Il ( non ) senso di sé di un paese

Tino Petrelli. Africo, 1948Arrivano nelle scuole incessanti richieste, da parte dei genitori, di (pre)potente controllo su didattica e contenuti, cioè arriva la pretesa pesante di trasformare la scuola da pubblica e laica in privata e religiosa. E sempre di più le scuole, soprattutto quelle con continue perdite di iscritti, ubbidiscono.
Ubbidiscono al genitore che va dall’insegnante sventolando perentoriamente infelici circolari ministeriali riguardanti la necessità di non interrogare il lunedì, evidentemente giorno terribilmente faticoso per i giovani italiani. Si ubbidisce alla famiglia che chiede a muso duro di conoscere preventivamente qualsiasi attività culturale venga proposta al figlio e di poter di volta in volta dare o meno ad essa l’assenso.
Questo succede perché l’Italia intera, non solo la scuola, è un paese che da anni ha rinunciato al suo patrimonio laico e progressista ed ha perso memoria e senso di sé. Non sa guardare al passato, non ha strumenti per costruire il futuro.
Non è possibile più, dunque, insegnare Dante, fosco maestro di pensiero libero e aconfessionale.
Non è possibile insegnare Beccaria e la sua idea rieducativa della pena.
Non è possibile insegnare il luminoso progressismo di Leopardi o di Lucrezio.
Non è possibile dire con Appio Claudio che “Ciascuno è fabbro del proprio destino”, non è possibile proporre Menandro o Terenzio con il suo “Homo sum: humani nihil a me alienum puto”: modelli di pericoloso relativismo.
Via Marx dai testi scolastici. Nietzsche è troppo aristocratico. Hegel è addirittura da disseppellire e mandare in galera. Galileo rientri, per favore, tra gli appestati.
E quando si legge Saffo o Teognide non si faccia cenno alle diverse predilezioni sessuali nel mondo presenti. Non si sa mai: che non si nasconda, in qualche papiro, la così temuta e introvabile teoria gender! Se poi è un ragazzo a rivelare di essere omosessuale, spediamolo da solo all’ultimo banco: cessi la scuola di essere luogo aperto alle diversità culturale e umana.
Davvero dannosa è poi l’analisi logica.
A dipinti e statue (ri)mettiamo le brache.
Si condanni di nuovo a morte Socrate, primo cattivo maestro.
Insomma, che cosa della nostra tanto decantata civiltà europea possiamo trasmettere nelle scuole che non corra il rischio di essere considerata esempio progressista e laico?
La verità è che la cultura – per propria natura – è tutta innovativa e quindi potenzialmente insidiosa per l’esistente.
Perciò non ci resta che recitare in classe al mattino la preghiera, organizzare gite a Lourdes, spiegare il Calderoli pensiero od altre simili raffinatezze che ormai assediano le porte degli edifici scolastici.
Anzi direi di non insegnare più nelle aule il pernicioso e letale alfabeto: restituiamolo a quei Fenici portatori di mali e guai.Tutti ignoranti. E’ meglio.

I pugni di Cristo

Mentre guidavo, avevo davanti a me un autocarro: teneva sugli sportelli del retro due imponenti gigantografie, a sinistra il viso di Cristo a destra un santo. Ed io, guardandole, pensavo che da noi spesso le figure del divino sono legate a situazioni di illegalità. Basti riflettere sulle Madonne, che per un sinistro miracolo calabrese si inchinano di fronte agli ‘ndranghetisti.
Sebbene dunque consapevole che l’ostentazione del sacro sia sovente legittimazione sociale della violenza, ugualmente ho avuto un sobbalzo di meraviglia quando ho letto la scritta che il camion esibiva sotto l’immagine di Cristo: era troppo anche per me, che non mi aspetto niente dalle sedicenti anime religiose.
Ecco l’epigramma:
Se mi provochi ti ignoro
Se mi sfidi ti distruggo

Le parole e la loro disposizione metrica mi sono affrettata ad annotarle su un foglio appena arrivata sul luogo di lavoro, quanto alle immagini sarebbe stato uno scoop avere una foto, ma quando guido non adopero neppure il telefonino, figuriamoci se mi metto a fare la fotografa!
Il proprietario del camion gira dunque con quel bel messaggio che è dire poco se lo si definisce intimidatorio. Evidentemente si sente, o è, padrone e patrono del territorio.
Ma quante statue di padre Pio non troneggiano proprio nei nostri supermercati in odor di mafia? E non ha nelle sue vie grandi sculture di santi Borgia, paese qualche volta sciolto per mafia? E mancano forse nei luridi covi degli ‘ndranghestisti i quadri di santi e sante? E in numerosi studi medici, dove non è di casa la professionalità, non campeggiano invece in superba mostra raffigurazioni sacre? E i sindaci calabresi – anche quelli indagati – non seguono compunti le pie processioni, sicuri che ciò assicurerà loro il consenso popolare?
I nostri spazi privati e ( ahinoi! ) pubblici sono dunque santificati, eppure noi non conosciamo il valore della giustizia. Quanto alla laicità, essa non ci è nota, anzi è guardata con sospetto.
Stia attento perciò Bergoglio quando parla di pugni: in alcune terre violente nelle intime fibra,  è ancora adesso meglio non giocare con le parole di Cristo e continuare a predicare, fino alla noia, porgi anche l’altra guancia. Non si smetta di dare importanza di comandamento alla mitezza e alla legalità.
E tolga, il papa, il diritto di usare l’immagine di Cristo per fini violenti e fuori dalle leggi: riprenda quel marchio sacro e lo protegga.

Sì alla famiglia, no all’omofobia!

Ieri ho guardato con costernazione questo volantino che ho trovato nella sala dei professori.
E, a dire il vero, dopo aver visto che si inneggiava alla Famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna, avevo letto, indignandomi, SÌ ALLA FAMIGLIA NO ALL’OMOSESSUALITÀ.
A casa mi sono accorta di cosa effettivamente ci fosse scritto.
Ma avevo avuto ragione nel leggere come istintivamente avevo letto, perché questo era il senso reale del testo.
Come siamo arrivati a un degrado tale da permettere che in una scuola pubblica qualcuno si senta autorizzato a lasciare simile materiale che si fa latore di discriminazione ed odio?
Quando avevo sedici anni fu sui banchi che udii e scoprii le parole che mai più avrei dimenticato: Homo sum, humani nil a me alienum puto. Arrivai nella mia stanza e con lo smalto rosso scrissi i versi di Terenzio su una parete dove sono rimasti per un lunghissimo periodo. In essi avvertivo profonda tolleranza, comprensione per l’altro, ma soprattutto valutazione positiva dell’essere umano.
Forse la scuola non crede più all’umanesimo? Ma cos’è allora la cultura se non comporta riconoscimento e rispetto dell’individuo, qualunque siano l’etnia, il ruolo sociale, il sesso e le predilezioni sessuali?
Insegniamo i classici o quanto farneticano le Sentinelle in piedi, che vogliono decidere della vita altrui?

Discarica Battaglina: appello alla chiesa calabrese

Vescovi calabresiIn Campania i vescovi si dicono interpreti dell’angoscia, dell’attesa e dei diritti di deboli e indifesi e nelle loro lettera-appello parlano di dramma umanitario nella Terra dei fuochi.
In Calabria il movimento contrario alla discarica Battaglina ha sinora avuto poche forze politiche accanto.  Ma questo silenzio parla e come parla! Così com’ è eloquente ciò che agita la vita politica di Borgia, così come sono eloquenti le prese di posizione del PD.  Anzi, se guardi a quello che oggi dichiara il partito democratico,  capisci perché la discarica si stia facendo. Si sta facendo perché è stata voluta.
In tale apparente deserto dei Tartari ( le ombre minacciose ci sono e come! ), può levarsi potente e autorevole la voce della chiesa calabrese? Quali interessi deve difendere se non quelli degli uomini di buona volontà, per dirla con le parole dei vescovi campani?
E’ possibile che in Calabria nessun vescovo, nessun prete di campagna, nessun seguace di papa Giovanni o di Bergoglio guardi le foto, si renda conto del disastro che si prepara e ne abbia compassione come di fronte alle piaghe di Cristo?
L’episcopato campano si dichiara discretamente accanto ai tanti che si sono fatti testimoni del meraviglioso risveglio delle coscienze e di un ammirevole senso civico.
Dov’è la chiesa calabrese?

Congiusta e la memoria

Le parole che il potere ecclesiastico pronuncia a Polsi si fanno sempre più imbarazzanti, tanto esso si mostra acquiescente di fronte ai mafiosi, amorevole e sensibile nei loro confronti, per niente fermo nel richiamarli alle loro responsabilità. Quest’anno, vista l’omelia del vescovo Morosini, la diocesi di Locri-Gerace è sembrata addirittura essere in grado di rivolgersi solo agli ‘ndranghetisti e preoccuparsi esclusivamente del destino di chi continuamente e pesantemente delinque. A dircelo è stato il sussulto di Mario Congiusta, papà di Gianluca barbaramente ucciso dalla ‘ndrangheta il 24 maggio del 2005, come egli firma la sua lettera a il Quotidiano della Calabria. Continua a leggere