene interrotto da mio fratello, tuttavia mia madre riprende e intona

Ninna ninna fiure ama(tu)

ma procede con un’altra ninna nanna, quasi l’interruzione avesse scatenato un diverso flusso della memoria, come succede nella recitazione orale:

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà

Viene ancora interrotta, ma ricomincia

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà
ti lu porto un mbrì mbrì
fatti la nonna nonnì

Nella dinamica della composizione orale, in cui una parola o formula ha la funzione di richiamarne un’altra e sostiene il processo mnemonico, lei ricorda: li cantavi chista a Bettineda e quantu quagghiava. E mio fratello: mi ricuordu, era chida signora chi era…, cumpinata, dice lei, rammentando il tempo del fascismo quando a Cortale ci furono numerosi confinati, tra cui una donna che nel nostro vicolo a mia sorella porgeva un’altra ninna nanna.

E mia madre, che si è riappropriata di quel canto di esule, lo ripete e chiude la prima registrazione:

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà
ti lu porto un mbrì mbrì
fatti la nonna nonnì

Il tono resta mesto, come in una nenia, ma – rispetto a ciò che a me nell’infanzia era narrato – in questa ninna nanna, ripresa e ritrovata nella memoria per i nipoti, il figlio è un fiore amato, vengono rievocati il broccato e fasce d’oro: un mondo fatato nel quale il bambino entra per incantamento, attraverso la voce della madre o dei parenti o di un’amica che Mussolini confinava nel tuo vicolo.

Da dove mia madre traeva il suo canto? Da una vasta area, certamente cantava assieme alle donne di Marsala, città per la quale Giuseppe Pitré nella seconda metà dell’Ottocento testimonia:
Si la mamma lu sapissi
D’oru ‘i fasci ti mittissi;
Si la mamma lu sapía,
D’oru ‘i fasci ti mittía;
E a-la-vò
Mia madre è nata nel 1914, la madre sua – da cui avrà appreso i canti – nella seconda metà dell’Ottocento, l’epoca di Pitré.

Non posso tacere ciò che ho provato nel leggere quanto da Pitré riportato per Marsala, il primo collegamento che ho trovato per le parole di mia madre: è stata tra le mie più forti emozioni intellettuali. Il canto di una contadina di un paesino della Calabria, vissuta sempre in un vicolo, l’osservavo inserito in un’area culturale vasta, su cui il grande studioso si era soffermato! A me, che ho sempre rispettato e sentito mia nelle più intime fibra la civiltà contadina da cui provengo, piace che sia stato detto e mostrato in maniera autorevole che mia madre ( e quante con lei hanno cantato e quante con lei hanno vissuto ) appartiene a tale tradizione culturale. Altro che chiusura contadina e dei nostri paesi! Altro che le ciance di quanti, prezzolati dai poteri, blaterano di un universo contadino mai esistito, di volgari e inventate tradizioni popolari, attuando quelli che che a me paiono autentici tradimenti ideali e di classe.
Pitré fa un’operazione culturale e insieme di giustizia sociale. E anche se il mio è stato solo un superficiale scorrere una piccola parte di quanto sulle ninne nanne egli ha raccolto, ciò è bastato per riportarmi alla letteratura “alta”, quella scritta che a scuola si studia. È stata una piacevole meraviglia, una sorta di intima ricomposizione psicologica e culturale. In verità, nessun maestro ha saputo insegnarci che dalla sapienza e dalla lingua contadina dei nostri genitori potevamo partire per innestarci e collegarci con la letteratura scritta. Spesso, invece, fummo istruiti tacitamente od apertamente a far tabula rasa di quanto conoscevamo. Non bisognava dire così, ma così. Poco importava che i nostri parlassero un bell’italiano antico, molto legato al latino ed al greco: un linguaggio colto, una profonda spiritualità, non qualcosa da cui allontanarsi.

Avvicinandomi di più alla raccolta del Pitré, ho visto che, nella novella Lu Re d’Anìmmulu, il giovane principe al proprio bambino di cui il nonno, il re d’Anìmmulu, ignora la nascita dice in una ninna nanna:
Re d’Animmulu sapissi
Chi si’ figghiu di sò figghiu,
‘Ntra fasci d’oru si’ ‘nfasciatu,
‘Ntra nachi d’oru si’ annacatu,
Tutta nnotti starìa cu tia;
Dormi, dormi, o vita mia!
Pitré stabilisce un confronto con Imbriani ( Quando mio padre saprà/ Con fasce d’oro ti fascerà) e con Gonzenbach dove a cantare sono le fate ( Si tò nanna lu saprà, / Fasci d’oru ti farà ) e con Basile ( Se lo sapesse mamma mia,/ ‘N conca d’oro te lavarria, / ‘N fasce d’oro te ‘nfasceria ), con Bernoni e le fiabe veneziane ( Fa la nana, bel bambin;/ Se la nana lo savesse, / In fasse d’oro t’infassaria;/ Fa la nana, anima mia ).
A Marsala e nel canto di mia madre la figura del re (che non sa ) è stato sostituito dalla madre. La mamma ( che non sa ) è in Basile.

Per quanto riguarda la ninna nanna della confinata, mia sorella ha avuto la fortuna di sentire – mentre sull’Europa infuriavano venti funesti – sillabe diverse dalle nostre e immagini non paurose ma attraversate dalla luce, attendendo che mammà tornasse e che portasse un mbrì mbrì. Nel sonno della bambina, spero che anche la donna abbia trovato conforto, come la Danae di Simonide. Io credo che la fresca risata a cui mia sorella sa ancora abbandonarsi provenga anche da quella melodia di un’esule non fascista, che le ha regalato l’attesa di un mbrì mbrì certamente irreale e vago ma che escludeva la rassegnazione ed apriva alla speranza.

Mia madre narra anche di un viaggio che si auspica senza strazzi, di una strada lungo la quale fermarsi per dare refrigerio al piccolo presso le fontane, che appaiono come una sorta di locus amoenus ( dove trovavano requie anche i pastori di Teocrito ).
È difficile ( per me ) stabilire collegamenti, perché il bambino pure oggi lo si conduce al sonno in vari modi, con diversi canti, a volte non legati strettamente al mondo infantile o che non hanno la funzione di indurre a dormire (importante è che egli senta una voce nota, di solito quella materna, essenziali sono il movimento di chi lo culla e la musicalità, il ritmo del canto). E le ninne nanne prendevano motivi anche da altri generi che nascevano per differenti occasioni e che venivano riadattati: penso per questa parte, ad esempio, ad alcune canzoni per le spose in Abruzzo che raccontano del cammino ( a volte si tratta di una partenza vera e propria ) verso la casa dello sposo e di un’entrata nel mondo della nuova famiglia per la giovane altro, che familiari e amici si augurano senza sofferenze. E penso soprattutto ad alcuni versi d’amore di Roghudi nella raccolta di Mandalari, che presuppongono una separazione, un doloroso discidium:
Ora si parti la felicitati!
Di mia si si parti e ssi pigghia la via!
O cavaleri, comu la levati!
Datinci jochi e spassu pe la via:
D’ogni funtana mi la rinfriscati,
Nno mmi si pigghia di malinconia.
All’ottu jorna vannu li so’ frati:
-Comu ccà ti la passi, parma mia?
-Sugnu comu li donni maritati;
Fora di la me’ casa, a la stranìa.
E con stranìa sovente in Calabria s’indicava l’America.

Mia madre cantava dunque assieme a tante ( e tanti ) del Mediterraneo e questo dono offriva ai propri nipoti negli anni Settanta. Li intratteneva con le parole di Re d’Anìmmulu, ma nell’antico patrimonio popolare ricevuto attraverso una secolare tradizione ( si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera/ si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse ) non è da escludere un suo personale profondo ri-creare. Le donne nostre erano consapevoli della loro povertà e della loro a volte impotenza: se la mamma sapesse e potesse, o figlio, ti offrirebbe fasce d’oro, questo forse è stato il sentimento avvertito da mia madre nel cullarci, espresso con l’antico periodo ipotetico di un principe, giovane padre. La ricchezza altrui era nota, erano noti il broccato e l’oro, ma nella società contadina si diceva: U non avire ti fa de non sapire, il non avere ti porta a non poter fare. Non resta che evocare la ricchezza attorno al sonno del proprio figlio e forse augurargliela: permane la mestizia ma in qualche modo il bambino non è più il povero Pietru Giuanni. E si immagina un mondo nuovo, che va oltre le castagne.

E una sera mia madre rimane sola con i nipoti e dispiega di nuovo il suo canto, facendo aggiunte rispetto al precedente, com’è naturale per gli omerici aedi e rapsodi e in ogni letteratura e diffusione poetica orale, in cui un elemento del lirico componimento aiuta a rammentare altri componimenti:

O gienti buoni chi bi lu levati
strazzi no li faciti la via via
ninna ah ah
ogne funtana mi lu rifriscati nommu mi pare luntana la via
ninna ah ah

Ninna e ninna ninnettosa
la via via cu santa Rosa
santa Rosa jiu cantandu
cu tri cinguli va sonandu
va sonandu e va diciendu:
“L’aiu a lu sinu chi mi sta dormiendu”
ninna ah ah

Ninna ninna ninna e nonna de luntana
ch’è Dio cu la Madonna
la Madonna e lu Signure
l’acceduzzi cantaturi
cantaturi e canta gente
cantu a ‘Ntonuzzu mio ch’ede innocente
ninna ah ah

O gienti buoni chi bi lu levati
strazzi no li faciti la via via
ninna ah
ogne funtana mi lu rifriscati
nommu mi pare luntana la via
ninna ah

Compaiono stavolta Dio, i santi, la Madonna, il Signore che spesso nella poesia popolare vengono invocati e ai quali il bimbo nelle ninne nanne viene affidato perché lo proteggano dalla realtà amara. Si sentono suoni e ci sono cinguli, si odono gli uccellini: cantaturi e canta gente, dice mia madre, e Pitré ricorda O sonn’ingannatore, nganna-gente per Gessopalena, il sonno al cui incanto si voleva indurre il piccolo, spesso perché le donne potessero dedicarsi ai loro lavori. Mi ngannau u suonnu, si affermava ancora a Cortale negli anni Cinquanta, se il sonno ti sorprendeva.
Ninna e ninna ninnettosa, canta mia madre ( ubbidendo solo alla rima e non al significato), ma a Monteleone si diceva Dormi, dormi, dormi e posa e a Rossano Va’ dorma, gioia mia, và dorma e posa. In mia madre sembra ( si potrebbe però ipotizzare una sintesi di canti ) che santa Rosa stessa abbia al seno il bambino, altrove ( ad esempio, ad Acri ) si ha un dialogo in cui la Madonna – che passa per le strade della terra – chiede alla madre del piccolo dove egli sia e quella risponde di averlo al seno, addormentato. La donna non dimentica di invocare la protezione di Maria su suo figlio ( fammillu stari buonu ). In altre ninne nanne – soprattutto siciliane- la Madonna cura amorevolmente Gesù, attorno alla cui naca cinguettano gli uccelli e aleggia l’armonia di un ninnare.

Ecco l’atto d’amore di mia madre, che tornava a se stessa giovane sposa, che quei canti aveva per la prima volta sussurrato a ‘Ntonuzzu suo innocente e ripeteva adesso per i figli del suo diletto primogenito.
Il suo è un canto mesto ( il tono ricorda quello che da bambina ho sentito dalle donne durante i funerali e la lunga sua insistenza su ah finale è quella dei pianti ) che registra una condizione ingrata e una vita grama, ma contiene anche visioni idilliache e di splendore. Il piano della realtà e quella del sogno/sonno nel quale il bimbo sta per entrare si intersecano.

García Lorca vedeva riflessa nelle ninne nanne delle donne spagnole la disperazione della loro esistenza e Alan Lomax nota che nel Mezzogiorno esse sono cupe, rispetto a quelle del Nord dell’Italia. La questione meridionale si riflette nella narrazione malinconica della vita quotidiana!
Giuseppe Ganduscio ricorda quanto addirittura la guerra incombesse sul sonno dei bambini:

Ed alavo’ figliuzzu ammannatu
suliddi semu to’ patri è surdato

Ed alavo’ figliuzzu di Diu
ca tu nascisti e to’ patri muriu

Nelle ninne nanne le donne esprimevano dunque anche il dolore della propria vita, a volte minacciavano il bambino, si evidenziavano persino i sentimenti ambivalenti verso la maternità, ma Danae in mezzo alla tempesta del mare, mentre Perseo inconsapevole dorme, leva il proprio lamento e sussurra: Ma io prego, tu riposa, o figlio, e quiete abbia il mare ed il male senza fine riposi: che è in fondo l’augurio di ogni madre alla propria creatura. Della mia certamente, che avrà sentito profondamente quel bel dativo dall’intenso coinvolgimento affettivo raccomandando: “ogne funtana mi lu rifriscati”.

Alla fine del canto di mia madre, la nipotina le chiedeva: Spengo la luce?
E la luce si spense.