Antigone, noi e Polinice. O di Mimmo Lucano.

Il conflitto di cui parla Sofocle nell’Antigone è quello tra norme dello stato e norme divine ( rispettare gli dei, i genitori, gli ospiti, i morti ), anteriori alla codificazione delle leggi scritte. Come sempre accade nel teatro tragico, che porta sulla scena le irriducibili antinomie presenti nella condizione umana, Sofocle non risolve il conflitto ed il tragico resta immoto: Creonte è travolto dalla rovina, Antigone muore suicida ed esclama con un amaro ossimoro: Essendo stata pia mi sono acquistata fama di empietà.

Nella società gli animi più attenti percepivano allora segnali di contraddizioni e crisi e il poeta, nel quale c’è un’inquietudine che va oltre le correnti sofistiche del tempo e non si placa nell’ottimismo dell’ideologia periclea, osserva pensoso Atene e costringe noi a interrogarci e ad interrogare il potere e a svelare le insufficienze dell’autorità.
Nel V secolo a.C., invero, la πόλις democratica riflette su se stessa e sulla sua conquista fondamentale, la legge. Questo fanno anche Eschilo che celebra l’istituzione del sacro Areopago, Sofocle con l’Antigone, Tucidide nel discorso di Pericle ( dove lo storico stima la violazione dei precetti non scritti come vergogna di fronte al pubblico giudizio ).
Creonte ed Antigone, creature poetiche, si inscrivono in tale vivace e articolata temperie culturale.
Noi – al contrario -, solo noi, non possiamo discutere sulle nostre norme?

Nella tragedia sofoclea un primo confronto doloroso isola Antigone dalla sorella, a cui chiede aiuto per compiere il pio rito della sepoltura del loro fratello, un reprobo per i principii della πόλις. Ismene, infatti, dichiara che ubbidirà a coloro che sono saliti al potere.
Antigone di rimando parla di un suo santo crimine e accingendosi a seppellire Polinice contro l’editto del re, si separa spiritualmente dalla sorella esclamando: Ma lascia che io e la mia follia affrontiamo questo pericolo.

Alla fine, tuttavia, quando la fanciulla sarà vittima delle decisioni di Creonte, la timida Ismene trova per amore il coraggio e le dice: Ma nella tua disgrazia non mi vergogno di farmi compagna di viaggio del tuo patire. Ciò nonostante Antigone – degna figlia di Edipo! – sancisce la separazione avvenuta e la tragica solitudine in cui si trova.

La giovane nello scontro dialettico principale, quello con Creonte, afferma quanto la connota e consegna all’immortalità: Non sono certamente nata per condividere l’odio, ma l’amore. E al sovrano che le rimprovera con asprezza di aver osato trasgredire il suo editto, risponde: Non infatti per me era Zeus a proclamare quel divieto, né Dike – che dimora con gli dei inferi – promulgò fra gli uomini leggi di tal fatta; e non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trascurare le leggi non scritte e incrollabili degli dei.
Con tali parole, Antigone delegittima il nómos quando esso sia difforme dalla giustizia divina e discorre per l’eternità con chiunque senta i limiti dell’ordinamento degli stati e lo migliori o palesi l’urgenza che venga modificato.

Ma nessuno dei due è dichiarato colpevole o innocente dall’antico poeta, che tra i tragici è il più enigmatico e sfuggente, e il contrasto drammatico mostra due aspetti antinomici dell’umano vivere civile. Diritto contro diritto, diceva Hegel che indicava la polarità e il dualismo che pervadono l’opera.
E se Antigone trasgredisce le norme statali, Creonte calpesta quelle divine. Da una parte, infatti, il corifeo sentenzia che il potere non si può violare, dall’altra il vate Tiresia predice al re che come vendetta lo attendono inesorabili le Erinni di Ade e degli dei e gli annuncia che i sacrifici non sono più accolti dalle divinità per l’empietà della πόλις, che lascia preda per gli uccelli il corpo dello sventurato – così lo definisce – Polinice.

C’è un altro sofferto confronto pregnante di significato, tra Creonte ed Emone, il caro figlio, che si suiciderà per amore di Antigone.

Il giovane di fronte al padre, di cui pure riconosce il ruolo istituzionale e la fede nella polis, sostiene che può accadere anche ad un altro di trovarsi nel giusto.
Nel difficile dialogo, Emone osa asserire: Non esiste la città possesso di un solo uomo. Ed il re – che rivendica il suo potere assoluto – chiede stupito: La città non è di chi comanda? E il ragazzo, deciso: Tu potresti ben governare da solo su una terra deserta.
Ecco, questo è il punto: le democrazie non sono lande desolate, né Tebe, né Atene. Né Riace, neppure l’Italia, oggi.

L’Antigone e il Creonte di Sofocle sono creature poetiche ancora tra noi, proprio perché nell’opera rimane irrisolto il nodo tragico e non si perviene ad una risposta univoca e tranquillizzante. Il sovrano difatti è nel giusto, poiché tenacemente richiama le disposizioni vigenti nella città. Ma anche il cadavere di Polinice aspetta sempre di essere sepolto e trovare pace, lo vogliono le regole divine, lo vuole la pietà: Antigone ci segue ed insegue.

Se Creonte ha ragione significa che di fronte alle leggi non si possono assumere posizioni irrispettose od irriverenti, quali quelle delle organizzazioni criminali. È necessaria e lecita, però, una rilettura democratica di esse, come esige appunto Antigone.

E nel viaggio che gli archetipi sofoclei fanno nel tempo, nelle reinterpretazioni artistiche, accade difatti che si mettano in rilievo le insidie, le degenerazioni, i pericoli insiti nelle posizioni di Creonte e che sia proprio la sua figura a mutare e ad assumere i tratti del bieco tiranno, nel senso odierno.

In Brecht ( che ha presente la traduzione di Hoelderlin ) Antigone nega che il fratello abbia tradito la patria e alla domanda di Creonte se ci sia o meno una guerra che contrapponga la città a Polinice, lei risponde che esiste soltanto la guerra del re che spinge allo scontro per divenire padrone delle miniere argive: la fanciulla compie quindi un gesto di ribellione contro un despota.
E quando il sovrano l’accusa di non guardare al divino ordinamento dello stato, la giovane ribadisce che questo ordinamento sarà divino, ma che lei – piuttosto – lo vorrebbe umano.
Mi pare che entriamo nella carne viva del problema e che del diritto positivo venga sottolineata la contingenza, rispetto a ciò che il diritto naturale reclama.

Piero Calamandrei nel 1946 scriveva: ” Le leggi, non scritte nei codici dei re, alle quali obbediva Antigone; le leggi dell’umanità che furono fino ad ieri una frase di stile relegata nei preamboli delle convenzioni internazionali, queste leggi hanno cominciato ad affermarsi, nella funebre aula di Norimberga, come vere leggi sanzionate: l’umanità, da vaga espressione retorica, ha dato segno di voler diventare un ordinamento giuridico”.

Ho di nuovo letto la tragedia di Sofocle pensando a Mimmo Lucano.
Egli non è per me un eroe, anzi ho persino paura di elogiarlo vista la caduta di tanti personaggi alla quale abbiamo con pena assistito e visto quanto è rara in Italia la correttezza nell’esercitare il potere. Né amo raffigurarmelo come un prodotto della Calabria migliore: sono convinta che così intendendo si diminuisca la portata della sua azione.
Mi pare tuttavia che anch’egli non sia nato per condividere l’odio ma l’amore e sappiamo che di fronte non ha avuto Creonte ma Minniti e Salvini e Di Maio e un’Italia cieca che calpesta i sacri comandamenti di Zeus.

Ma la tirannide, fra molti altri privilegi, può anche fare e dire quello che vuole, afferma Antigone. Tuttavia la fanciulla è certa che neppure Eteocle, l’altro fratello dal potere onorato, approverà il bando di Creonte e dice al tiranno: Chi può sapere se nell’Ade questa legge è santa?

Chissà: meglio dubitare sulla legge con Antigone, con Brecht chiedersi se la guerra non sia solamente quella del despota, con Calamandrei credere che l’umanità debba divenire ordinamento giuridico.
Forse capiremo meglio quanto ha tentato Mimmo Lucano. Differenti regole e differenti città sono da costruire: dove alberghi la pietà di Antigone, rea di atti gloriosissimi.

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Barbara e l’uovo, la bambina e il cioccolato

Era ammalata, Barbara, e durante il giorno si trascinava a stento nei campi, lavorando. La sera poi tornava a piedi a Cortale e U chianu, il fondo in cui si recava, era parecchio distante dal paese: un altro spossamento.

Un affanno, quel corpo sofferente che non serviva più per le tante esigenze. La menopausa provocava amari scherzi e le contadine avvertivano le modifiche che avvenivano nel loro fisico: Sientu l’ovaii chi mi si stringinu, notava qualcuna. E quante abbiamo letto “Noi e il nostro corpo” ( scritto dalle donne per le donne ) sappiamo che questo in realtà succede.

E con difficoltà ormai Barbara mieteva, piantava semi e germogli, raccoglieva i prodotti, tagliava l’erba per il vitello. I lavori femminili della campagna non erano adatti per un corpo che non aveva più l’energia giovanile. Il collo era già spezzato per i pesi eccessivi negli anni portati sulla testa, le braccia erano stoccate per i troppi panni lavati al fiume, le maternità e l’allattamento prolungato ( finché i bimbi succhiavano il latte, la famiglia risparmiava perché meno avevano bisogno di altro nutrimento ) avevano tolto vigore . E – soprattutto – si sentiva piegata da un’estenuazione infinita e dura e nuova. Se ne vergognava, perché alle donne allora si chiedeva di essere delle macchine, incessantemente in moto da mane a sera.

Il medico le aveva detto d’includere nell’alimentazione qualcosa che le desse forza. Cosa?
Non era semplice, con la sua dispensa e cucina di contadina povera.

Ricorreva, per tale ragione, a ciò che era ritenuto miracoloso da coloro che negli anni ’50 vivevano una condizione economica come la sua: l’uovo.
Crudo, vugghiutu ( alla coque, quando lo si metteva in un pentolino con acqua ), arrustutu ( lo si appoggiava alle braci del focolare e allorché sudava significava che era pronto ), fritto, sbattuto con lo zucchero. Ad un certo punto, all’inizio dei Sessanta ( il lusso però era riservato generalmente agli adulti ), lo si beveva crudo con il saporito Marzala, il vino liquoroso siciliano: una popolare ghiottoneria che tutti ci permettevamo. C’era anche la cuzzupa di varie fogge ( un panierino, un fiocco, ecc.) ma con un uovo di gallina messo sempre sopra e quindi infornata, che costituiva lo squisito uovo pasquale della nostra infanzia. Insomma, si faceva ricorso a questo alimento come ad una manna e ad una panacea ed esso troneggiava nella cucina e nella sapienza culinaria di quei tempi: rara era la carne, almeno quella di vitello, talvolta si assaporava qualche pollo o gallina.

Per primi dovevano mangiare l’uovo i bambini, poi gli ammalati, gli altri venivano dopo in una gerarchia alimentare in cui non erano tutti uguali ma si distinguevano i diversi bisogni. Una sorta di organizzazione comunista a cui i poveri erano costretti.

Barbara abitava col marito in un vicolo, in una sola stanza nella quale aveva cresciuto i due figli. Uno spazio angusto, dove – naturalmente al focolare e naturalmente anche con l’afa estiva – si cucinava, si pranzava, si dormiva. Niente bagno e nessuna finestra.
Per respirare ci si metteva sull’uscio di casa.
E così lei mangiava il suo uovo appoggiata allo stipite della porta, forse per prendere fiato, forse per far vedere che era ammalata e farsi commiserare dai vicini, forse per mostrare agli altri che si poteva concedere una prelibatezza.

Gustava il suo uovo, Barbara, lentamente quasi che fosse cibo raro.

La bambina abitava di fronte. Dal proprio uscio guardava la donna intenta in quel rito di malata e le veniva l’acquolina in bocca, perché era una bambina e ai bambini viene sempre voglia delle cose altrui, figuriamoci negli anni Cinquanta. Ma Barbara mai la invitò ad assaggiare il suo uovo.

Venne, però, Natale e dalla Svizzera tornò come ogni anno il fratello maggiore, con vestitini nuovi e giocattoli per la piccola.
La valigia ( quella famosa, di cartone e tenuta dalla cordicella ) si apriva e mostrava meraviglie!
Una volta le aveva portato pure i mattoncini della Lego, a Cortale sino ad allora ignoti, e fu una festa per tutti i ragazzini del vicolo che lei orgogliosamente poteva stupire, persino i più ricchi.
Ma il fratello recava in dono, soprattutto, tanto ottimo cioccolato e questo era davvero incantevole e fantastico per la bimba.
Tante poglie e dai gusti differenti ( tavolette al latte, fondente, con le nocciole…), divorate leccandosi le dita e deliziando la gola con l’intensità che solo col cioccolato può aversi ( pure da adulti, se lo stato di salute non lo vieta! ).

Sull’uscio di casa la piccola gustava il proprio cioccolato, lentamente.
E guardava Barbara. E diceva fra sé: Mo’ agghiutta mbacante!, Adesso inghiotti tu a vuoto!
Alla faccia della bontà e innocenza infantile!
Ma – timidamente come riescono a fare i deboli umiliati, s’intende – i bambini si irritano e si corrucciano quando vengono mortificati. Specialmente se sono gli adulti a ferirli, a volte inconsapevolmente.

Vita quotidiana, in un vicolo contadino negli anni Cinquanta del secolo scorso.

Claudia, Rita, Valeria, Ottavia, Mariliana, Linda, Gilda ed Anna: gli anni con voi e molte altre, a Como.

Como, Casa della Giovane.Eravamo giovani donne che lavoravano come supplenti nella scuola ed abitavamo – perché conveniente dal punto di vista economico – alla “Casa della giovane”, gestita da suore. Una parte delle stanze si affacciava sul lago di Como, vicina era l’incantevole Villa Olmo, sullo sfondo la collina di Brunate.
La cucina ed i bagni erano però in comune e dividevamo le piccole camere con altre inquiline.

Io vi arrivai al secondo anno di insegnamento in Lombardia, dopo il precedente  abbastanza difficile in cui avevo dovuto affrontare tante novità tutte in una volta, e quello stare assieme mi giovò e lo ricordo come un periodo felice.

Vivevo assieme a delle giovani che venivano da varie parti d’Italia, come me ancora non di ruolo e come me di spirito indipendente e disposte a partire, pur di non chiedere niente a nessuno. Eravamo, inoltre, lavoratrici serie che passavano il pomeriggio a studiare: tutte persone che sono state apprezzate dalla laboriosa Lombardia. Lo dico con chiarezza, senza false modestie.
Parecchie di noi – non più giovanissime – avevano naturalmente mondi segreti e già intime ferite.

Le suore erano discrete, non badavano alle nostre idee ed a me, non credente, non fu mai chiesto di andare a messa. Bisognava, certo, rientrare in orario ed era presto, ma avevo scelto di stare in un istituto e quindi ne rispettavo le regole.
Un giorno tornando da scuola a suor Betty, la più anziana che stava all’entrata, infilai l’ago e lei mi ringraziò esclamando “Ti ha inviata il Signore!”. “Non per così poco, suor Betty!”, dissi io, pensando alla mia vecchia madre che avevo lasciato a Cortale e che sempre si faceva aiutare con cruna e filo.

Nella camera accanto, sul lato dov’era il mio letto, dormiva Rita che veniva dalla Campania.
Le stanze erano separate solo da un pannello di compensato: il buon cuore cattolico – è noto – è sensibile al guadagno. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per due metri di spazio da spartire con un’altra persona, pagavamo infatti più di quattrocentomila lire. Ma si poteva soggiornare soltanto il tempo della supplenza evitando un affitto mensile che non avremmo potuto affrontare con un lavoro precario, il posto era sicuro, era al centro, ben servito dagli autobus: tutti vantaggi per delle lavoratrici non residenti e, diciamo così, stagionali.

Quando la sveglia di Rita al mattino suonava, anch’io la sentivo e insieme sentivo guarire ogni mia sofferenza per la lontananza da casa o per la durezza di un’occupazione precaria. Avvertivo di essere inserita nel ritmo collettivo del lavoro e ciò mi dava forza. In tutta Italia – pensavo – le persone che devono guadagnarsi da vivere in questo momento si alzano e affrontano la giornata.
Il pomeriggio, Rita – come me – preparava la lezione o correggeva i compiti.
Ogni tanto smettevamo e andavamo nella stanza dell’altra per chiacchierare.

A volte dal frigo scompariva qualcosa e la lunga fila al bagno non era piacevole. A me ciò comportava levatacce ma sono mattiniera, come ogni contadina che si rispetti.
Ci confrontavamo, però, sul modo di valutare lo scritto di un alunno o sulle domande da fare per partecipare ai concorsi o, semplicemente, su come raggiungere un paese della Val d’Intelvi in cui c’era una nuova supplenza per noi. È stato il mio periodo di vissuta sorellanza.

Incoraggiavamo ovviamente chi accettava una lunga permanenza a Premana, un centro ameno dove a causa della neve bisognava soggiornare e perciò separarsi dai nuovi amici e lasciare le attrattive della città. Non era indolore il tenersi lontane dalla pratica dei favoritismi! Nel mio caso ( in Calabria avevo rifiutato la raccomandazione addirittura offertami ) implicò la distanza da mia madre nei suoi ultimi anni e – soprattutto – la consapevolezza che anche lei pagasse un costo e soffrisse.

Rita come me era laureata in lettere classiche e rammento che alle convocazioni in Provveditorato aspettò per sincerarsi che anch’io avrei avuto la nomina annuale: l’agognata  nomina annuale voleva dire essere tranquille per dei mesi.

Con Claudia, che veniva da Cosenza, abbiamo diviso la stanza per un anno e non abbiamo mai litigato.
Eppure io amo dormire al buio, lei – terrorizzata dai terremoti – aveva una lucetta portata dalla Calabria: abbiamo risolto la questione nascondendola alla mia vista con dei libri. A turno provvedevamo a tenere pulito l’angusto spazio concessoci, studiavamo vicine ( a due tavoli differenti! ).
La sera lei, munita di gettoni, scendeva nella guardiola per telefonare a casa dove aveva lasciato il marito e un figlio poco più grande di un anno. Quando il piccolo si rifiutava di parlare o non la riconosceva, tornava in stanza in lacrime. Costava quella nostra indipendenza rispetto alla moda, al Sud diffusa, di raccomandarsi presso qualche preside!

Claudia insegnava negli istituti professionali e nel pomeriggio era impegnatissima a preparare le attività. In seguito, in Calabria, io ho avuto a che fare con colleghi che ritenevano che tali istituti – fondamentali perché formano i tecnici dei vari settori – non richiedessero attenzione.

Ottavia, che veniva dalla Puglia, era tra le più giovani. La ricordo camminare nei corridoi, col suo codino biondo ondeggiante. Una mattina venne affranta a dirmi della morte di Freddie Mercury. Ero lontana dalle sue passioni musicali e ancora mi spiace di non aver partecipato a quella pena con la dovuta intensità.
Lei era curiosa e colta e sensibile ed assieme andammo al cinema per “Rapsodia in agosto” di Kurosawa: fu un giorno incantato e continuo a portare nella borsa il biglietto di ingresso. È raro che si possano condividere alcune passioni culturali, anzi a volte capita di doverle celare per evitare imbarazzi o noie e ciò provoca un sottile disagio.

Qualche tempo dopo ( man mano, ognuna era passata di ruolo ed era tornata nella sua regione, qualcuna aveva invece deciso di rimanere in Lombardia per sempre ) Ottavia mi rintracciò e decidemmo di vederci, a Napoli. Nonostante la distanza, facciamo tuttora parte l’una della vita dell’altra.

Mariliana veniva dall’Abruzzo.
Era una personcina gentile nei tratti fisici e nei modi e contemporaneamente ferma nei propositi.
A volte mi pare ancora di udire la sua fresca ed allegra risata.

Tutte cercavamo di rendere nostro con qualcosa il poco spazio toccatoci, in quella strana e per molti aspetti scomoda comune.
Lei aveva una ciotolina a fiori azzurri delicati nella quale puliva le lenti a contatto: sono certa che intendesse abbellire in tal modo il suo vivere in un luogo per lo più estraniante.
Io ammiravo l’oggetto grazioso e Mariliana nel momento di tornare a casa me lo diede in dono.

Valeria veniva da Catania e faceva la postina. Era schiva, ma quando ci separammo sussurrò che non mi avrebbe mai dimenticata.
Possedeva l’arte siciliana del raccontare e mi narrò con fine ironia e senso del comico le iniziali difficoltà di orientarsi nel consegnare la posta in una città sconosciuta e alcune disavventure sue e degli utenti, a cui ad esempio a volte il quotidiano fu recapitato… con qualche giorno di ritardo.
Mi trasportò, inoltre, in un pomeriggio torrido di Catania. Valeria bambina corre corre e corre e arriva trafelata dal medico: Dottore, la nonna dice che se tossisce le fa male il petto.
E Valeria nuovamente corre corre e corre per portare il secco consiglio: Dille di non tossire, allora!

Cara Valeria, che per avere l’impressione di possedere una casa aveva affittato un’intera stanza, sebbene la spesa fosse troppa! In essa, posta vicina alla cucina e il cui interno se l’uscio era aperto potevamo intravedere nel passare, si erano trasferiti un po’ di immagini e sapori siciliani, ma nessuna di noi poté mai entrarci.

Nei miei anni di “collegiale” conobbi nella scuola di San Fedele Intelvi anche Linda, che era della bella Varenna.
Mi invitò a passare un fine-settimana nella sua abitazione e vidi posti meravigliosi e godetti della bellezza assoluta del lago di Como e l’ascoltai raccontare della nonna che da fanciulla teneva un diario ed era esperta sciatrice.

Con Linda parlavamo spesso di noi, specialmente sull’autobus che ci riportava a casa. Era giovane e avvenente ed aveva dei contrasti in famiglia, perché stava  con un modello di cui era molto innamorata. Una volta però mi disse che ciò che desiderava di più era riuscire a conquistare una stabilità professionale: il suo investimento principale non era quello amoroso.
La ragazza ( assieme alle donne che in Lombardia incontravo sui mezzi pubblici, umili operaie truccate e curate ) mi fece riflettere e mi mostrò cosa significhi avere la cultura del lavoro.

I miei genitori erano lavoratori seri, io stessa in teoria sapevo dell’importanza del lavoro per la realizzazione di sé di una donna: ma non lo sapevo nelle più nascoste fibre, in maniera tale da non dolersi troppo per le esperienze d’amore che in fondo ponevo al centro.
Ero avanti per tante cose ( divorzio, aborto, diritti civili, etc. ), ma nell’intimo avevo – rispetto a Linda e alla cultura lombarda –  una fragile educazione sentimentale.
Davvero Linda mi aiutò ad essere forte e indipendente nel profondo.

A Como frequentai pure Gilda, affascinante come il suo nome e fiera e coraggiosa, con cui ci scambiammo confidenze importanti.
E ritrovai Anna, mia compagna di ginnasio, che allorché arrivai un po’ smarrita in Lombardia mi accolse in casa, con una generosità rara e preziosa. La mia presenza fece diventare gli spazi più stretti e caotici: vestiti ovunque, letti condivisi e a volte quindi persino le febbri.

Quando mi fu possibile, decisi di trovare alloggio altrove e lo comunicai ad Anna confessando che avevamo esigenze diverse.
Possiamo modificare le esigenze, rispose lei che voleva aiutarmi pur avendo rispetto a me una stabilità lavorativa. Non credo di aver mai più incontrato un’anima simile e questo essere addirittura pronti a cambiare un po’ se stessi per riuscire ad andare verso l’altro.
Che poi è quello che ci chiede l’odierna epoca, con i tanti che in Italia giungono sperando di avere un’esistenza migliore.

Oggi la medesima “Casa della giovane” riflette il mutamento dei tempi: attualmente  è tenuta da suore messicane.
Ma già negli anni in cui io vi abitai cominciavano ad arrivare le donne africane, segno di una molto ampia emigrazione femminile nel mondo. Ci meravigliavano con i forti odori della loro cucina che si diffondevano nell’edificio già di primo mattino, mentre bevevamo  il nostro solito caffè e mangiavamo di fretta tutt’al più qualche biscotto.

Le arance di Francesco o del senso della vita di un uomo

Mangio le arance con piacere: ne gusto la bontà dei sapori, in bocca avverto con benessere la polpa agro-dolce, mi incanta la bellezza del colore solare e allegro.

È stato sempre così, ho avuto sempre un buon rapporto con tale frutto.
Da bambina le sbucciava mio padre e l’operazione di fine intaglio terminava con una magia, perché egli dalla buccia ricavava una sorta di occhiali che noi bimbi mettevamo sul visetto, contenti.

Non le consumavamo spesso, perché non le producevamo nei nostri campi. Ma quando ero adolescente, mia zia cominciò a portare a casa tante arance, avute in cambio di patate che avevamo in quantità: ‘e cangiava cu patati, come si diceva.
Feci allora delle scorpacciate di quel frutto che mi seduceva anche perché noi non lo coltivavamo.
Lei mi osservava sorridendo perché non faceva in tempo a sbucciarmele ( sono stata molto coccolata! ) che io le divoravo e in quantità, complice la giovinezza e la salute di cui godevo.
Pure i fichi d’India arrivavano in casa nostra tramite i baratti di mia zia, che me li mondava senza guanti ed io li mangiavo in abbondanza. Li adoro ancora adesso, ma non li assaporo quasi più, perché manca chi mi protegga dagli aculei della pianta.

I minuscoli appezzamenti di terra che possedevamo o avevamo in affitto erano affidati alla zappa di mio padre, il quale è stato un contadino competente, che ha lavorato con impegno e scrupolo ma non ha amato questo mestiere. Ha anzi cercato, quando ha potuto, di fare altro ed ha accompagnato l’attività principale ad un modesto commercio, ad esempio quello legato alla vendita del bozzolo del baco da seta.
Credo che proprio per il suo non radicamento nell’esistente e non accontentarsi, per la sua sottile inquietudine, egli abbia fatto studiare i figli, un’impresa un po’ titanica per una famiglia contadina. Certo, mi ha trasmesso la bella capacità di sentirmi come persona e non per il mestiere che faccio (o il sesso a cui appartengo ).

Poi nella nostra vita giunse un uomo gentile e intelligente, mio cognato Francesco, che piantò aranci nei nostri fazzoletti di terra e ne piantò una varietà particolare, lui che sull’ultimo posto di lavoro – un’azienda agricola calabrese – aveva conosciuto cose nuove, rispetto a mio padre che era di oltre vent’anni più grande.

Nell’azienda – dove arrivò dopo l’emigrazione e ormai adulto, con moglie e figli – Francesco divenne un intenditore di piante, fiori e frutti. Era stato da bambino e ragazzo contadino nel campo dei genitori, poi in Svizzera giardiniere e – avendo studiato a Zurigo di sera – tornitore, infine ancora giardiniere al rientro in Calabria: come se tornasse al se stesso giovanissimo con i saperi di una vita, avendo imparato prima dal padre e in seguito dagli svizzeri, i quali certo avevano un’agricoltura meno arretrata della nostra, intendo dire meno affidata alle braccia, l’aspetto che in fondo non amava – a ragione – mio padre.
Mio fratello, emigrato anche lui negli anni Cinquanta, racconta il suo stupore di fronte all’altezza del granturco nella Svizzera, a confronto di quello piccolo e cresciuto a stento che aveva sempre visto a Cortale. Fu il differente granturco a fargli cogliere il divario esistente tra i propri desolati luoghi e il fiorente paese in cui era giunto.

Mio cognato arriva in casa nostra con la ricchezza delle sue esperienze e con la passione per la campagna che mancava a mio padre, per il quale essa non aveva niente di idilliaco. Francesco si inchinava sulle zolle con tenerezza.
Ricordo ancora le lunghe discussioni sui cambiamenti da apportare nei campi tra i due, il più anziano distaccato nell’intimo dall’agricoltura, e il più giovane, che guardava persino le nostre terre aride e poco produttive con un occhio nuovo, amorevole e innovativo.

I campicelli della mia famiglia erano stati utilizzati fino ad allora per sfamare noi e qualche bestia che alla nostra alimentazione contribuiva: il maiale, il vitello, alcune galline.
Si producevano gli essenziali grano, patate, verdure ecc. e la frutta la offrivano quasi spontaneamente gli alberi di fichi, sparuti peri e ciliegi.
E non mancavano i gelsi, coltivati per le foglie destinate al baco da seta ( che quasi ogni famiglia cortalese negli anni Cinquanta e Sessanta allevava ), mentre a noi bambini interessavano soltanto le succulente e dolci more. La bachicoltura si praticava per uso familiare e personale ( la seta serviva per la dote delle figlie, basti pensare ai ddomaschi ), ma soprattutto per vendere il bozzolo e guadagnare un po’ di soldi.

Ma con Francesco ecco giungere qualche melone e anguria che dapprima stentavano a svilupparsi ma poi si adattavano al suolo o viceversa, i kiwi ( fummo tra i primi in paese a mangiarne ), dei limoni.
In quei poderi riarsi e con mio padre sempre riottoso, piantò anche una piccola vigna, che crebbe, sicché qualche anno dopo adulti e bambini eravamo impegnati nella nostra allegra vendemmia; aggiunse alcuni ulivi e – appunto – fece apparire le arance. Curava pazientemente quel terreno secco e alquanto discolo e cambiavano i colori, i profumi, l’alimentazione.

Mentre modificava i non estesi fondi che possedevamo, Francesco continuava a lavorare nell’azienda in qualità di giardiniere, come aveva fatto all’inizio del suo soggiorno in Svizzera. Il termine indicava che egli si intendeva di piante, orti, ma anche dei più voluttuari giardini. Del resto, nel campo del virgiliano vecchio di Corico c’è rigoglio di gigli, papaveri, rose, frutta, miele, tigli e pini e non manca un platano a dare ombra: orto, frutteto, giardino ornamentale sono assieme nell’idillica descrizione.
Ricordo che nelle domeniche d’estate Francesco ci portava in diverse spiagge della Calabria, dove – essendo ormai parecchio apprezzato – molti lo chiamavano per portare grazia al giardino della loro casa estiva.
Noi ci godevamo il mare, mentre egli faticava pure nel giorno festivo.

Francesco era un grande lavoratore, generoso e intelligente, comunista.
Aveva coscienza civile e politica e faceva parte di quella classe operaia che è stata il nerbo onesto di un’Italia felice, nell’età dell’oro del nostro paese.

Nell’azienda agricola, in cui non più giovanissimo seppe tuttavia migliorare e maturare, egli poté conoscere una grande varietà di piante di cui memorizzò – e con quale piacevolezza li pronunciava!- i nomi latini: era cioè divenuto un esperto.

Ma Francesco era così: sapeva crescere in ogni situazione della sua esistenza. E nemmeno in Svizzera era rimasto passivo e inerte: aveva appreso il tedesco ( non quello letterario, ma quello che gli serviva per una comunicazione sciolta e sicura ) e aveva imparato il mestiere di tornitore e affinato quello di contadino.

A me Francesco ha insegnato tante cose, tra le quali ballare, arte che egli aveva praticato in una scuola di Zurigo: gli devo numerose gioie e averlo perso troppo presto è stato uno dei miei maggiori dolori.

Alla mia famiglia tutta egli ha lasciato parecchie eredità, tra cui un tipo particolare di arance. Le raccogliamo ancora, su un nostro pezzetto di terra. E non so a quali incroci od innesti sia ricorso o da quale paese provenisse il seme utilizzato, ma sono davvero le arance più gustose che abbia assaggiato.

Le guardo, le assaporo e lo ritrovo, quell’uomo gentile.
Francesco, oltre che naturalmente nei figli, continua in tale maniera a vivere nelle sue arance: una specie d’immortalità. Ogni anno rinasce ed io lo saluto: eccolo!

I poeti – penso a Saffo, a Pindaro, ad Orazio – dichiarano orgogliosamente e laicamente di essere immortali in virtù della loro poesia. A me l’amore per il sole ha dato in sorte splendore e bellezza, dice Saffo di fronte alla pelle arida ed ai capelli bianchi e alle fragili ginocchia della vecchiaia, lei che può vantare di aver parte delle rose della Pieria dalle Muse abitata; Orazio è consapevole di quale monumento abbia innalzato; Pindaro sa di volare alto come l’aquila di Zeus per la sua maestria.

Anche gli uomini che non hanno il dono divino della creazione possono però conquistare l’immortalità, in diversi modi.
Io questo lo so, osservando le arance di Francesco che per sempre allieteranno il campo le cui zolle egli prese fra le mani e trasformò.

Piangere sul paese nostro

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia

La cadenza drammatica del testo di Foscolo emoziona.

Si può ancora oggi piangere con Jacopo sulle nostre sciagure e sulla nostra infamia, su questo paese che si chiude sempre più e danza in maniera macabra sulle sue conquiste culturali maggiori, calpestandole: il pensiero laico e le ansie di libertà di Foscolo e di altri intellettuali, le idee innovative di Beccaria, lo spirito democratico della costituzione.

Partendo da tale letteratura, siamo arrivati alla narrazione violenta di Salvini e Di Maio.

Dove e quando ci siamo smarriti?