La chiave di casa con sé ( a chiave a u fiancu )

Nella Cortale contadina degli anni Cinquanta e Sessanta, la chiave di casa era per lo più un possesso femminile giacché agli uomini apparteneva maggiormente lo spazio pubblico, l’esterno. La si teneva al fianco, cioè la si infilava in vita al sinalone, il grembiule che faceva parte dell’abbigliamento quotidiano, non festivo: questo perché non si usavano borse e le mani erano impegnate perennemente a reggere pesi.
A volte si legava con un corto lazzu per non smarrirla, restando chiusi fuori come si diceva.

Il grembiule aveva applicata davanti anche una piccola tasca e dentro si teneva il fazzoletto, di tela oppure – se fortunati – di morbido lino, con il quale ci si soffiava il naso ma pure ci si detergeva il sudore della fatica nei campi. Lo si sostituiva dopo alcuni giorni, dal momento che a lavare erano le braccia delle donne non le lavatrici che non conoscevamo: ricordo ancora i gesti di chi estraeva il fazzoletto, il colore non immacolato di esso per il troppo uso, il cattivo odore che emanava. Ma beato chi lo aveva! Succedeva che ci si pulisse con le erbe ( finanche il sedere, non soltanto il naso ) e non è un caso che i bambini, inclusi quelli parecchio cresciuti, avessimo perennemente il moccio colante o rappreso sul labbro.
Nella tasca c’erano inoltre degli spiccioli e più tardi – allorché le porte di casa si modificarono – le piccole chiavi, che si andavano sostituendo alle antiche. Mia madre da essa levava sempre pure qualche fagiolo o chicco di granturco, a seconda di che cosa stesse nella terra piantando: avresti indovinato la stagione dell’anno da quel suo solo gesto, anche se ti fossi svegliato da un lungo letargo o fossi un proveniente da Marte.

Le famiglie possedevano un’unica chiave, niente duplicati, e questa era di ferro, di grandezza varia ma mai minuscola e piuttosto pesante. Doveva durare per l’eternità e se si spezzava a causa delle frequenti cadute la si portava dal fabbro che ne saldava le parti, non per virtù ecologica ma per dura necessità. Un bene, che a stento era stato fabbricato, non si poteva allora deteriorare: si era poveri e non c’era da scialacquare.
A portarla al fianco erano poi di solito le padrone di casa, se andavano in campagna a lavorare o si recavano alle funzioni religiose o partecipavano ad un funerale o si allontanavano per altre ragioni.

Non si aveva tuttavia la chiave con sé quando nell’abitazione restava qualcuno: i figli grandicelli, il padre o la madre anziani. In pratica, nella maggior parte dei casi essa era in realtà affidata al familiare che più soggiornava tra le domestiche mura.
Le persone sole, invece, uscivano con la chiave al fianco come – spesso orgogliosamente – affermavano.

Negli anni Sessanta, quando frequentavo la scuola media, in paese ormai si conoscevano già, man mano che le porte di casa venivano sostituite e le dimore riparate o costruite ex novo, le chiavi piccole, che chiamavamo chiavinu.
Io a scuola, visto che a fine lezioni i miei genitori sarebbero stati ancora impegnati nei campi, continuavo a portare con me la nostra vecchia chiave che era particolarmente grande, tanto che una mia compagna scherzosamente la denominava il chiavinuccio-uccio-uccio. Un giorno, senza che lo volessi, scivolò dalla cartella di foggia svizzera che possedevo: la custodia per i libri non era allora a Cortale di uso comune e a me l’aveva regalata mio fratello emigrato. Il ferro cadde dunque per terra e sento tuttora l’urlo di rimprovero con cui l’insegnante – che per il rumore si era a ragione spaventata! – pronunciò il mio nome, spaventando me a sua volta.

Una delle zie, che abitava accanto a noi e che avrebbe potuto fare parte della schiera di coloro che portavano con sé la chiave poiché non sposata, aveva invece generosamente rinunziato a questo atto di autonomia e ci aveva consegnato la propria dimora, dei cui spazi noi godevamo come fossero nostri e nella quale lei tornava a sera quando nei poderi cessavano le fatiche: ma la zia era parte della nostra famiglia, in fondo.

Capitava invece che una donna, emigrati i figli e perso il marito, avesse la chiave con sé. Anche coloro che non erano mai andate a nozze la mettevano al fianco, nel recarsi fuori ( i maschi celibi o vedovi la infilavano nelle tasche della giacca o dei pantaloni ).

La società contadina degli anni Cinquanta e Sessanta in verità aveva – come ogni collettività – molti suoi segni per mostrare diverse situazioni: il nero per il lutto ( non solo indossato, dato che una striscia di stoffa di tale colore veniva posta addirittura agli usci delle abitazioni ), il bianco per il matrimonio di una vergine, l’impiego vario de u pannu ( il panno per eccellenza, visto che era l’indicatore dello stato civile femminile e ben messo in evidenza, poiché non si trattava di una semplice sottogonna): verde se si era nubili, rosso se sposate, naturalmente nero se vedove.
Nei decenni precedenti a quelli che ho vissuto, persino i maschi – meno soggetti alle costrizioni sociali – in seguito ad un lutto crescevano la barba.

Anche a chiave a u fiancu indicava uno stato familiare ed una situazione affettiva.
A volte si usciva portandola con sé orgogliosamente, perché finalmente si era conquistata l’indipendenza ( spesso economica ) o era morto un marito che per l’intera esistenza ti aveva angariata, altre invece mestamente perché sole/i.
Avire a chiave a u fiancu era divenuto tuttavia un modo per dire che si era padroni della propria vita, che si era in grado di permettersi questo lusso, ed implicava la fierezza quasi titanica dell’essere privi di legami ( frequentemente costrittivi ). Si indicava cioè, con tale espressione, un atteggiamento assoluto, ossia sciolto da pesi
Ma pure dalle grazie che spingevano mia zia a darci la propria chiave.

Accade, durante la vita, di avere la chiave al fianco, la chiave di casa con sé, per solitudine, la quale può essere triste e amara ( ciò intendevamo i cortalesi con il termine solitutine ), ma che se scelta, se nata da un desiderio di libertà e da un gesto d’autosufficienza, ha un lato ribelle e stra-ordinario ed è ricca di possibilità e scoperte.
In ogni caso, quanti vivono appartati non possono smarrire la loro chiave e la devono tenere con sé ( magari non al fianco ! ): per non restare chiusi fuori, questo sì un bel guaio!

Annunci

Giulaj mangiato dai cani

Si china su di lui, abbassa la mano per toccarlo sulla nuca. Ma Blut schiaccia giù la testa. Non vuole essere toccato.
“Uh!” gli dice.
E Blut non dice Uh! Guaisce invece. Dal pelo che ha riccio intorno agli occhi il suo sguardo si alza sgomento e umiliato, e non su Figlio-di-Dio che gli sta davanti, ma indietro da lui, come orecchie che si gettano indietro, e invoca deserto, perdizione, oscurità, qualunque inferno da cani in cui non sia quell’uomo.
Figlio-di-Dio cerca di trascinarlo. Ormai lo vuole. “Sono venuto” gli dice “a portarti via”.
Ma il cane è disperato, geme disperato, e gli si strappa dalle braccia, corre sotto il letto, e di là continua a gemere.

In Uomini e no il cane è disperato perché i nazisti sono riusciti a fargli sbranare un uomo, Giulaj. E sta sotto il letto e ritiene che niente ormai gli possa toccare dopo l’orrore di cui è stato artefice: il sogno di andare con Figlio-di-Dio verso un’esistenza migliore non è più realizzabile.

L’animale diventa in Vittorini una figura tragica, come quelle del teatro greco: un Edipo quando sa di essere il μίασμα, la contaminazione.
O luce, che io ti guardi ora per l’ultima volta, io che sono apparso generato da chi non dovevo, che con chi non dovevo mi congiunsi, che chi non dovevo uccisi!: eccolo l’ululato di Edipo allorché tutto si disvela ed egli acquista l’amara consapevolezza di sé.

Il cane è certo rappresentazione emblematica del male di cui l’umanità negli anni del secondo conflitto mondiale fu capace.
Eppure Blut senza volerlo compie il crimine ( viene ripetutamente istigato dal capitano tedesco che ne eccita gli istinti di bestia ), allo stesso modo di Edipo che afferma che nulla fu da lui scelto volontariamente, ma che fu dagli dei condotto.
Sono due vittime di una situazione indipendente dalla loro volontà, due innocenti che subiscono quanto di tremendo tuttavia commettono. Entrambi autori del male, sono per questo attraversati da inenarrabile sofferenza fino alla propria perdizione.
Blut si negherà la felicità di una vita con Figlio-di-Dio, Edipo si accecherà ed andrà in esilio.

Vittorini continua a ragionare, disvelando vieppiù la carica simbolica del cane…
Io vorrei vedere gli altri: lo stesso Hitler, nelle circostanze stesse, con un Figlio-di-Dio per lui, e lui che si rendesse conto di quello che fa, e guaisse, corresse sotto un letto a gemere. O un qualunque tedesco di Hitler, un milite di Mussolini: tutti costoro che hanno fatto cose al mondo, ridendo nelle cose che facevano, in Spagna e in Russia, in Grecia, in Francia, in Sicilia, in Slovenia, in Cina, in Lombardia; e ora corressero sotto un letto a gemere.
Noi sappiamo che neppure a Norimberga gemettero: sostennero di aver ubbidito agli ordini.

Vittorini scrive il suo testo nel 1944, nel corso degli avvenimenti che racconta, e lo pubblica nel 1945.
In esso narra la Resistenza a Milano e si interroga sul male e sulla natura dell’uomo.

I suoi occhi e quelli di altri autori avevano infatti visto le maggiori efferatezze del Novecento, in quegli anni di guerra. Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, dirà il replicante.
Ed è impressionante e turba profondamente come lo stesso assillo abbia lacerato le anime – sensibili e frante – del secolo scorso.
Primo Levi nel 1947 si chiedeva se si fosse ancora uomini nell’abiezione dei campi di concentramento dove si consumava l’annientamento fisico e spirituale dei prigionieri.
La piccola Anna – nell’appartamento in cui fu costretta – aveva bisogno di riaffermare la fiducia nell’indole umana ( continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo ), ma la domanda e il dubbio erano sorti anche nel suo cuore di adolescente.
Nel 1963 Hannah Arendt, scrivendo sul processo al militare nazista Eichmann, ci metterà di fronte alla banalità del male.
Quanto successo durante quel periodo cruciale, ciò che si era inflitto ai propri simili, aveva scosso dunque dalle fondamenta l’idea stessa di uomo.
Come continuare a vivere senza darsi una risposta su che cosa egli sia?
E il male dov’è?

Ad Auschwitz resta un uomo la vittima? Resta tale il carnefice?
Restano uomini coloro che furono spettatori passivi della vergogna delle persecuzioni e distruzioni delle genti?
Davvero in quella guerra erano state sfidate le norme divine ed umane.

Anche i reduci, coloro che videro e sopravvissero, uscirono dall’atrocità sgomenti e umiliati.
I sensi di colpa e il disagio per essersi salvati.
A volte, il malessere per i tradimenti ed i silenzi o le collaborazioni con i carnefici pur di seguitare ad esistere.
Il colpevole rossore di coloro che sapevano e avevano taciuto.
Come tornare a vivere? Chi siamo?
Lo smarrimento invase gli animi.

E l’indicibile di ciò che era stato, che si era subito o di cui si era stati autori o di cui si era stati testimoni indifferenti, ha in seguito accompagnato molte esistenze tormentandole.
L’atrocità continua ad incombere sul cuore, come una belva crudele.

Edipo, giunto ormai errante a Colono, si chiede: Quando non sono più niente, proprio allora sono un uomo? E la figlia Ismene risponde: Gli dei ora ti risollevano, prima ti rovinarono. Eccolo ristabilito il senso grande, quasi solenne, del vivere di Edipo che diviene misteriosamente un eletto.
Sofocle avrebbe forse risposto ancora con questi versi all’angoscioso e incessante interrogarsi degli spiriti sensibili, per lenire il loro dolore.
Ma noi lo risentimmo tutto l’orrore che alcuni avevano visto, quando nel 1987 andò via Levi, che anni prima aveva narrato al mondo il miasma.

La cultura greca in verità mantiene sempre la fiducia negli uomini e sembra sempre porli come misura di tutte le cose anche quando il dolore descritto è infinito e si analizzano i lati oscuri e inquietanti delle menti. Persino nel genere tragico la dignità umana non scompare mai, nemmeno nelle più drammatiche esperienze dalle quali l’eroe in qualche modo esce vittorioso.
Epoche a noi vicine racconteranno invece dei vinti e degli inetti, nell’antica cultura greca l’uomo pur nelle sciagure più terribili è più forte di ogni pena: è forse, questo, il fascino principale della grecità.

Senza indietreggiare, Vittorini – come altri autori del Novecento – cerca, scava, esplora, e risponde che siamo il male.
Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?
Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!
Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.
E chi ha offeso che cos’è?
Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.

Pure oggi si dice È un mostro!, di fronte a chi compie qualche gesto terribile. È un’affermazione che ci rassicura.
E invece no, egli è un uomo.
Anzi la scommessa che ogni giorno tutti dobbiamo fare è scegliere dentro di noi – come Eracle – tra le due antitetiche possibilità e seguire la virtù, non il male.
Ma è una scommessa che non sempre si vince o che non sempre si vuole vincere o che non sempre si vuole fare.

Siamo mostri? O siamo anche il bene?
Si dice ancora in Uomini e no:
“Forse è invece un buon uomo.”
“Parli del tabaccaio?”
“Parlo di lui e di ognuno. Forse ognuno è un buon uomo”
Lo scrittore nella sua riflessione probabilmente è giunto al vecchio bivio di Eracle dove ciascuno di noi sempre si trova, a decidere ciò che intende essere.

Alla fine della tragica guerra, per poter continuare l’esistenza bisognava dunque in qualche misura recuperare la fiducia negli uomini dopo averne visto ed indagato l’in-umanità.
E Vittorini conclude la sua indagine sull’umana essenza con la figura del partigiano operaio il quale non spara al tedesco, che è troppo triste e sembra un operaio.
Sedeva, le gambe larghe, la schiena appoggiata alla spalliera della sedia, la testa un po’ indietro, e la faccia triste, persa, una stanca faccia di operaio.
Dio di Dio! O non aveva conquistato? Non era in terra conquistata? Che cosa aveva così triste un tedesco che aveva conquistato?
Tornò a guardarlo, e vide che quello non lo guardava. Aveva gli occhi più in basso, come umiliato.
Sgomento e umiliato è anche lo sguardo di Blut.

Quando un individuo – più esattamente, un operaio – sente la pena altrui e la solidarietà di classe, allora evita di compiere il male?
Quante belle speranze nella classe operaia sono state nutrite e abbiamo nutrito!
E la visione del popolo sfruttato come portatore di una coscienza politica e di una morale più elevate è stata anzi il motivo prevalente nella nostra letteratura, nei primi anni dopo la Liberazione.

L’uomo chi è?
Rispondere a tale assillo fu l’inquieta urgenza del Novecento: di chi restò vivo e non poteva né ricordare, né dimenticare.
Oggi, di fronte ai sepolti nel Mediterraneo, noi siamo uomini o mostri?
Siamo uomini, sia che scegliamo di opporci all’oscena crudeltà del nostro tempo, sia che decidiamo di essere indifferenti o complici delle morti dei tanti dai pesci divorati.

Sempre siamo uomini, siano buone o malvagie le nostre azioni. Ma possediamo la prerogativa di scegliere, come Eracle, il cammino della virtù e tornare in tal modo a Terenzio e al suo Homo sum: humani nihil a me alienum puto, ritrovando la via della solidarietà.

Restiamo umani, implorava Arrigoni.
Possiamo, noi, non divenire consapevoli tardi e non soffrire come Blut od Edipo!

Oltre i carri del trionfo

A Cortale 2183 erano gli elettori.
Hanno votato 1362 persone e tra queste 520 – diverse fra loro per posizione politica – hanno detto no alla lista vincente. Non un plebiscito, dunque: il consenso è ampio, ma non generale.

E coloro che hanno risposto no sono individui e cittadini, non paria senza diritti, sicché i confermati amministratori dovrebbero deporre l’abituale tronfio atteggiamento per niente politico o di sinistra.

Hominem te memento, si consigliava al generale romano affinché non divenisse eccessivamente superbo.
Del resto, oggi la sinistra ha poco da festeggiare, con Salvini che imperversa e ci calpesta tutti.

Faccio parte dei 520 cittadini: ho votato alle europee La Sinistra ( esprimendo la preferenza per Piero Bevilacqua ) ed ho volutamente reso nulla la scheda per le amministrative.

Sassi

Sassi

immobili creature

cui

somiglia.

Niobe, sorella.

Chiesa della Madonna del Soccorso a Serrastretta

Portale istoriato

https://cortale.wordpress.com/2019/04/26/il-lavoro-e-fata-o-di-serrastretta-ed-esiodo/