Gli spettacoli

Discorrendo col discepolo, Seneca indaga nell’epistola settima i meccanismi psicologici e gli istinti perversi nelle dinamiche di massa e offre come esempio il quadro violento dei giochi del circo e della folla che vi assiste. Qui, oltre ai combattimenti fra uomini e animali che si tenevano al mattino, erano previste a mezzogiorno lotte più brutali fra delinquenti comuni costretti a combattere in coppia – uno munito di armi l’altro inerme – fino a che tutti non erano morti, tra gli incitamenti del pubblico che godeva di tali omicidi.
La mattina gli uomini sono gettati in preda ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori.

Qualcuno obietta: Ma uno ha commesso un latrocinio, ha ucciso un uomo.
Seneca incalza però questo interlocutore immaginario: E allora ?
Quid ergo?
E, aprendo orizzonti luminosi, continua: Siccome ha ucciso, egli ha meritato di patire ciò; tu che cosa hai meritato, infelice, per assistere a questo spettacolo?

La domanda di Seneca agisce ancora come una sorta di pugno nello stomaco, ma rischiara la mente e le offre diverse prospettive possibili rispetto agli inferni in terra che siamo capaci di creare.
È tuttora questo l’interrogativo da porsi: quid ergo?
Se non vogliamo farlo per gli altri ( oggi si viene facilmente tacciati di buonismo, quasi che la bontà non fosse un grande dono dell’animo! ), dobbiamo farlo per noi, che siamo innocenti e quindi non possiamo assistere agli immondi spettacoli: alla pena di morte, ai sepolti nel Mediterraneo, alla negazione dello ius soli.

In ogni tempo, la logica liberatoria non può che rinvenirsi in quel quid ergo?
Non c’è in verità giustificazione al degrado etico: guai a rispondere alla disumanità con la disumanità! Non possiamo uccidere il ladro che entra in casa nostra, non possiamo uccidere chi ha ucciso, rispondere alla violenza con la violenza, fare nostra la ferocia dell’altro.
Siamo noi che non meritiamo il mondo disumanizzato che ne deriverebbe, visto che siamo innocenti.

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Verità degli accadimenti e verità giudiziaria

Qualche sera fa mi sono  imbattuta in un servizio televisivo sui malanni causati dalla ‘ndrangheta in Calabria e su alcune note vicende giudiziarie relative a crimini perpetrati nella zona dell’Angitola, finite senza l’accertamento della verità ( per prove insufficienti o fatte abilmente apparire tali ) oppure conclusesi, come nel caso della morte di Santo Panzarella, con l’assoluzione degli accusati per non aver commesso il fatto. Delitti rimasti senza un colpevole.

Mi ha colpita molto l’affermazione di un avvocato, il quale ha più volte ribadito che la verità raggiungibile è quasi sempre la verità giudiziaria, non quella che disveli quanto realmente successo.
Mi ha impressionato che questo venisse e affermato e teorizzato come un dato quasi normale da un operatore del diritto.

Noi cittadini siamo consapevoli che un processo penale significa accertare i fatti e che tale accertamento può a volte essere incompleto, difficoltoso, impossibile. Una cosa è però tale consapevolezza, un’altra accettare che la verità raggiungibile sia eternamente parziale: questa concezione è seriamente colpevole perché giustifica qualsiasi inerzia giudiziaria, qualsiasi collusione, qualsiasi distorcimento della realtà per far trionfare o una propria tesi o un indirizzo politico o una lettura di un periodo storico. La storia della giustizia in Italia è sotto gli occhi di tutti: e su alcune devianti concezioni della giustizia e distorsioni di essa si sono costruite le tante non-verità nel nostro paese, anche prima di Piazza Fontana.

Secondo il legale intervistato, il processo penale è dunque un momento in cui ci si sforza di arrivare ad una verità che è sempre giudiziaria, perché mai o quasi mai si riesce a raggiungere una verità vera.
Ma che senso ha un apparato della giustizia che si accontenti e forse tenda solo ad una verità giudiziaria? Che senso c’è nell’accogliere come un dato immutabile l’idea della limitata portata dell’accertamento giudiziario?
La spesa enorme che il paese affronta nel sostenere tale apparato ha ragione d’essere, il sistema giudiziario stesso ha ragione d’essere solamente se sempre più si tende, nei tribunali, ad appurare la verità su ciò che si è verificato e a dare giustizia alla vittima e pena ( che abbia l’obiettivo di riabilitare il reo ) al colpevole.

Poveri noi, soprattutto in Calabria: tra (im)prenditori, politici collusi, ‘ndranghetisti. E verità giudiziarie.
Dov’è lo spazio per l’onesto? Dov’è lo spazio per l’in-nocente?
Per noi cittadini probabilmentee ingenui e sprovveduti, che nutriamo speranze solo nella giustizia non nei poteri illegali, è inspiegabile questo iato tra realtà degli accadimenti e verità giudiziaria.
Invece, dicono i nostrani esperti del diritto e responsabili della gestione di esso, questo iato è logicamente spiegabile.
E sentenziano, come tutti gli azzeccagarbugli, che la verità degli accadimenti non ci è dato di conoscere: noi conosciamo solo la verità giudiziaria.

E quando, come per il  giovane Panzarella alla fine del processo non esistono colpevoli, concludono che in qualche caso si ha un epilogo assolutorio che è un risultato fisiologico di alcune vicende giudiziarie.
Si tratta viceversa non di risultati fisiologici e naturali e inevitabili, ma di processi naufragati, anzi fatti naufragare da una parte della giustizia.
Vale la pena denunciare, stando così le cose?

Non è l’epilogo giurisdizionale a cambiare la sostanza della realtà, ho sentito dire ancora in quel servizio.
No, è invece importantissimo il risultato di un processo, altrimenti la realtà rimane una merda.
E non resterebbe che aspettare, fatalisticamente, la giustizia di Dio. Com’è costretta a fare ormai la battagliera e fiera e dolente Angela Donato, madre di Santino.
Troppo poco; e per chi è laico o non credente non esisterebbe neppure quest’ultima attesa.

Non si continui però a raccontare la solita solfa che in Calabria e nelle altre zone preda di poteri illegali tale situazione sia dovuta alle popolazioni che non aprirebbero bocca. Come se bastasse che il cittadino dica quanto sappia o quale ingiustizia ha subito, se poi questa partecipazione e coscienza democratica va a schiantarsi contro una gestione della giustizia ( dai carabinieri ai procuratori più potenti ) sonnacchiosa o corrotta o che cerca solo verità giudiziarie. Cioè, ricostruzioni di comodo o accomodanti o cieche o ingiuste. Chi deve condurre la lotta contro mafia e ‘ndrangheta e soprusi e violenti? Davvero pensiamo che sia sufficiente che l’uomo comune denunci? O non siamo, al contrario, in malafede quando proclamiamo ciò in maniera piuttosto reboante?

[…] lo Stato muore o inizia a morire quando questi poteri privati se ne appropriano […] Allora l’unico principio regolatore dei rapporti sociali diviene la forza.
Allora su coloro che non fanno parte di alcuna tribù sociale forte – come avviene per i giovani precari, per i disoccupati, per gli anziani poveri, per gli emarginati, per milioni di cittadini – si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri, afferma Roberto Scarpinato, che ha lavorato con Falcone e Borsellino. Ma Scarpinato è testimone di un’idea della conduzione della giustizia non maggioritaria in Italia.

Siamo un paese dove l’impunità di chi delinque ha una storia lunga. Scriveva Giolitti al re Umberto I dopo l’assoluzione degli imputati per lo scandalo della Banca Romana: “Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti in Italia, oltre a essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano denunciati e messi in carcere”.
La giustizia ( non ) è uguale per tutti.

Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

La gallina di Maruzza e la zebra di Mohamed

Ho sempre amato il linguaggio dei Malavoglia, nel quale ritrovo quello della mia società contadina. Non è stato difficile da adolescente apprezzare tale innovazione narrativa e cogliere la valenza dell’operazione letteraria e sociale di Verga ( che andava a far emergere realtà inedite ), abituata com’ero al linguaggio di un mondo che procedeva per similitudini, per proverbi in cui si condensavano secolari sapienze e per riferimenti all’universo rurale.

Non ho mai invece amato che il giovane ‘Ntoni fosse un vinto, quasi dovesse essere punito per aver osato aspirare al progresso. Anzi, in tal senso, è questo il ricordo di una delle mie letture adolescenziali più tristi: i giovanissimi, si sa, hanno quella che si chiama “lettura ingenua”, non scientifica. Nel testo il ragazzo cerca se stesso, con il testo egli costruisce anzi se stesso, un’esperienza e una modalità che sarebbe bene conservare da adulti: leggere per e con passione, non solo con scaltriti e retorici strumenti interpretativi.
Un’altra mia grande sofferenza di giovane lettrice? Il finale de Gli indifferenti: quanto mi ha addolorata e indignata la mancanza di reazione dei diversi personaggi! Quanto avrei voluto vederli non-indifferenti! Sarebbe bastato un lieve sforzo per modificare le loro esistenze! Sono, questi, i miracoli di empatia tra lettore e scrittore. E ancora adesso penso con tenerezza al Moravia molto giovane che scrive forse il suo romanzo migliore.

Nonostante i miei dolori o ribellioni di ingenua lettrice, porto dentro di me con affetto particolare proprio una creatura di Verga.
Maruzza la Longa non diceva nulla, com’era giusto, ma non poteva stare ferma un momento, e andava sempre di qua e di là, per la casa e pel cortile, che pareva una gallina quando sta per fare l’uovo.
Maruzza mi è sempre sembrata raffigurazione sublime del dolore dei poveri e di una donna che perde il suo uomo: il marito è per il mare mentre la natura si sta scatenando furiosa ( mare amaro, mormora padron ‘Ntoni ) e Bastianazzo non ritornerà dal viaggio. …pareva una gallina“, dice Verga e non mi è costata nessuna fatica cogliere l’intensità e l’evidenza espressiva della similitudine: quante volte sul far della sera ho visto mia madre sull’aia esclamare A masù a masù!, accompagnando le parole con il battito delle mani! Le galline a quell’ordine tornavano nel pollaio, per qualcuna c’era bisogno di un invito più energico. Ho l’impressione di esserci ancora sulla vecchia aia, di rivedere i colori dell’imbrunire, i movimenti eleganti di mia madre in quello spazio, la sua figura snella, di udire la sua voce. Sedevo su un ceppo di pietra e aspettavo che le benedette galline, che spesso mi divertivo a spaventare e far correre qua e là, buone buone rientrassero. Di esse rammento i diversi e bei colori delle penne, ne ricordo invece qualcuna un po’ spennacchiata sul collo, è vivida in me l’immagine della porticina nella quale ad una ad una si infilavano.
Da ragazza ho amato anche la Lucia manzoniana che aveva imparato a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore, io che indossavo allora la minigonna ma non avevo difficoltà a sentire l’intensità dell’amore della giovane per Renzo.
Questi sono mondi umili che apparentemente non conoscono il linguaggio delle emozioni e sono le cose a raccontare i moti del loro cuore.

Sono dunque abituata a espressioni contadine del tipo è nu giuvane forte cuomu na cerza, quercia, o all’omerica Aurora dalle dita di rosa. Negli ultimi anni, Facebook mi ha inoltre permesso di entrare in relazione con altri mondi ed esperienze. E fa parte dei miei amici virtuali Mohamed Ba, un mediatore culturale senegalese che vive in Italia e percorre il nostro paese con un’azione incessante e paziente che tende all’incontro tra culture differenti e che in qualche caso ha esposto l’uomo a pericoli gravi.
Nel leggere alcuni suoi scritti o delle interviste che gli sono state fatte, mi sono imbattuta in modi di dire a me ignoti. Per indicare le necessità che spingono ad emigrare, Mohamed scrive al suo aggressore: ” Se la scimmia avesse avuto quello che occorreva sugli alberi, mai sarebbe scesa per terra”. Per rendere chiaro quale sia l’approdo emotivo e la complessa identità di chi lascia il proprio paese e abita altrove, spiega: Ma oggi posso affermare di essermi gradevolmente “italianizzato” pur sapendo che il tronco dell’albero può stare in acqua per secoli ma non diventa mai un coccodrilloLo stesso in fondo affermano i miei compaesani che negli anni Cinquanta o Settanta hanno abbandonato Cortale ed i suoi suoni e ritmi e sono arrivati in Lombardia o Germania.
E nel parlare ancora di identità ecco cosa sostiene il mio nuovo amico, Mohamed: Credo che un popolo senza memoria è come una zebra senza strisce. E ancora: Sono tra coloro che hanno lasciato tutto sulla strada della speranza senza dimenticare nulla. Questo confessano i miei parenti emigrati nelle Americhe, questo asserisce Gianfranco benché –  partito da Cortale – passeggi attraverso gli splendidi boschi lombardi, questo urla Francesco che conduce l’esistenza nella bella Torino ed è entrato in contatto con tante importanti realtà estere e ciononostante invidia quelli come me, che vivo attaccata a Cortale soprattutto per evitare la devastante avventura dell’emigrazione nella mia famiglia arcinota.

Gli uomini dunque si somigliano tanto, anche se si fanno la guerra. I meccanismi del dolore sono poi gli stessi, sia che si esprimano attraverso lo struggente movimento della gallina sia che – come in Mohamed – si faccia riferimento al bisogno della scimmia o alla natura dell’albero diverso dal coccodrillo o al popolo smemorato paragonato alla zebra senza strisce. La verità è che parla di viaggi della speranza, Mohamed, e noi italiani conosciamo bene tali esodi.

La sua scrittura mi ha fatto pensare a mondi nuovi rispetto al mio. Ma tutti gli uomini che da luoghi lontani arrivano da noi ci giungono con un patrimonio interiore, con una ricchezza culturale peculiare e nello stesso tempo alla nostra uguale. Io credo sia interessante incontrare questi universi, entrarci non da biechi colonizzatori o – quando siamo buoni – da turisti occidentali che magari ci facciamo prendere dal mal d’Africa, dalla nostalgia per la nostra Africa e tale nostalgia cantiamo compiaciuti. Chissà se però la nostra Africa è la loro, quella delle genti che popolano tale terra!
E si scoprono aspetti affascinanti pure della propria identità, se si tenta di liberarsi dalle paure e si osano percorsi inediti. A volte chi viene da un differente paese o sogna di raggiungere l’Italia pare conoscerci meglio di quanto noi riusciamo a fare. O pare possedere memoria di cose che noi abbiamo ormai scordato.

Li avrei visti quegli italiani, “uomini-attori” la cui lingua è una successione di egloghe. Li avrei presto potuti ammirare nello sposare, come in un’operetta, il gesto alla parola, dice ancora il mio amico di Facebook, Mohamed Ba, rivelando noi stessi a noi stessi. E sembra che egli, che le vastità del deserto ha guardato, ed io, che mi son mossa quasi sempre in uno spazio di cinquanta chilometri, da ragazzi abbiamo posato gli occhi sui medesimi libri. E’ la sua zebra che mi ha sollecitata a ripensare alla mia Maruzza, che tragicamente si muoveva senza posa come una dolorante gallina sull’aia.

Zeus accompagna i venerandi supplici

Così in Omero:
“Alcinoo, non è per te cosa bella e non ti s’addice
che l’ospite in terra sieda sul focolare, in mezzo alla cenere;
e gli altri stanno immobili la tua parola aspettando.
Su via, lo straniero su un trono a borchie d’argento
fa’ sedere, levandolo di terra e comanda agli araldi
di mescere il vino, onde a  Zeus folgoratore
libiamo ancora, il quale accompagna i supplici venerandi;
la dispensiera poi, di quel  che in serbo tiene,  dia all’ospite per cena.”