Toglimi la spina! Cacciami u pirune!

…non sapete cos’è che quattro chiocciole possono significare di cammino fatto, di sarmenti frugati, di sassi rivoltati, e di spine rimaste nelle mani e di dita schiacciate, dice polemicamente una contadina a un’altra donna non esperta della fatica dei campi.

Basta poco per ridestare la memoria. E Vittorini è autore che particolarmente io sento consonante.

Negli anni Cinquanta e sino almeno ai Settanta, le mani degli abitanti del mio vicolo erano spesso e per diverse cause gonfie e arrossate o con le dita attaccate dal pus ( mi chiumpiu ) od ulcerate.
Ed esisteva un frequente e collettivo rito: cacciare i piruni, estrarre le spine, soprattutto la sera al ritorno dalle campagne.
A Rosina, m’u cacciati nu pirune pe l’animi de i muorti? E si prendeva la mano altrui in un gesto di pietas.
Ede biedu ndintruMi s’azziccau oje, pulizzandu cierti ruvetta – Ca doppu chi no stacimu fiermi mai! -Viderà ca ncuna vota ni riposamu puru nui, quandu ni nde jamu cu i piedi avanti.

Non si stava mai fermi, si lavorava senza sosta alcuna e si era tristemente consapevoli che forse ( viderà, vedrai ) l’unico riposo ci sarebbe stato con la morte: viderà, un futuro fuori però dalla storia.
Intanto, per liberare quelle benedette mani dal dolore lancinante, si usava solitamente l’ago dopo averlo sterilizzato sul fuoco, ma gli aghi che possedevamo qualche volta erano arrugginiti.
Menu male ca mi lu cacciastivu, siti ngalipata e aviti a  manu leggia, mi sientu già miegghiu: ca mi paria c’avia nu cane nta lu jiditu!

Spesso si chiedeva aiuto ai giovani che avevano la vista migliore, dal momento che di occhiali contro la presbiopia neppure l’ombra. Io non di rado prestavo soccorso ed ero brava, levavo pure le spine più minute e insidiose e quelle che erano penetrate troppo a fondo, biedi ndintru. Con pazienza.

Erano colpite specialmente le mani femminili, le più delicate. Mani che facevano qualsiasi lavoro, pecchí a nui non ni cadinu l’aneda. Mani di contadine, senza anelli da proteggere e salvaguardare.

Le mani delle donne di casa mia si erano indurite per adattarsi alle tante fatiche e durezze: freddo, fuoco ( mia zia prendeva tranquillamente con le mani i tizzoni fumanti e fastidiosi per gli occhi per toglierli dal braciere! ), acqua continua ( tiegnu sempe i mani nta l’acqua, esclamavano le nostre madri, che sovente da anziane hanno pagato ciò con i dolori reumatici ), a volte persino la pesante zappa o più spesso la piccola zappuda, il falcetto ( runcigghiu ) sempre con sé ( a lu fiancu, attaccato al fianco) per tagliare i ruvietti, i rovi.
Eppure restavano mani delicate. E belle e dignitose.

Benedette e fortunate le nostre mani, oggi: aggraziate e trattate con creme e che – se vogliamo – godono delle attenzioni della manicure. Non quelle di tutte, purtroppo, perché adesso ci sono i nuovi dannati della storia.
Ma tante indossiamo abitualmente i guanti se dobbiamo lavorare ( ad esempio, in giardino ), oltre che contro il freddo.
Io non rimpiango certo i disagi del passato.

I guanti li mettevamo però ai nostri morti, nella società contadina. E i figli abbiamo continuato il rito non nostro, ma che per i nostri padri era attraversato da qualche speranza per l’eternità.
A mia madre, siccome avevamo scordato di farlo, abbiamo mandato i guanti quando qualche anno dopo morì mio cugino.
Che fosse protetta nel caso si imbattesse in rovi.

Noi figli di contadini sappiamo, direbbe Vittorini. E, anche se agnostici, non abbiamo voluto negare quelle speranze ai nostri vecchi: nutriamo di queste laiche tenerezze per chi abbiamo amato e per chi sulla terra non ha mai conosciuto requie dalla fatica.

Annunci

Stranieri nel vicolo e la bellezza di Peter

Nel vicolo al mattino gli adulti si recavano in campagna, i piccoli a scuola; la sera si tornava dal lavoro, si cenava e poi, se nella buona stagione, ci si sedeva davanti l’uscio e si conversava. I bambini partecipavamo al chiacchiericcio, specie se stanchi, o ci scatenavamo nei giochi.

Ogni tanto passavano degli umili venditori, con la loro per noi magnifica mercanzia.
E a volte arrivava nel vicolo addirittura qualche straniero, portatore di novità: perché l’altro fosse straniero bastava che ci separassero pochi chilometri.

Giungevano dalla per noi lontanissima Cosenza dei giovani specializzati nella sericoltura, i quali con la collaborazione di mio padre trovavano un appartamento dove provvedere all’incubazione del seme ( risento ancora il calore delle stanze- incubatrici ) e per un periodo soggiornavano a Cortale.

Ricordo uno di questi ragazzi, che la sera veniva a trascorrere il tempo nel vicolo: i bambini ci sedevamo attorno a lui e anche le ragazze potevano chiacchierare, visto che la distanza sociale ( impossibile un legame tra giovani contadine e un impiegato! ) rendeva il loro rapporto come asessuato, quindi lecito.

Il ragazzo vestiva elegantemente abiti freschi di seta chiara ed era bello come gli attori delle riviste del tempo.

Il vicolo risuonava delle risate delle ragazze e noi bambine eravamo incantate dal giovane, il quale paragonava ognuna ad un’attrice, trasportandoci così nel mondo fatato di Cinecittà od Hollywood: la mia compagna di giochi, dalle carnose labbra, era chiamata Sophia Loren e per me tale è rimasta. E come sapeva condurre il divertimento, il ragazzo di Cosenza! “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”, “Cacao!”, gridai velocemente io.
Il cacao ( con questo termine indicavamo e la polvere e la bevanda ) fu tra le cose provenienti da fuori che proprio allora cominciavano a mutare la quotidianità cortalese; l’avevamo pienamente adottato e per noi persino il colore marrone era “cacao”. Anzi era nato un modo di dire, pari u viecchiu d’o cacau, alludendo al vecchio che appariva sulla confezione, non so se della Ferrero.

Poi, agli inizi degli anni Settanta, arrivò lui e ci incantò tutti: vecchi e giovani. Come un ospite mite di un teorema scritto appositamente per noi.

Veniva da Berna ed era un regalo dell’emigrazione: era amico di nostri compaesani trasferiti in Svizzera per lavoro e veniva a trascorrere le vacanze in Italia, innamorato della cultura italiana e soprattutto di Petrarca.

Abitava in una minuscola stanzetta di fronte casa mia e di giorno, con il solito sacchettino di quelli del Nord dentro cui non manca mai un libro, andava al mare, col pullman naturalmente.

Avevamo vent’anni e le ragazze, attraversate da ansie di novità e che con difficoltà estreme cercavamo di vivere a modo nostro in un ambiente invece chiuso, parlavamo con Peter con la tranquillità e l’amicizia alla quale non potevamo abbandonarci con i ragazzi del paese.

Ci scambiammo dei doni. Io gli regalai un bel testo che possedevo di Petrarca, che faceva parte di una collana della Mondadori e che a me, che non avevo la biblioteca degli avi, era molto caro. I libri costavano per noi troppo ed erano un lusso, ma alcuni iniziavano a essere pubblicati a un prezzo non eccessivo e la mia casa man mano si adornava di queste carte preziose. Peter mi regalò “La morte a Venezia” e, se mi impegno, lo trovo ancora nei miei disordinati cassoni.

Il suo italiano era delizioso: “la naso”, “il chiave” mettevano allegria a tutti i vicini. Ed era delizioso soprattutto il modo di pensare: mai più ho ragionato senza paure, senza difese come con lui. La nostra è stata una bella e purissima amicizia, sebbene attraversata in qualche momento da un leggero erotismo, che non si espresse mai e a cui mai abbiamo dato voce: la distanza geografica ci teneva lontani da tentazioni e inoltre eravamo consapevoli di avere il cuore altrove: entrambi di altri innamorati, posseduti da amori infelici, come capita spesso a quell’età ( e non solo! ). Il suo si chiamava Nicole, bionda e dai riccioli aurei: Peter ne parlava come della Laura petrarchesca.

Peter è stato il sollievo e la consolazione dei miei vent’anni, in Calabria difficili, perché mi sono potuta rapportare col mondo maschile senza stare in guardia: un universo che in lui era privo di rozzezza e violenza, una mascolinità tenera e sensibile. Gliene sarò eternamente grata e mi piacerebbe che in qualche parte della terra egli ancora girasse gentile.

Era bello in maniera straordinaria e aveva un bel sogno: fare l’attore.
A tutti nel vicolo egli portò la peculiarità e diversità del suo sentire, oltre che la sua semplicità che lo fece amare da ognuno. Nicole aveva splendidi riccioli e lo diceva a noi ragazze, che chissà quante diavolerie usavamo per avere i capelli lisci! Il lungo naso di una nostra amica, per noi un difetto, era divino ai suoi occhi; i miei lineamenti un po’ marcati erano greci, intendeva dire della statuaria greca, e scusate se è poco!

Ci si sconvolgevano le categorie di valutazione e il vicolo si apriva e diveniva una metropoli: un evento straordinario per dei giovani attratti dal cambiamento e che massimo andavano ogni tanto a Messina per sostenere gli esami universitari.

Era un incontro che non ci impegnava ad altro che alla grazia dell’esserci conosciuti: non ci siamo mai scritti, mai telefonati e ci salutammo donandoci i libri.

Un paio di anni dopo andai a Zurigo e mio fratello mi suggerì di telefonare al mio amico, che la sera stessa arrivò con dei cioccolatini per mia cognata. Io e lui decidemmo di andare al cinema.

Adoravo il cinema e nel vicolo ne sentivo la mancanza, come sentivo la mancanza di tante altre cose. Quella sera c’erano a Zurigo le proiezioni di “Ultimo tango a Parigi”, un film su cui al paese avevo già letto la recensione di Moravia e che ho amato per il senso di morte che lo pervade oltre che per la libertà dello sguardo. Erano gli anni in cui in Italia si cercava di conquistare, tra le altre, pure la liberazione sessuale: fatto che è costato, come ogni conquista. E l’assenza di bigottismo con cui la tematica sessuale era trattata da Bertolucci era importante, specialmente se avevi vent’anni e li vivevi in un vicolo calabrese: anche questa una condizione che ha comportato troppi costi.

La sala era piccola, il film in tedesco ma sottotitolato in francese, lingua che ho studiato. La bellezza di quell’ambiente senza schiamazzi e di quel ragazzo tranquillo seduto accanto fu per me un dono: la visione del film avvenne in un raffinato silenzio, alla fine si udirono gli applausi per il regista. Durante il film, solo delle misurate risatine quando si parlò di diverse lunghezze del pene. Non oso, per carità di patria, fare confronti.

Negli anni Ottanta, Peter ci regalò un’altra giornata: tornò a trovarci assieme alla sorella. Sempre bello come il sole.
Seguiva ancora la sua vocazione di attore e anche questo me lo rendeva caro: era divenuto uomo migliorando e non abbandonando il meglio di sé.

Le giovani del vicolo, intanto, conducevamo la nostra esistenza non semplice. Niente era indolore: ad esempio, noi passeggiavamo suscitando parecchie critiche, ma solo in luoghi alle passeggiate consacrati. Il libero camminare, figuriamoci il girovagare ozioso! , per le donne non era contemplato.

Facendoci scudo dei due turisti, anche noi ce ne andammo quel giorno per le viuzze del nostro paese: tranquille, libere. Com’è giusto che sia.

Da qualche mese, avevo pensato di fare questo post, ma gli impegni e la pigrizia ( scrivere è una fatica ) me lo avevano impedito.
Poi una sera trovo detto su Facebook che Peter è morto.

Mi sono sentita più sola e ho pianto, sconsolata: amavo pensare che in qualche luogo Peter continuasse a percorrere incantato le vie, perché questo rendeva il mio mondo non infranto e impoverito, nonostante il trascorrere degli anni e le tante perdite.

Il giorno dopo, sulla morte si è espresso un dubbio e ad esso io ho preferito prestar fede. Ho bisogno di credere che quel mio ragazzo, con cui in fratellanza ho potuto vedere un film che ha come filo conduttore nientemeno che il sesso, mi accompagni nella vita.
Il mio vicolo è lui.

Il ricamo e l’inquietudine delle donne

– E che può succedere a Milazzo? – Rea Silvia rispose. – C’è un vapore che arriva e riparte. E ci sono i giovanotti che camminano avanti e indietro. E io ero sempre che ricamavo nella luce della porta. E mia madre e le mie zie erano sempre che ricamavano anche loro. E le mie sorelle lo stesso, erano sempre che ricamavano, sebbene una abbia solo quindici anni e una nemmeno tredici.

Nel passo di Vittorini ho sentito in maniera chiara la secolare mancanza di movimento che avvolge la vita di queste ed altre donne ( specialmente al Sud), il loro scontento, la struggente attesa.

E le ho riviste le ragazze che negli anni Cinquanta hanno popolato la mia infanzia: anime sognanti, ansiose di sperimentare mondi nuovi ma destinate a stare in luoghi ristretti e poveri, imprigionate in un’esistenza ripetitiva, votate ad attendere un uomo che le liberasse dall’angustia.
Ma ho rivisto anche le donne che non ho incontrato e di cui ho soltanto udito parlare: quelle che alcuni decenni prima erano emigrate nelle Americhe sposandosi per procura, vale a dire spesso senza aver mai visto il compagno con cui avrebbero passato i loro anni. Ciò, tuttavia, permetteva di uscire dalla dura vita delle campagne ed evitare un avvenire che non prometteva niente se non lavoro da bestie, parti ( frequentemente mortali ), figli ( talora voluti, talora no ), mariti ( in parecchi casi violenti e a loro volta insoddisfatti).

Ho rivisto le tante mie coetanee strette negli anni ’70 tra le proprie ansie di rinnovamento, di conoscenza e di indipendenza e la scarsità economica e di orizzonti dei luoghi calabresi. Ho ritrovato il nostro desiderio di vivere noi stesse come individui ed esseri umani, esplorando autonomie nella sessualità e nella realizzazione di sé, e le sconfitte che abbiamo subito, nella soffocante chiusura della prevalente mentalità dei benpensanti.

Nel quadro di Vittorini mi pare di vedere ( ma forse sbaglio ) anche qualche giovane donna di adesso, che mille sogni nutre sul suo futuro, ma è costretta in ambienti conservatori, culturalmente depressi, delusa pure dal matrimonio e persino dall’avere figli, condizioni che si rivelano non essere la terra promessa tanto agognata. Al Sud, infatti, spesso sono le ragazze ad andare via e a non voler tornare.
Mi pare di vedere le molte cinquantenni di oggi inquiete, ridotte a osservare con compiacimento ma pure invidia le numerose possibilità che le figlie hanno: studiare, viaggiare, esplorare, convivere con qualcuno e magari in seguito lasciarlo. Donne sovente rinchiuse nel recinto della maternità che non risponde alla loro intima esigenza di libertà e costruzione della propria identità.

Se la ministra ( ministro? eccola ancora, la nostra difficoltà di esistere, addirittura nella lingua! ) avesse pensato alla secolare assenza di ritmo che avvolge l’esistenza delle donne, al loro silenzioso ricamare e alle fughe dal ricamo, se avesse riflettuto sui tanti diritti che hanno a fatica conquistato (tra cui quello di non essere madri ), se fosse stata sensibile alle perenni spinte all’indietro a cui esse devono far fronte, non avrebbe probabilmente proclamato con stupido ed oscurantista decreto il giorno della fertilità, come se si rivolgesse a coniglie senza storia.
E avrebbe ricordato che in primo luogo le donne sono attraversate dal desiderio di essere persone, dal bisogno di fuggire dall’avvilimento che i tanti imposti ricami loro provocano ed affrancarsi dalla monotonia di spazi e speranze.

Leggo del pio ed accorato appello della Lorenzin e mi chiedo quali donne il ministro/a frequenti e abbia in mente.
E guardo le vecchie foto degli anni Cinquanta e Sessanta del mio piccolo paese nelle quali appaiono già giovani sorridenti, allegre, belle, con il capo scoperto, eleganti anche se vestite con abiti non di gala. E attorno a tali graziose figure, invece, dei poveri luoghi fatiscenti senza strade e servizi e le campagne pure esse spoglie, da cui non avresti ricavato il necessario per vivere, figuriamoci un po’ di superfluo per gioire. Tutte donne migliori dei paesi toccati in sorte.
Presto queste ragazze avrebbero lasciato quei territori desolati ( i quali avrebbero per sempre conservato la ferita della loro lontananza ), per comporre una danza diversa a Milano, Zurigo, in America.

Adesso ne vedi alcune tornare per trascorrere l’età della pensione a Cortale: le riconosci perché negli occhi e nei passi ritrovi i segni dell’aspirazione ad una vita diversa che le ha spinte, tempo fa, ad andare via.
Non sono tornate sconfitte, benché si intuisca qualche recondita scissione. Anche loro sono partite, come le donne di Milazzo in Vittorini, per contemplare ed esplorare le città del mondo: in cerca della bellezza.

Il viaggio nel tempo antico e i chiarori lunari

Eccetto un’esigua minoranza, a Cortale prima degli anni Sessanta non conoscevamo il viaggio come esperienza formativa e ludica, come vacanza ed esplorazione. Conoscevamo abbondantemente il partire come emigrazione, ma si tratta chiaramente di uno spostamento di ben diversa natura.
Si camminava inoltre a piedi, sicché le distanze e il senso di esse erano differenti rispetto ad oggi. E recarsi a Maida era già un grande viaggio.
Per le bambine poi ( e per le donne in genere ) gli stessi spazi della quotidianità non erano molti: si limitavano all’abitazione, alla scuola. Ci appartenevano pure le strade, ma quelle vicino casa. Le bimbe, oltre che con le bambole, organizzavamo infatti nelle vie anche giochi scatenati, maschili si direbbe con una ( oggi anacronistica e per me assurda ) divisione di genere, e potevamo altresì allontanarci dalla nostra zona, ma sempre in qualche modo controllate. I maschi in verità vivevano più anarchicamente, me ne rendo conto adesso che noto di avere una memoria “intima”, ma di conservare pochi ricordi di vita condotta nei luoghi pubblici. Per esempio, io non sono mai andata a ‘u Castanitu, un posto che per i maschietti era una sorta di iniziazione al fuori e allo stare da soli, all’autonomia.
Tuttavia il viaggio spesso lo si compiva nella fantasia e si viaggiava indubbiamente molto attraverso i libri, con i quali ho fatto molti itinerari, i più importanti della mia esistenza anzi. E poi bastava un piccolo spostamento anche all’interno del tuo paese o un lieve discostarsi dalle personali abitudini per provare la sensazione di aver realizzato qualcosa di profondamente affascinante e di essere stati protagonisti di un’avventura entusiasmante.
Allora dormivo di solito in una stanza assieme a mia sorella e ad una delle zie, i miei genitori invece avevano una  camera che dividevano con mio fratello. E rammento come un momento di particolare ambascia dell’infanzia quello in cui, seduta su un gradino della scala che portava alla loro stanza, ero incapace di decidere sul da farsi: con chi stare quella notte, con le consuete care compagne o con mio padre e mia madre? L’indecisione rasentava la sofferenza, come capita spesso ai bambini che soffrono con un’intensità che noi adulti spesso abbiamo dimenticato possano raggiungere. Comunque uno dei miei spostamenti incantati è stato appunto il dormire nel lettone dei genitori, non so se avvenne la notte della speciale indecisione. Li vidi giovani e allegri, che si volevano bene e me ne volevano.
E non scordo un viaggio con tratti di modernità, perché implica una certa libertà di movimento per delle adolescenti, ma eravamo già nei famosi Sessanta ed io avevo circa dodici anni. Ormai non dividevo più la stanza con altri, perché mia sorella si era sposata e la zia viveva con lei per aiutarla col bambino. Fu allora che a un’amica, un po’ più grande di me, fu concesso di dormire a casa mia: una sorta di pigiama party, si direbbe oggi con brutta espressione! Fu una notte indimenticabile, in cui nessuna delle due chiuse occhio e ci fu un continuo chiacchierio di ragazzine che si confessavano le meraviglie delle prime emozioni e dei primi amori, i sogni e le fantasie. La mia compagna possedeva maggiore capacità di raccontare e l’ascoltavo quasi ammaliata, perché i due anni che aveva più di me la rendevano ai miei occhi particolarmente affascinante e affascinante proprio perché mi sembrava avesse superato la linea che proietta nell’età adulta, rispetto a me che mi sentivo un po’ piccola e un po’ grande, quindi maledettamente bambina. Ricordo un pomeriggio in cui eravamo sedute su un albero di fico e giocavamo ai fidanzati: io ovviamente facevo la parte della ragazza, dato che ero più piccola e ingenua ( inconsciamente riproducevamo idee maschiliste! ). Non dimenticherò mai l’ampio e teatrale muoversi del suo braccio quando, mostrandomi la campagna intorno e la vicina Jacurso, lei/lui prometteva per convincermi che era un buon partito: ” Se accetterai il mio amore, tutto questo sarà tuo!”.La guardavo come una divinità, per quella sua prorompente fantasia!
E rimane impresso nella memoria ancora un
viaggio, effettuato pure questo da piccola. Avevo un’altra zia la cui abitazione era in piazza, sicché il dormire una volta da lei fu importante, e perché uscivo da casa e perché mi recavo nel centro del paese: si trattava per me quasi di una dimora cittadina, rispetto al vicolo in cui risiedevo.
La zia non aveva figli e un giorno disse ai miei genitori che sarebbe stata felice di crescermi lei assieme al marito. Ringrazio tuttora mio padre e mia madre che, pur essendo normale a quei non floridi tempi donare a qualcuno un figlio e pur sapendo che la parente viveva in una migliore condizione economica, mi hanno tenuta con sé. Comunque gli zii la volta che volli dormire da loro credo abbiano assaporato la gioia di avere una bimba che riposi nel tuo letto e si muova nella tua casa.
Da parte mia, di quella notte rammento la luce che illuminava completamente la stanza nella quale arrivava il bagliore dei lampioni della piazza in maniera piena, visto che la strada era larga 
e che in paese non usavamo tende alle finestre, noi che di solito abitavamo in posti angusti e che quando avevamo la fortuna di avere luminosità ci aprivamo ad essa con gioia. Le lampade della piazza si univano al nitore della luna e creavano quello che a me sembrò il più bel chiarore lunare che abbia mai visto. Senza le incombenti case davanti tipiche delle viuzze, esistevano solo la stanza e il cielo: una sorta di spazio libero, di infinito. E a me, abituata alla strettezza e allo scuro della mia zona, quella camera parve illuminata come fosse giorno. Ma bisogna essere cresciuti in un vicolo per comprendere appieno la sete di spazi aperti e di luce che in esso si ha.
L’ambiente era anche odoroso di lindo, tutto ordinato e diverso da casa mia dove la presenza di figli e di maggiori bisogni comportava un caos più grande. E la categoria del pulito/sporco a Cortale doveva essere rilevante negli anni Cinquanta, se pure del maestro delle elementari in un tema scrissi è pulito. Sdraiata nel letto luminoso, ho sentito inoltre il profumo dei
passuli, dell’uva passa, una leccornia che la zia – che faticava l’intero anno con la vigna – metteva in serbo in un cassetto del comò. Me ne fece dono, naturalmente, e a me parve prezioso.
Mi sono ricordata di questo chiarore lunare e del viaggio notturno, passando stamane vicino quella che per me rimane l’abitazione della zia, sebbene lei non ci sia più. All’uscio di essa, un giorno che improvvisamente mi sentii fisicamente molto male e mi credetti sola, mi appoggiai da bambina: era la porta di una persona cara, là potevo stare tranquilla per riprendere fiato, il familiare luogo mi proteggeva. Lo guardo sempre con gratitudine.
La mattina dopo la magnificenza dello splendore lunare, tornai però a casa mia: perché il piacere del viaggio è anche il ritorno.

Rime e ritmi: il corpo delle donne

Giovenale vuole attaccare i greci, in quanto stranieri ed abili intellettuali, ma trova ancora occasione per aggiungere ulteriori versi contro un altro suo bersaglio preferito, le donne. E certamente non è strano che il pregiudizio nei riguardi dell’universo femminile si accompagni a quello nei confronti del diverso, dell’estraneo, del tempo presente e delle sue novità a cui si preferisce un idillico e mai esistito passato.
Il poeta sostiene che nessuno meglio di un greco sappia recitare un ruolo femminile. E guardate cosa nella satira dice, con quella sua capacità di creare potenti immagini icastiche: Proprio ti sembra che una donna parli, non un attore; tutto vuoto e piano diresti in lui dal ( piccolo ) ventre in giù, solcato solo da una stretta fessura.
Le donne saremmo dunque un vacua et plana omnia, un vuoto, una mancanza di, una sorta di piatto deserto. Noi cioè non siamo delle possidenti una vagina ( figuriamoci degli esseri dotati di anima e ragione, come invece riteneva quel matto di Euripide! ), ma un’assenza. Cosa che in fondo affermerà più tardi lo stesso Freud, quando parlerà di invidia del pene: una parte della sua moderna scienza, questa, soggetta a critiche e di certo alquanto caduca.
Le donne come un vuoto e il nostro organo sessuale, segno della nostra identità, fonte del nostro piacere e origine del mondo com’è mostrato da Courbet, una rima, una fenditura, una tacca. Stando così le cose, non ci resterebbe in verità che invidiare il pene!
Ahinoi! Sulle donne anche i più grandi ingegni hanno partorito e partoriscono fesserie, commettendo dei…lapsus freudiani, è il caso di dire: sono errori sintomatici, perché il grado di civiltà e di mentalità progressista si misura sempre soprattutto sull’atteggiamento che si ha verso le donne, che si recalcitra sempre a considerare persone.
Per esempio, soltanto quando Bergoglio proclamerà  che pure le donne hanno il diritto di accedere al sacerdozio forse si potrà cominciare a pensare che egli sia un papa innovatore: suvvìa,  nel cristianesimo delle origini ( a cui ogni tanto sarebbe bene guardare! ) esistevano delle schiave quae ministrae dicebantur, come testimonia Plinio il Giovane.
Quanto al corpo delle donne, a Cortale si tramanda un grazioso aneddoto. Si racconta che una signora fosse interrogata dai carabinieri dopo la partecipazione ad uno sciopero: ” Lei è stata ferita nel tumulto?”, “Gnornò, nu pocu cchiù supa”. La parola tumulto indica bene una percezione di sé che le donne molto spesso hanno, una percezione parecchio lontana dall’algido ed asettico passera, uno dei numerosi termini con cui si è invece immiserita e domata la potenza della sessualità femminile.
E per ciò che concerne l’immaginario maschile su di noi, meglio quanto detto sulla rima da Manganelli, il quale scrivendo alla sua donna ha espressioni piene di passione ed erotismo! Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te, dentro di te: guaina, fodero, rilegatura, discesa, labirinto, adito.