I soldati mesti di Eschilo

Nell’Agamennone l’araldo torna da Troia e racconta una guerra senza gloria e colma di tormenti: è come se di nuovo si sentisse la parola critica del vecchio Tersite, violentemente messo a tacere in Omero.

I giacigli erano sotto le mura dei nemici, e dal cielo e dalla terra le rugiade di prati bagnavano, senza posa rovina delle vesti, riempendoci di insetti i capelli.
E se uno dicesse l’inverno strage di uccelli, che la neve dell’Ida rendeva insopportabile? o la calura, quando senza vento il mare privo di onde cade e dorme nei giacigli meridiani?

Queste sono le voci che si dovrebbero far amare ai giovani: non il frastuono di asini, come Callimaco chiamerebbe il nulla imperante nella pessima scuola ciecamente voluta da chi ci governa.

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Chi rimane e chi è partito: le mie ferie tra le case di Vasciu

Non è – continuò – nemmeno nel paese, è un paio di chilometri fuori, una bicocca di sassi affumicati coi pascoli dei monti intorno. Né vi troviamo qualcun altro. Nessuno. Tranne i morti della famiglia che abbiamo nel cimitero vicino, e i ritratti di tutti loro che stanno appesi sopra il tavolo, più una tartaruga centenaria ch’esce di sottoterra una volta l’anno, proprio al nostro ritorno dalla svernata, come se venisse su dall’antichità dei tempi, con quel suo grugno di muffa, per assicurarsi che ci siamo di nuovo, e che le apparteniamo per sempre, e che non cambiamo…

Per tanti miei compaesani emigrati parecchi decenni fa, il paese credo sia ancora questo detto da Vittorini: un’appartenenza che va oltre i mutamenti e la scomparsa di quello che era il proprio mondo. Almeno per la generazione che negli anni Cinquanta e Sessanta è andata via e che per un certo periodo ha sperato anche di tornare ( se non prima, durante la pensione ) e nei luoghi dell’emigrazione è vissuta in un’elegiaca nostalgia per decenni. In seguito smise di crederci: i figli non potevano o non desideravano spostarsi, genitori e parenti erano morti, ci si ritrovava cambiati, la fabbrica e Milano ormai dentro l’anima si mischiavano con la Cortale perduta. In fondo, il ritorno aveva perso importanza sebbene non lo si confessasse, per paura di disarticolare la propria identità.

Mio fratello torna a Cortale ogni anno da più di sessanta anni e ogni volta si sente un estraneo e ogni volta miracolosamente ritrova se stesso.
Cambiano i luoghi, non vedi più camminare per le vie persone note, nessuno ti riconosce. Poi un odore, un ricordo, il medesimo testardo bisogno di ricomporti ti dice che sei di nuovo tra cose che ti appartengono.
Dopo un po’, ti manca Zurigo e la sua organizzazione, Cortale ti pare ancora possedere i difetti che ti spinsero ad emigrare, hai nostalgia della famiglia e dei nuovi amici e scappi un’altra volta. Alla stazione di Lamezia Terme si ripete l’ennesima scissione dolorosa dentro di te: tra il bisogno di avere radici e ciò che eternamente ti fa andare via, tra l’amore per il paese natio e la consapevolezza che in qualche modo esso ti costrinse a scappare e ti rifiutò.

L’ambivalenza permea e possiede anche chi è rimasto: abbiamo tratto beneficio dai frutti dell’emigrazione ( sono arrivati soldi e abbiamo studiato, aggiustato le case, mangiato meglio, persino abbiamo goduto di spazi più ampi, noi che vivevamo in case piccole e indecenti e dormivamo in tanti in un unico letto) e, contemporaneamente, paghiamo il danno in termini di solitudine, di impoverimento umano e culturale. Siamo divenuti più volgari, pure per questo, per le antiche separazioni.

Ciò mi dice il tour di questa estate fatto da me Vasciu, nella zona più antica e dolente del mio paese.

Durante tali passeggiate, ho visto che oggi esistono tanti che mettono alla vecchia casa il cartello “vendesi”, non sapendo che non ci sono acquirenti in un centro che continua a perdere i suoi giovani in un’eterna migrazione. Il loro è un ragionamento economico, ma anche un meccanismo psicologico: a decidere di vendere sono i figli, in qualche caso i nipoti, di coloro che partirono e che si struggevano nel sogno del ritorno. Vivono ormai altrove e sanciscono con tale decisione la fine del rapporto che avevano i vecchi o il mutamento del rapporto. In parecchi casi credo si sanzioni un discidium e si riconosca una diversità tra sé e i luoghi di origine dei propri cari.
Pure il paese ha però mutato atteggiamento nei loro confronti. Chi torna è difatti considerato non un cortalese residente altrove ma un turista, un’occasione di guadagno per i commercianti, talora criticato per i comportamenti, soprattutto se – libero da condizionamenti – disapprova quanto avviene in paese: come un estraneo viene valutato e percepito. Questa estate ciò è capitato a Cortale, ma anche ad esempio a Curinga. Le pagine dei social sono piene di una nuova forma di astio ed incomprensione, tra chi è rimasto e chi è partito.
Pare che una separazione definitiva si sia consumata. Non piangiamo più nel salutarci: urliamo l’uno contro l’altro.

Cortale, rione BasserugheMa negli anni Cinquanta e Sessanta l’abbiamo capito subito che niente sarebbe stato come prima, dopo la partenza dei nostri amici e parenti. Allorquando a Natale o in estate vedevamo gli emigranti tornare, nel salutarli chiedevamo infatti quando sarebbero ripartiti. La domanda era il segno che non eravamo più gli stessi, che il nostro cuore aveva ritrovato un equilibrio nuovo, quello successivo alla rielaborazione intima del distacco. La rassegnazione, l’abitudine all’assenza di tanti, indicavano che la sofferenza ci aveva mutati e che non eravamo più disposti a risentire ad ogni partenza il dolore nell’identico modo e con l’identica violenza.

Ma come fate a camminare in queste cote?, dicevamo imitando chi rientrava per le vacanze ( vagheggiate per un intero inverno ) e manifestava un disorientamento rispetto alla nostra povertà, visibile anche percorrendo le strade diverse rispetto a quelle del Nord.
E ricordo ancora una ragazzina, la quale mi confessava smarrita che, quando il padre tornava una volta l’anno a Cortale, lei lo sentiva come un estraneo che si intrometteva nella sua quotidianità e nella sua casa.

Questa estate, nel mio camminare attraverso il paese, ho capito più cose tra quelle dimore che in tanti anni passati: ho capito l’emigrazione e i suoi effetti e la sua entità, ho capito anche quanto il paese sia oggi in abbandono. Ho capito l’impoverimento culturale, oltre che umano, che subì Cortale quando i suoi abitanti partivano a frotte.

Ho camminato per vie spesso non note e talvolta, inoltrandomi un poco, lo spazio si apriva davanti a me, finivano le strettoie dei vicoli e si mostravano delle viste inaspettate ed armoniche: è la stranezza dei nostri posti in cui la miseria si sposa a volte con la grazia, il degrado con la bellezza. Un po’ com’era la nostra vita: difficile e amara, ma pure attraversata da tenerezze e piacevolezze.

I luoghi conservano la storia e quelli cortalesi parlano dell’emigrazione, ma anche di un presente disarmonico e ingiusto, privo di reali obiettivi collettivi e chiuso al futuro, specialmente per i giovani.

Chi governa e amministra, però, non ama guardare nel profondo le zone problematiche e manifesta fastidio nel vederne le immagini realistiche ed urtanti, che sono in contrasto con la narrazione tranquillizzante che si intende fare del vivere nei nostri posti.
La storia, tuttavia, inizia allorché si mettono in discussione i miti, molti e risibili già per Ecateo.

In alcuni punti, in verità, il territorio sa raccontare in maniera particolare ed è un racconto doloroso. Non avevo mai capito la potenza delle cose, delle strade, di un’immagine, come in questa mia estate, io convinta della potenza della scrittura e quindi dei libri.

Mi vanto in verità di essere più figlia di qualche testo letto che di una regione. Ma mai come in questa estate, nell’aggirarmi nei vicoli e tra i sassi che narravano una vicenda collettiva, mi sono sentita parte di questo paese e della sua vicenda storica, innanzitutto contadina.

Comunque, durante il mio estivo girovagare, ho sempre pensato che le persone eravamo migliori dei luoghi e delle condizioni di vita che ci erano toccati in sorte. Perciò siamo andati altrove, in cerca di un’esistenza più umana: a Milano, Torino, Como, Zurigo, la geografia della mia infanzia e adolescenza durante le quali ho visto case ed esistenze svuotarsi. Pure la mia vita mutava.

Nelle fresche mattinate d’estate, ho amato le sventure del mio paese, le assenze. Ho risentito i passi, le voci di un tempo, le ingiustizie ed ho avuto voglia, a volte, di divenire una sola cosa con le umili pietre, di sedermi e piangere per la rabbia e la tenerezza.

Timpune, Jusi Rughi, u PassuSolanu, Azzaru: la mia estate in questi quartieri – i più antichi di Cortale, contrassegnati da un tragico abbandono e da una tragica bellezza – è stata uno dei viaggi conoscitivi più interessanti ed emozionanti che io abbia fatto.

Il ballo e le pulci a Cortale

-Oje vau a li ziti, annunciava nel vicolo qualcuno vestito a festa –Fatti na scotuliata de pulici puru pe mia!, era spesso l’allegra risposta di chi non partecipava al matrimonio che quel giorno in paese si celebrava.

A Cortale, un tempo, al posto di ballare si diceva scrollata di pulci come se si facesse la bacchiatura di un albero, solo che dal corpo non cadevano frutti ma pulci. E il modo di dire nasceva dal modo di vivere.
Almeno fino agli anni Sessanta, infatti, eravamo infestati dalle pulci e portavamo sulle braccia, sul collo, i segni del loro succhiare specie di notte. Con un senso di vergogna e riserbo li nascondevamo, coprendoci alla meglio con i vestiti, e ci recavamo così malridotti a scuola o a lavorare.

Al mattino, prima di andare nei campi, le donne rifacevano il letto.
Riordinarlo significava, però, dedicarsi a un’operazione preliminare: spulicare u liettu, cioè eliminare la dose quotidiana di pulci da lenzuola e materassi.
L’indomani, dopo aver avuto durante la notte il sangue divorato e il sonno tormentato, si ricominciava con la consueta spulicata.
Le pulci in verità non scomparivano mai del tutto ed era una lotta impari.
-Mi sucaru i pulici stanotte!, si doveva tristemente constatare nonostante la giornaliera fatica. -U zitiedu ade u cuodu mangiatu de i pulici, si sussurrava guardando il proprio bambino con il collo martoriato.

La spulciatura ( spulicatina ) richiedeva attenzione, pazienza con la propria vita e -soprattutto- stomaco forte.
Rivedo il movimento dei due pollici nello schiacciare l’insetto, risento il rumore ( come uno schiocco, scattiju ) delle unghie per l’avvenuta uccisione, lo strofinare sulle lenzuola il sangue rimasto sulle dita, ricordo le lenzuola che conservavano numerose piccole macchie ematiche.
Naturalmente si puliva a mani nude, senza guanti igienici.
Di tal genere sono stati i nostri fasti.

A dire il vero, eravamo altresì infestati dai pidocchi e qualcuno si beccò la tigna e si dovette rasare i capelli per curarsi, ma si può narrare un guaio alla volta: rievocare è doloroso.

Non è che allora fossimo amanti delle pulci e che ci piacesse sentirne notte e giorno, anche quando camminavamo, il movimento sul corpo. Non è che fossimo sporcaccioni e per questo le ospitassimo nei letti o le lasciassimo allegramente saltare sui pavimenti.
Eravamo anzi amanti della pulizia e le nostre lenzuola appena cambiate odoravano di fiume, di sapone e di lissía, un tipo di faticoso bucato di cui le nostre donne erano raffinate maestre.
Era cosa piuttosto ordinaria da noi a vucata, che persino i senesi antichi chiamavano in maniera pressoché uguale, bucata. Storici fantasiosi sarebbero capaci di dedurne addirittura che toscani siano stati i primi illustri abitanti di Cortale!

Usavamo pure un micidiale DDT per debellare gli ospiti non desiderati, ma esso era più nocivo alle persone che ai parassiti e la battaglia contro lo sporco – componente strutturale del nostro mondo – non potevamo vincerla: i materassi, raramente di lana o pezze, solitamente erano fatti di essiccate pannocchie di granturco non igieniche e dure per le carni, non c’era l’acqua in casa e quella che trasportavamo in testa non bastava mai, i pavimenti erano di creta e fango ( taju ) e quindi farinosi e di per sé sudici ( allorché ogni mattina con una dura e per la schiena scomoda scopa di erica si spazzava, si raccoglieva na palettata di una polvere che sembrava inesauribile ), tutti i componenti delle famiglie cacavamo in uno stesso recipiente il cui contenuto al mattino portavamo dentro un secchio in una zona del paese detta U capicuornu. E non era un pellegrinaggio festoso.

Un giorno mio fratello, che non stava mai fermo, a casa del maestro presso il quale andava per lezioni private rovesciò con le gambette perennemente irrequiete il contenuto del pitale, nascosto compostamente sotto il letto. La mortificazione del giovane insegnante fu tanta, mio fratello bambino credo si sia invece divertito parecchio.
Un po’ sorridevamo pure noi, quando ci raccontava ridendo di quella disavventura. Si sa, il riferimento al ventre è sempre causa di riso e non c’è bisogno di scomodare Aristofane per i nostri rovesciamenti di vasi, anch’essi comici perché contrastanti col decoro.

Ma ballavamo anche, in quella Cortale degli anni Cinquanta e Sessanta, e ni scotulavamu li pulici.
Ballavamo alla cerimonia per i fidanzamenti, ai matrimoni danzavamo per quindici giorni ( non si faceva il viaggio di nozze! ) e in quell’occasione nascevano tanti nuovi amori tra i ragazzi. Insomma, eravamo pure allegri, quanti non morivamo e sopravvivevamo alle innumerevoli e misteriose e allora non curabili malattie.
Eravamo bambini, giocavamo, a giugno gridavamo lucciola lucciola vieni da me e inseguivamo le minute luci volanti ed era un incanto, eravamo giovani, facevamo l’amore, avevamo figli.
Mio padre, la sera, suonava la chitarra nel vicolo ed era lieto assieme alla sua famiglia ed ai vicini.

Per indicare tuttavia una situazione di grande spensieratezza, quasi di innocente sfrenatezza – il ballare -, dicevamo, oltre naturalmente ad abballammi, anche ni ficimu na scotuliata de pulici. Unendo i due poli della nostra vita: la luce e l’ombra, la gioia e la miseria.
La nostra esistenza era siffatto connubio stridente: danza e pulci.

Molti avrebbero abbandonato questi luoghi e le pulci. E nelle città dell’emigrazione – Torino, Milano, Como, ecc. – rimpiangeranno per sempre le danze del natio paese.

Toglimi la spina! Cacciami u pirune!

…non sapete cos’è che quattro chiocciole possono significare di cammino fatto, di sarmenti frugati, di sassi rivoltati, e di spine rimaste nelle mani e di dita schiacciate, dice polemicamente una contadina a un’altra donna non esperta della fatica dei campi.

Basta poco per ridestare la memoria. E Vittorini è autore che particolarmente io sento consonante.

Negli anni Cinquanta e sino almeno ai Settanta, le mani degli abitanti del mio vicolo erano spesso e per diverse cause gonfie e arrossate o con le dita attaccate dal pus ( mi chiumpiu ) od ulcerate.
Ed esisteva un frequente e collettivo rito: cacciare i piruni, estrarre le spine, soprattutto la sera al ritorno dalle campagne.
A Rosina, m’u cacciati nu pirune pe l’animi de i muorti? E si prendeva la mano altrui in un gesto di pietas.
Ede biedu ndintruMi s’azziccau oje, pulizzandu cierti ruvetta – Ca doppu chi no stacimu fiermi mai! -Viderà ca ncuna vota ni riposamu puru nui, quandu ni nde jamu cu i piedi avanti.

Non si stava mai fermi, si lavorava senza sosta alcuna e si era tristemente consapevoli che forse ( viderà, vedrai ) l’unico riposo ci sarebbe stato con la morte: viderà, un futuro fuori però dalla storia.
Intanto, per liberare quelle benedette mani dal dolore lancinante, si usava solitamente l’ago dopo averlo sterilizzato sul fuoco, ma gli aghi che possedevamo qualche volta erano arrugginiti.
Menu male ca mi lu cacciastivu, siti ngalipata e aviti a  manu leggia, mi sientu già miegghiu: ca mi paria c’avia nu cane nta lu jiditu!

Spesso si chiedeva aiuto ai giovani che avevano la vista migliore, dal momento che di occhiali contro la presbiopia neppure l’ombra. Io non di rado prestavo soccorso ed ero brava, levavo pure le spine più minute e insidiose e quelle che erano penetrate troppo a fondo, biedi ndintru. Con pazienza.

Erano colpite specialmente le mani femminili, le più delicate. Mani che facevano qualsiasi lavoro, pecchí a nui non ni cadinu l’aneda. Mani di contadine, senza anelli da proteggere e salvaguardare.

Le mani delle donne di casa mia si erano indurite per adattarsi alle tante fatiche e durezze: freddo, fuoco ( mia zia prendeva tranquillamente con le mani i tizzoni fumanti e fastidiosi per gli occhi per toglierli dal braciere! ), acqua continua ( tiegnu sempe i mani nta l’acqua, esclamavano le nostre madri, che sovente da anziane hanno pagato ciò con i dolori reumatici ), a volte persino la pesante zappa o più spesso la piccola zappuda, il falcetto ( runcigghiu ) sempre con sé ( a lu fiancu, attaccato al fianco) per tagliare i ruvietti, i rovi.
Eppure restavano mani delicate. E belle e dignitose.

Benedette e fortunate le nostre mani, oggi: aggraziate e trattate con creme e che – se vogliamo – godono delle attenzioni della manicure. Non quelle di tutte, purtroppo, perché adesso ci sono i nuovi dannati della storia.
Ma tante indossiamo abitualmente i guanti se dobbiamo lavorare ( ad esempio, in giardino ), oltre che contro il freddo.
Io non rimpiango certo i disagi del passato.

I guanti li mettevamo però ai nostri morti, nella società contadina. E i figli abbiamo continuato il rito non nostro, ma che per i nostri padri era attraversato da qualche speranza per l’eternità.
A mia madre, siccome avevamo scordato di farlo, abbiamo mandato i guanti quando qualche anno dopo morì mio cugino.
Che fosse protetta nel caso si imbattesse in rovi.

Noi figli di contadini sappiamo, direbbe Vittorini. E, anche se agnostici, non abbiamo voluto negare quelle speranze ai nostri vecchi: nutriamo di queste laiche tenerezze per chi abbiamo amato e per chi sulla terra non ha mai conosciuto requie dalla fatica.

Lo sputo dei pastori di Teocrito a Cortale

Le strade della mia infanzia erano il luogo di felici giochi e libero saltellare, ma le ricordo anche sporche, con escrementi d’asino, capre, galline e con sputi d’uomini.
Si sputava alla grande e sputavano tutti, contadini e non, forse perché la miseria si sposa con il sudiciume, forse perché le persone erano di solito afflitte da bronchiti mal curate, forse per evitare di lavare i fazzoletti di stoffa (quelli di carta sarebbero venuti molto più tardi ).
Vietato sputare per terra, si vedeva solitamente scritto nei posti pubblici e il divieto rivelava un comportamento diffuso. Spesso con un severo e saccente epigramma si sentenziava che le persone educate non sputano per terra.

Ma mia madre era usa ad uno sputo particolare, lei che pure aveva l’assillo della pulizia e si è logorata le braccia lavando. Se noi figli uscivamo, ci accompagnava alla porta per seguirci per un pezzo con lo sguardo e sputando vicino l’uscio di casa diceva: Quandu si asciuche ha mu sini cca!
In tal modo ci dava l’idea del tempo.

Era amorevole e si sacrificava fino all’estremo per i figli, maschi e femmine senza differenze. Ma accanto a ciò c’erano dei gesti stereotipati che lei compiva, per ubbidire a un’idea di madre dura e attenta alla virtù, s’intende delle figlie, ma senza crederci tanto. Si trattava di una vuota ritualità: guardarti dalla porta nel momento in cui uscivi, aspettare alzata se facevi tardi oppure questo sputare per raccomandarti di fare presto.

Era molto più vera e mostrava la sua intelligente apertura e modernità in altre determinanti circostanze, ad esempio quando, avendo deciso assieme a mio padre che io studiassi e che quindi adolescente uscissi da sola dal paese, teneramente sussurrò ti mientu nta li vrazza de sant’Anna,  significando saggiamente che bisognava fidarsi della capacità di scegliere dei figli, i quali devono essere indipendenti anche a costo di sbagliare e per questo pagare. Era come dire: Cresci e sii felice! 
E intanto aveva voluto una cosa per quel periodo audace in una famiglia contadina, che una figlia studiasse.

Oltre che a Cortale, un frequente sputare è negli idilli di Teocrito i cui pastori poeti in varie occasioni sputano, spesso tre volte.

Durante la gara poetica, il pastore Dameta canta l’amore per Galatea nutrito da Polifemo il quale, per proteggersi dall’invidia, si sputa tre volte dentro il vestito come gli aveva insegnato la vecchia che suonava l’aulo per i mietitori.
Nelle Talisie Simichida – dietro cui si cela Teocrito stesso- nel suo canto di risposta al capraio Licida ( che si pensa addirittura sia Apollo ) si augura che una vecchia ci protegga e, sputando sopra, tenga lontane le cose non belle.
Eunica schernisce il piccolo bovaro che vuole baciarla e sputa tre volte nelle propria veste ( seno ).
Una pastorella, all’inizio di una schermaglia amorosa, si dice pronta a sputare via il bacio che Dafni potrebbe darle.
Un uomo, innamorato di un fanciullo, lo ammaestra sulla fugacità della giovinezza, per indurlo ad apprezzare un amore sincero e fedele: diventiamo vecchi prima di avere il tempo di sputare.

Insomma, è un mondo in cui le donne anziane alleviano la fatica dei mietitori con la musica ed i pastori sono anche poeti, amano, si impegnano in agoni di canto. E sputano. E lo sputo ha diverse valenze.
Come sostengono antichi commentatori, poiché lo sputare è azione potente e irriverente e ributtante, esso è ritenuto capace di sviare i mali e quindi possiede un valore apotropaico. E il termine viene utilizzato anche in altri contesti dell’esistenza: per indicare il rapido trascorrere del tempo o per dire a qualcuno che i suoi baci non sono graditi.

Non è improbabile dunque che lo sputo di mia madre, pur nella sua ormai ritualità desacralizzata e pur essendo soprattutto figlio della Cortale povera e sporca degli anni Cinquanta e Sessanta, avesse un’origine antica e facesse parte di credenze popolari diffuse in un vasto ambito geografico.
Nel senso apotropaico, l’uso è testimoniato in effetti pure da Plinio il Vecchio. E – avvicinandosi a culture e tempi a noi più vicini- ad Acri può succedere che le donne sputino tre volte nell’entrare nella stanza della puerpera, in zone moldave sputare è un atto benaugurante in cerimonie quali battesimi o matrimoni, in Sardegna è presente lo sputo per contrastare paure e mali.

Carattere apotropaico pure a Cortale?
Perché no? Il gesto, che a mia madre arrivava da lontano pressoché svuotato visto che mai ha accennato a un potere salvifico di esso, in lei tuttavia nascondeva un’apprensione ed un desiderio di tenere da me lontani i mali. E in fondo, pure quando mi affidava a sant’Anna, voleva proteggermi.
In maniera consapevole intendeva, però, misurare il mio tempo e in qualche modo il rapporto sputo-tempo è nel poeta siciliano quando avverte che la vecchiaia si avvicina con la stessa velocità e facilità dello sputare.

Il gesto non era elegante, anzi traeva la forza proprio dalla sua rozzezza.
Sovente lo si trova in Teocrito, che dalla Sicilia arriva alla corte dei Tolomei portando la tradizione popolare del carme bucolico. Voce alessandrina molto sofisticata, egli con un procedimento rivoluzionario modula il canto con l’esametro, il verso degli Achilli e dei re, ed i suoi pastori sono poeti raffinati che sanno cantare e fare il formaggio.

E mia madre era colma di grazia.
Contadina vera e persona di fine sentire, come i pastori cantori di Teocrito: reali e, contemporaneamente, creature dell’immaginazione poetica.